Torino Teatro Regio. Poulenc ed i suoi Dialoghi con l'Aldilà

Articolo di: 
Giulio Migliorini
Carmélites Photo Mattia Gaido

In piazza Castello a Torino, il Teatro Regio (opera ultima del grande architetto Carlo Mollino) è celato dietro un paramento murario storico che fronteggia il Castello del Valentino, la svettante superba chiesa di san Lorenzo, i verdi tigli del parco. Al Regio è andata in scena per sei recite dal 31 marzo al 12 aprile Dialogues des Carmélites, Opera in tre atti e dodici quadri di Francis Poulenc (i dialoghi sono di Georges Bernanos, e traggono spunto da una novella di Gertrud von Le Fort, die Letzte am Schafott, L’ultima al patibolo, del 1931. La prima esecuzione in italiano avvenne al Teatro alla Scala di Milano il 26 gennaio 1957, mentre quella in francese si tenne all’Opéra di Parigi il 21 giugno dello stesso anno), con la regia di Robert Carsen ripresa da Christophe Gayral, l’Orchestra del Teatro Regio di Torino diretta da Yves Abel. Ho assistito all’ultima recita, il 12 aprile alle ore 15:00.

Il fatto storico alla base dell’opera riguarda sedici Carmelitane del convento di Compiègne, a nord di Parigi, tra Beauvais e Laon (cattedrali spettacolari), osteggiate dalla rivoluzione perché simbolo dell'ordine costituito e ostacolo ai valori rivoluzionari di scristianizzazione, uguaglianza forzata e libertà intesa come rifiuto di vincoli religiosi. Furono loro confiscati i beni nel 1792, dovettero lasciare il convento, furono imprigionate nel 1794 alla Conciergerie di Parigi, processate e immediatamente ghigliottinate il 17 luglio di quell’anno, dopo aver preso l’ultima tazza di cioccolata. Andarono al patibolo cantando l’Ave Verum Corpus e il Te Deum. Sono state canonizzate il 18 dicembre 2024 da papa Francesco.

Blanche de La Force, fragile e tenace fanciulla di sangue nobile, per fuggire il mondo chiede al padre marchese di entrare nel Carmelo, il padre non ha il coraggio di opporsi. Alla priora racconta che è attratta da una vita eroica, ma questa, che sta per morire, la invita a non illudersi e la chiama al compito delle Carmelitane, la preghiera. Constance, un’altra novizia, è di umore allegro e ricorda le nozze del fratello, poi narra a Blanche che si muore ciascuno per qualcun altro, e che loro due morranno insieme. L’agonia della priora è vegliata dalla rigorosa Mère Marie. Blanche la visita, la morte avviene tra atroci tormenti. Le due novizie la vegliano, ma quando Constance esce, Blanche non riesce a stare sola col cadavere e fa per fuggire. Mère Marie la invita a non pensare alla mancanza: il giorno dopo ci sarà il dolore più che il rimorso. La nuova priora raccomanda alle suore la preghiera. Il cavaliere de La Force è ammesso a colloquio con la sorella: sta per lasciare la Francia, vorrebbe che lei si spostasse, ma Blanche si sente sicura. Dopo la partenza del cavaliere, il cappellano annuncia che è stato esautorato, e arriva la notizia della confisca dei beni da parte dell’Assemblea legislativa. Le suore sono smarrite di fronte ai commissari. Le Carmelitane decidono di sacrificarsi, ma Blanche fugge. La casa del marchese da poco ghigliottinato è in rovina, qui Blanche incontra Mère Marie che cerca di convincerla a nascondersi e le fornisce un indirizzo sicuro. Le suore sono condannate a morte e passano alla ghigliottina cantando il Salve Regina, che ad intervalli irregolari affievolisce. Ultima è Constance. Blanche giunge cantando gli ultimi versi del Veni Creator, ineluttabili e tagliati dalla lama inesorabile. La folla si disperde.

