- Articolo di:Giulio Migliorini
‘Dite: non foste mai convalescente/ in un aprile un po’ velato? È vero/ che nulla al mondo, nulla è più soave?’ recitava ‘La passeggiata’ di Gabriele d’Annunzio, ed anche me quest’opera singolare ha beneficato. Pelléas et Mélisande, dramma lirico in cinque atti e dodici quadri di Claude Debussy su libretto di Maurice Maeterlinck, rappresentato la prima volta il 30 aprile 1902 all’Opéra-Comique di Parigi, va in scena tra il 22 aprile e il 9 maggio 2026 al Teatro alla Scala di Milano per sei rappresentazioni. Assisto alla seconda, domenica 26 aprile alle ore 14:30. L’Orchestra della Scala è diretta da Maxime Pascal, la regia è di Romeo Castellucci.
Torino Auditorium RAI. Coppia di assi tra Otto e Novecento
All’Auditorio Rai Arturo Toscanini di Torino due assi del concertismo insieme per un programma tra il vecchio e il nuovo. I due artisti sono il quasi settantenne pianista russo Mikhail Pletnev, Premio Ciaikovsky 1978, interprete eclettico internazionalmente affermato, e il giovane, ventiduenne, violinista Daniel Lozakovich, ormai lanciatissimo, contratto in esclusiva con la prestigiosa etichetta gialla tedesca Deutsche Grammophon, il quale suona uno Stradivari del 1713. Al pubblico torinese si presentano calando come menù della serata un poker musicale di sicuro interesse che abbraccia due secoli di storia.
Il biglietto da visita è il romantico temperato Schubert, la cui produzione violinistica è alquanto esigua. Prima delle tre Sonate per il pianoforte con accompagnamento di violino concepite per essere pubblicate insieme (le altre due sono la D 385 in la minore e D 408 in sol minore) la D 384 in re maggiore, unica del gruppo in tre soli movimenti, considerati da Paumgartner “leggiadro esempio di musica da salotto” ma anche “piccoli e geniali capolavori estremamente parsimoniosi di materiale tematico”, si dimostra alquanto ossequiente alla tradizione. La limpidezza della struttura formale, basata su simmetrie classiche, fa da sfondo alla pregnanza lirica della cantabilità, alla spigliatezza e alla catarsi finale di rito.
Irruenta e passionale è invece la Sonata n.3 per violino e pianoforte in do minore op. 45 del norvegese Edvard Grieg, scritta ben venti anni dopo la seconda e ultimata nel 1887. Presentata dapprima a Bergen in una esecuzione estiva in forma privata, la Sonata ebbe il suo debutto ufficiale al Gewandhaus di Lipsia nel dicembre dello stesso anno nella esecuzione di Adolf Brodsky (violino) e con l’autore al pianoforte. Divenuta presto il cavallo di battaglia di grandi virtuosi dell’archetto, come tra gli altri Wieniawsky, Ysaye e Kreisler, la Sonata si impone per i suoi toni sia drammatici (Allegro molto iniziale) sia malinconici (Allegretto espressivo). La scrittura via via si ispessisce ma senza perdere in espressività quando il dialogo tra i due strumenti si fa serrato e travolgente, richiedendo al violinista un grande temperamento.
Interessante poi la Sonata in si minore (2021) di Alexey Shor, cinquantacinquenne compositore ucraino trasferitosi negli Stati Uniti, oggi molto eseguito per la sua vena ricca e comunicativa. La Sonata, cui anche Pletnev ha dato il suo contributo, è improntata ad un virtuosismo rapsodico in salsa tardoromantica, in cui il dialogo frammentato vede il violino reclamare sempre la sua primazia con carattere quasi improvvisativo, come nelle cadenze solistiche e nel moto perpetuo conclusivo. Una struttura solida che esalta la dialettica tra i due strumenti e la scorrevolezza del discorso musicale. Anche qui, come in altre sue opere, Shor cala in un contesto formale classico-romantico la sua sensibilità aggiornata senza mai occhieggiare alle avanguardie novecentesche, ma risalendo alle radici stesse del complesso e variegato tardoromanticismo europeo.
Chiusura, infine, con la celeberrima Sonata in la maggiore di César Franck, già pensata in realtà nel 1859 per Cosima Liszt, ultimata solo nel 1886 (prima esecuzione a Bruxelles, con il violinista Eugène Ysaye cui la composizione è dedicata, e l’anno seguente a Parigi). Nonostante la struttura ciclica che serve a conferire compattezza allo spartito, la Sonata rivela influssi sia wagneriani (nel cromatismo) sia bachiani (nei procedimenti contrappuntistici). Fu la prediletta di Marcel Proust, tanto da far supporre, ma senza ammissione dell’autore, che proprio questa fosse la Sonata di Vinteuil di cui si parla nella sua celebre Recherche.
Alla fine di una godibile serata musicale per bis, tra gli applausi, una serie di sapide Variazioni mozartiane.



