- Articolo di:Teo Orlando
Il concerto che la IUC ha ospitato martedì 31 marzo 2026 nell’Aula Magna della Sapienza, affidato a Veronika Eberle e Dénes Várjon, aveva un disegno programmatico di rara intelligenza: due rapsodie di Bartók, alternate a due sonate di Ludwig van Beethoven e di César Franck, con una disposizione quasi a "canone inverso": ossia, la prima rapsodia di Bartók viene posta all'inizio, a introdurre Beethoven, mentre la seconda a metà, come preludio simbolico a Franck. Simbolicamente, costituiscono, le quattro composizioni, una piccola storia del duo per violino e pianoforte fra Vienna, Budapest e Parigi: dalla Rapsodia n. 2 BB 96a SZ 89 di Bartók si passava alla Sonata op. 47 “A Kreutzer” di Beethoven; dopo l’intervallo, era il turmo della Rapsodia n. 1 BB 94a SZ 86 e della Sonata in la maggiore di César Franck.
Teatro Verdi di Trieste. Rosso minimalista per "Il Trovatore"
"Nera come la pece che invischia l’animo umano, un filo cromatico conduttore: il rosso della vendetta e della pira..." Dopo otto anni di assenza dalle scene triestine, Il Trovatore di Giuseppe Verdi (1853) torna finalmente al Teatro Giuseppe Verdi di Trieste con una produzione che, pur nella sua essenzialità visiva non rinuncia a colpire nel profondo dell’animo umano.
La regia del francese Louis Désiré, nota come “Il Trovatore Rosso”, sceglie di raccontare l'opera popolare per eccellenza - tratto dal dramma cavalleresco di fortuna europea di Antonio Garcia Gutierrez e trasformato in libretto d’opera da Salvatore Cammarano - come un incubo notturno, dove contano le atmosfere, non i particolari, popolato da presenze invisibili e dai fatti di un passato incombente, di un torto subito che richiede vendetta.
Un punto di vista onirico, dunque, dove tutto si fa essenziale, trascurando il folklore del contesto spagnolo in cui la vicenda si inserisce (sostanzialmente uno scontro di classe ante litteram tra conti e zingari) e dove il nero e il rosso dominano, senza mai sacrificare la narrazione né il pathos musicale.
Il minimalismo della regia come scelta estetica intensifica l’impatto emotivo del libretto e della musica, lasciando allo spettatore il piacere di riempire con la propria immaginazione gli spazi di profonda ispirazione che Il Trovatore, opera fortemente voluta e rincorsa dal Verdi, possiede.
In questo allestimento - in coproduzione con l’Opera De Saint-Étienne e Opera di Marseille - ogni quadro scenico è una composizione di luce e colore, di cromatismi plumbei e di ombre, che concentrano l’attenzione sul racconto musicale e su una precisa gestualità. L’occhio deve esser pronto allora a cogliere sguardi, abbracci, movenze che enfatizzano il dramma psicologico dei personaggi e lo rendono palpabile.
Il grande pregio di questo allestimento, che ha già ricevuto consensi fin dal suo debutto nel 2023, è quello di rappresentare una vicenda antica con un minimalismo elegante e di grande ricercatezza estetica. Nella sua visione il regista francese lo trasforma in riflessione contemporanea, puntando l’attenzione sull’intangibile “materia emotiva”, torbida e incandescente, dove si annidano odio, vendetta e rancore, che alimentano dubbi e sospetti. Una substantia psicologica dell’animo umano che diventa vischioso, come la nera pece, trascinandoci verso il tragico epilogo.
Forti di una precisione simbolica sono dunque le scenografie astratte e i costumi di Diego Mén, rigidi superfici geometriche sulla quale il gioco di luci di Patrick Méeüs accentua l’atmosfera tenebrosa dell’opera, ben connotato dal lirismo cromatico, emotivamente potente. La produzione di Désiré riesce così a ben condensare l’essenza drammatica di Verdi in una forma quasi simbolica, restituendone tutta la carica emotiva che il compositore di Busseto aveva riversato nel suo spartito.