Nello spazio della scena, ideato con grande maestria da Michael Levine, si compenetrano folle in passaggio che portano e tolgono oggetti dando vita ai quadri mirabilmente legati dagli interludi (manca purtroppo l'interludio dialogato a metà del terzo atto), respiranti nella pelle bianca di tre alte pareti ortogonali, come l’interno di un cubo immane che salga e scenda per lasciar entrare ed uscire i personaggi. Tavoli e panche, suppellettili, drappi, ceste, vasellame, creano le scene assieme ai personaggi che vivono in esse. Qui si vede la serena semplicità del convento, dove le azioni ordinate ruotano nel giorno e nell’anno, dove a Natale arriva sempre il Piccolo Re di Gloria. La poltrona del marchese è l’autorità dell’Ancien Régime, e velata diventa la sedia della priora, buttata all’aria diventa simbolo della rivoluzione, ma anche dell’infanzia passata di Blanche e della morte del padre.

La regia di Robert Carsen, ripresa da Christophe Gayral, è geniale, costruisce la storia con gesti significativi, immagini evocative, di grande impatto visivo. Il primo atto è quello della vocazione. Colpiscono all’inizio le espressioni del volto del marchese che beve un cordiale e parla del passato (une vitre vole en éclats), della nascita della figlia, la quale appare in scena come una visione in bianco, grida spaventata vedendo l'ombra del valletto, parla della vocazione mentre la folla si stringe al quadro familiare. La Madre priora si muove attorno alla poltrona, si intenerisce, carezza Blanche e le dona la tonaca. Le suore che lavorano silenziose alla cucina, al bucato, ai panni, creano l’ambiente spartano dove si intreccia il dialogo di Blanche e Constance. L’allegria della seconda che danzando fa volteggiare il drappo, il rimprovero della prima, il dialogare di vita e morte, sono fatti naturali. Nell’ultima scena dell’atto si vedono il letto della priora portato dalle sorelle, il cerchio delle suore bocconi a terra, la medicina sulla panca. La priora nel dolore si alza e si stende, delira, nulla si può fare per la sua sofferenza, è il Getsemani. Fa cadere a terra la medicina, barcolla. Blanche le porta il Rosario, ma lei lo getta lontano, sul suo volto si stende il bianco della morte.

All’inizio del secondo atto, campo della tentazione, vegliata dalle due novizie e coperta dal lenzuolo bianco la defunta è distesa sul tavolato. Le due novizie tolgono il tessuto e scoprono fiori variopinti. Le suore si chiudono in cerchio attorno ai fiori, se ne fanno dono, perché ‘nessuno lavora per se stesso’. Le consorelle ascoltano il discorso della nuova priora Madame Lidoine, si inginocchiano in bella prospettiva, poste come le statue di un portale gotico. Velate, poi, tagliano a metà la scena, creano la parete che divide il mondo dal Carmelo, assistono al dialogo di Blanche col fratello. Toccante il gesto dell’uomo che passa il muro di suore e cerca di salvare la donna. Lei si sposta dall’altra parte, puis on passe de l'autre côté, direbbe Werther nell'opera di Massenet, ed esce da dove lui è entrato. Le suore ricevono dal cappellano l’Eucaristia. Egli dona la stola rossa a Blanche, il rosso del martirio. Il popolo minaccioso entra, si ferma alle panche e serra le suore al centro. Il Piccolo Re di Gloria cade a terra, Blanche ne raccoglie i pezzi taglienti e l’atto termina precipitosamente.

Il terzo atto che marra il martirio, si apre su una folla che passa da sinistra a destra. Le suore sono disposte in largo arco di cerchio, fanno voto di sacrificarsi, sono ascoltate dal Cappellano, a due a due baciano il Vangelo. Blanche si dilegua, e umiliata nella sua casa rovinosa cucina uno stufato, mentre gruppi di cittadini si scaldano, bevono e parlano seduti accanto a tremolanti fiamme. la suora abbraccia disperata la poltrona del padre, accoglie Mère Marie che vorrebbe farla fuggire al sicuro. Le sorelle in carcere, appiattite come una montagnetta di cenere, ascoltano commosse le parole della priora. Il popolo è assiepato sotto le pareti bianche: le decine di caviglie e polsi nudi sembrano i nodi di un tappeto rustico, i tratti di un fregio popolare. Dopo l’assoluzione impartita dal cappellano le suore si avviano al martirio, larghe larghe sul palcoscenico, stese le mani al cielo, poi quasi unite come ali di colomba che vola, ancora a braccia aperte, stese in avanti, fatte scendere, mentre pregano il Salve Regina. Della ghigliottina ferale udiamo solo sibilare la lama. Una cade, supina come addormentandosi in croce, poi un’altra. Alcune sono stese nel riposo della luce eterna, le altre girano sul loro asse, con le braccia esprimono il loro Passaggio. Questa a destra si inclina come un fiore appassito, cerca la pace nella notte della Risurrezione. Sulle parole di Constance arriva da destra Blanche, che canta, cade, si stende nella luce. Buio.

Indimenticabili le luci del regista e di Cor van den Brink che inguainano le scene, mentre le ombre sulle pareti ne sono un’immagine, un riassunto in bianco e nero, a partire da quella 'minacciosa' del valletto col candeliere, che nel primo quadro giganteggia sulla parete di fondo, immersa in un alone luminoso. Stupendi i ventagli di luce che dardeggiano dal basso all’alto, levandosi le pareti perimetrali. La luce crea le atmosfere, è di cristallo, pervinca, cipria, pastello, bionda o azzurra, gaia o dolente. Durante la vestizione di Blanche è immacolata e piove dal cielo, mentre è dorata quella del quadro successivo con le suore al lavoro, che sbalza l’ambiente come in un quadro di Velázquez o Ribera. Alla morte della priora, l’ombra precisa del letto spartano disegna sulla parete laterale un profilo di volto non immemore di Picasso, dove i bordi del cuscino puntano in alto come escrescenze coniche. Nella veglia del secondo atto sono belle le dieci coppie di lucine sulle panche, è metafisico il chiarore che inazzurra i veli come metafora di una vita velata di cielo. Al discorso della nuova priora, le ombre delle suore sono come cipressi o rocce levigate, ferme di fronte alla sagoma mobile di Madame Lidoine. Al terzo atto le suore nel convento rovinato dalla rivoluzione proiettano multipli contorni che si compenetrano come in una visione di cristalli d’ambra tagliati dalla luce del mattino, come in un dipinto di Marcel Duchamp. Nella buia casa distrutta di Blanche le ombre sono fioche, la fiamma della cucina si alza sul suono drammatico dell’orchestra, viva come la sua parola disperata. Al carcere le suore sorgono dalla cenere nella luce zenitale, al martirio le Carmelitane sono nel bagliore chiarissimo, come rapite in un fuoco celeste.

Le vesti dei personaggi, create da Falk Bauer, sono un gradito tuffo nel passato. Nello spazio metafisico si muovono personaggi nei costumi dell’epoca, con parrucche e redingote i nobili (rosso sangue il marchese, violetto come la penitenza il cavaliere), con vesti talari e alcune cappe bianche le suore. Magnifico l'ampio abito nivale che indossa Blanche all’inizio, nella sospesnsione tra la nobile origine e la nuova vita in Cristo. Le vesti dei cittadini sono uniformi, scure e sobrie. All’ora dell’esecuzione, le monache sono in lunghe tuniche candide: la grazia divina conduce alla salvezza.