In scena un cast d’eccellenza e di affiatata collaborazione che vede nel ruolo del titolo il tenore azero Yusif Eyvazov, al suo debutto triestino. Il suo Manrico appassionato e vibrante, dal timbro brunito è spiccatamente drammatico, privilegia l’impatto, forse a tratti un po’ troppo irruento, ma offre un contrasto di timbri e colori vocali di grande fascino e un’interpretazione quasi istintiva che ben si coniuga con l’accurato fraseggio. Eyvazof caratterizza molto bene il suo Manrico ed è lui a strappare al pubblico l’applauso piú intenso nell’aria “Resistenza e squillo eroico” al termine al termine della celeberrima aria “Di quella pira” del terzo atto.
Regale è la Leonora di Anna Pirozzi, artista di grande talento, al suo debutto operistico nel capoluogo giuliano. Impeccabile con la sua notevole ampiezza di registro e potenza naturale, il soprano napoletano affronta tutti i passaggi critici, a partire dalla sua prima cavatina “Tacea la notte placida” con eleganza e facilità grazie alla sua notevole capacità tecnica e la coesione dell’emissione sonora che la rendono una delle voci italiane piú solide e acclamate del panorama internazionale.
Nei panni del Conte di Luna vede il vigoroso e solido baritono coreano, Youngjun Park (già lo scorso anno a Trieste nel ruolo di Rigoletto) che ben delinea i toni di rivalità e passione che il suo personaggio richiede. Omogeneo nei registri e con un’ottima emissione di fiati, dotato di una potente proiezione naturale della voce, Park, apprezzato in tutti i principali teatri del mondo, possiede anche quel un timbro caldo e rotondo che si presta bene al ruolo drammatico verdiano.
Il debutto di una regina del palcoscenico come il mezzo soprano Daniela Barcellona nel ruolo Azucena riserva poi a Trieste uno tra i momenti più intensi della serata: certezza ne è la sua presenza scenica, la profondità interpretativa, il colore scuro e denso della voce, la capacita di definire la parola cantata con una resa psicologica puntuale. Tutto trasforma la sua zingara in un’esperienza emotiva al contempo elegante e profonda, misurata e intensa. Una professionista di grande classe.
Bene anche il basso Carlo Lepore che ben si disimpegna nel ruolo del comandante degli armigeri, Ferrando, grazie alla sua voce ampia e ricca. Anche per lui la grande presenza scenica vocale regala una interpretazione convincente. Vigorosa la prestazione del Coro della Fondazione che ha aggiunto un tocco di grande drammaticita alla serata creando un tessuto sonoro ricco capace di trasforportare il pubblico nel cuore dell’azione e delle sue arie piú piu celebri.
Certamente per questa ripresa triestina, al di là dei singoli talenti di un cast di grandi nomi, va anche sottolineata la palpabile coesione del cast in scena, con interpreti che condividono un affiatamento professionale evidente, capace di tradursi in una comunicazione scenica fluida e naturale. Ogni duetto, ogni confronto scenico sembra nato dalla spontaneità e dalla familiarità reciproca, senza sacrificare la precisione musicale.
Sul podio il maestro spagnolo Jordi Bernácer, un gradito ritorno a due anni di distanza, dirige l’Orchestra e il Coro del Teatro Lirico Giuseppe Verdi con sicurezza e misura, accentuando le sfumature dinamiche e le tensioni drammatiche insite nella partitura verdiana. Ottimo il suo feeling con l’Orchestra della Fondazione del Verdi. Il risultato è un Trovatore intenso, dove l’orchestra non accompagna semplicemente i cantanti, ma dialoga con loro, tessendo una rete sonora che amplifica ogni parola e ogni gesto.
Il Trovatore è in scena al Teatro Verdi di Trieste sino all’8 marzo, un’opera che continua ad affascinarci per la sua modernità nel trattamento visivo e per la fedeltà emotiva e musicale al capolavoro verdiano. Un’occasione rara per apprezzare una delle opere più amate del repertorio lirico in un allestimento più che efficace e riuscito. Al termine delle recite triestine si replica al Teatro Giovanni da Udine il 14 marzo.