Il cast vocale è di alto livello. Il soprano Ekaterina Bakanova impersona Blanche de La Force rendendo tangibile il complesso passaggio di una petite lièvre che grazie alla preghiera diventa una martire impavida, una fulgida Sposa di Cristo. Per lei la volontà di Dio è comme toute l’immensitè du ciel dans une goutte d’eau (atto I, quadro I), e poi J’ai falli de morir… rien ne peut m’atteindre, attesta al fratello nel bel duo del secondo atto, dove le parole nous allons combattre sono stese su una melodia dolcissima. La voce è ampia e scorrevole, il canto è puro ed intonato.  Il baritono Jean-François Lapointe ha nel timbro l’autorità, la potenza e l’età di un nobile dell’Ancien Régime. La parte scenica è ottima e il ruolo del marchese è perfetto per lui. Il tenore Valentin Thill (la memoria va al grande tenore Georges Thill) ha una bellissima voce ben appoggiata, luminosa, facile, fuori del comune, stupendamente giovane e limpida, le gel au coeur de l’arbre, detto parlando della salute della sorella, o presque des défis, quasi delle sfide, cantato con un filo di voce al secondo atto, restano nella memoria.

Una fuoriclasse si dimostra il contralto Sylvie Brunet-Grupposo, nella importante e complessa parte della priora Madame de Croissy. La voce è contraltile e bellissima, di quelle che non si sentivano da tempo. Qui traspare la dolcezza e il rigore, assieme alla paura della morte, in un ritratto a tinte forti. La raccomandazione la prière seule justifie notre existence è seguita poco dopo dalla constatazione di quanto poco sia valsa la meditazione, perché al momento della morte lei rimane absoluement seule, perché l’angoscia è una maschera di cera che non strappa nemmeno avec mes ongles. Ne vous méprisez jamais, non vi disprezzate mai, comanda a Blanche, e vale per ciascuno che ascolta. Bene il canto del soprano Sally Matthews nella parte della nuova priora Madame Lidoine, autorevole nel discorso dove parla di virtù, preghiera e martirio, amorevole come una madre che abbraccia le figlie nel momento supremo della Conciergerie. Liliale e fresca come acqua sorgiva la voce della novizia Soeur Constance, interpretata dal soprano Francesca Pia Vitale. Lei porta il tema bellissimo del trasferimento della grazia, spiega a Blanche all’inizio del secondo atto che la morte è stata dura per la priora, così qualcun’altro potrà morire più dolcemente, come calzando una veste larga. La sua umiltà è intessuta di gioia, e con bellissima inflessione, mentre stira un panno, spiega mais ce qu’on me commande m’amuse. In prigione, con fede ferma mostra alle altre che la perduta Blanche tornerà nel Carmelo, A cause d'un rêve que j'ai fait

Mère Marie, interpretata dal mezzosoprano Antoinette Dennefeld, completa il discorso della priora con ampi squarci luminosi richiamando alla preghiera, e la sua voce è ricca di dorate inflessioni. La suora battibecca autorevolmente col primo commissario alla fine del secondo atto, quando la musica di questo personaggio, finemente interpretato dal tenore Matthieu Justine, ricorda dappresso quella di Modest Mussorgskij, forse il personaggio di Kouz’ka nella Chovanščina. Il tenore Krystian Adam impersona benissimo il cappellano, l’Aumônier, e attacca con voce timbrata e intonata l’Ave Verum Corpus nella quarto quadro dell’atto secondo. Infine si ricorda il crudele Geôlier del baritono Isaac Galán, che interpreta anche il secondo commissario, e che nel penultimo quadro dell'opera elenca le suore condannate a morte come recitando una filastrocca, con ottima adesione alla parte. Bravi tutti gli altri interpreti e ottimo il copioso gruppo delle Carmelitane.

Preziosi sono gli interventi del Coro del Teatro Regio guidato da Gea Garatti Ansini. Dal velo di luce dell’Ave Maria all’inizio del secondo atto, al solenne Ave Verum Corpus cantato al suono delle arpe, al sinistro Ça ira (andrà bene) che si ode dietro le quinte (ritornello della rivoluzione francese), in chiusura del secondo atto. Meravigliosa e commovente la melodia del Salve Regina finale, una delle più alte creazioni di Poulenc, qui resa col fuoco nelle vene.

L’Orchestra del Teatro Regio di Torino diretta da Yves Abel è in gran forma e aderisce come un guanto alla splendida partitura. In buca si vedono molti fiati, due arpe, il pianoforte, numerose percussioni. All’inizio dell’opera la menzione di un petit pâtre è accompagnata dal suono luminoso dell’ottavino. Splendido l’interludio che precede la morte della priora, con l’assolo del corno inglese, lo strumento del pastore nel Tristan di Richard Wagner. Poi si ode la melodia dell’assenza all’inizio del secondo atto, si sussulta alle velate beffe delle trombe quando Blanche schizza atterrita dalla camera ardente. La melodia di due note al duetto di Blanche col fratello, fatta di luce e buio, resta in testa per un pezzo, è massenetiana, lirica, alta. Questa torna poi nell’atmosfera desolata del carcere al terzo atto, simbolo di Blanche lontana (che ha tradito come san Pietro). Qui le volute intagliate dai legni sul tessuto degli archi hanno certo il profumo e la superficie levigata delle foglie dell’Orto degli ulivi. Le trombe svettano sulle percussioni alla pronuncia della condanna, sigillata sottovoce dall’orchestra. Infine, la fanfara degli ottoni al quadro dell’esecuzione, il suono raggelante della ghigliottina, il silenzio.

Applausi copiosissimi per tutti gli interpreti. All’uscita, passando accanto al Palazzo Carignano di Guarino Guarini, nella mente brilla palpitante qualche melodia dell’opera.

Pubblicato in: 
GN25 Anno XVIII 20 aprile 2026
Scheda
Titolo completo: 

Teatro Regio di Torino
Dialogues des Carmélites
Opera in tre atti e dodici quadri
Musica di Francis Poulenc
Libretto di Francis Poulenc tratto dal dramma di Georges Bernanos (adattamento autorizzato da Emmet Lavery, basato su un racconto di Gertrud von Le Fort e una sceneggiatura di Padre Bruckberger e Philippe Agostini)

Dal 31 marzo al 12 aprile

Prima rappresentazione assoluta: Milano, Teatro alla Scala, 26 gennaio 1957

Yves Abel direttore d'orchestra
Robert Carsen regia
Christophe Gayral ripresa della regia
Michael Levine scene
Falk Bauer costumi
Robert Carsen, Cor van den Brink luci
Philippe Giraudeau coreografia
Ian Burton drammaturgia
Alejandra Gonzalez assistente alle scene
Bettina Hinteregger assistente ai costumi
Gea Garatti Ansini maestro del coro
Orchestra e Coro del Teatro Regio
Allestimento Dutch National Opera

Personaggi ed interpreti
Marchese de La Force, Baritono - Jean-Francois Lapointe
Blanche de La Force, Soprano - Ekaterina Bakanova
Cavaliere de La Force, Tenore - Valentin Thill
Madame de Croissy, Contralto - Sylvie Brunet-Grupposo
Madame Lidoine, Soprano - Sally Matthews
Madre Marie, Mezzosoprano - Antoinette Dennefeld
Suor Constance, Soprano - Francesca Pia Vitale
Madre Jeanne, Contralto - Lorrie Garcia
Suor Mathilde, Mezzosoprano - Martina Myskohlid (Regio Ensemble)
Il cappellano, Tenore - Krystian Adam
L'ufficiale e Thierry, Baritono - Roberto Accurso
Il carceriere e Secondo Commissario, Baritono - Isaac Galán
Monsieur Javelinot, Baritono - Eduardo Martínez (Regio Ensemble)
Primo Commissario, Tenore - Matthieu Justine