- Articolo di:Giulio Migliorini
‘Dite: non foste mai convalescente/ in un aprile un po’ velato? È vero/ che nulla al mondo, nulla è più soave?’ recitava ‘La passeggiata’ di Gabriele d’Annunzio, ed anche me quest’opera singolare ha beneficato. Pelléas et Mélisande, dramma lirico in cinque atti e dodici quadri di Claude Debussy su libretto di Maurice Maeterlinck, rappresentato la prima volta il 30 aprile 1902 all’Opéra-Comique di Parigi, va in scena tra il 22 aprile e il 9 maggio 2026 al Teatro alla Scala di Milano per sei rappresentazioni. Assisto alla seconda, domenica 26 aprile alle ore 14:30. L’Orchestra della Scala è diretta da Maxime Pascal, la regia è di Romeo Castellucci.
Trieste Teatro Verdi. Il mito della fragile Cio-Cio-San
C’è qualcosa di inevitabilmente rituale nel ritorno di Madama Butterfly, sul palcoscenico del Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste. Viene ripreso il fortunato allestimento del 2019 di Madama Butterfly di Giacomo Puccini firmato per la regia di Alberto Triola e sul podio il maestro Giulio Prandi, in sei serate dal 2 al 12 aprile.
Il capolavoro di Giacomo Puccini, tra i titoli più amati e più esposti alla routine interpretativa, rischia spesso di apparire come un appuntamento prevedibile del repertorio e di far dimenticare l’innamoramento che il compositore lucchese ebbe per la Butterfly quando nel 1900 a Londra ne vide al Duke of York’s Theatre la rappresentazione del dramma in un atto di David Belasco, nonostante la sua totale incomprensione della lingua inglese.
E invece la terza ripresa dell’allestimento di produzione triestina, firmato da Alberto Triola, dimostra come la tragedia della piccola geisha possa ancora sorprendere e commuovere, quando regia e concertazione trovano una comune linea poetica, caratterizzandosi per misura, eleganza e consapevolezza storica.
Si sa che l’allestimento del regista milanese non cerca di sorprendere con letture radicali, trovando piuttosto la propria forza nella cura dell’immaginario estetico, nella poetica delle luci e degli oggetti – rifuggendo consapevolmente da ogni tentazione folkloristica – e nella chiarezza narrativa della drammatica vicenda che descrive il passaggio, per una ragazzina di quindici anni (tanti ne ha Ciò-Ciò-San), dall’illusione dell’amore romantico alla tragedia della realtà.
La regia di Triola funziona ancora e rivela, al contrario, una maturità scenica che accentua quella dimensione evocativa e intimista del racconto – vicina al romanzo Madame Crysanthéme di Pierre Loti, da cui Belasco aveva attinto per la sua riduzione teatrale - spostando il centro dell’opera nell’immaginazione e nelle emozioni di Butterfly.
In questa prospettiva, Triola evita ogni gesto enfatico e privilegia invece un linguaggio fatto di allusioni, di movimenti contenuti e di immagini simboliche. Resta sempre salda la visione romantica di un’adolescente che sogna l’amore, vive di nostalgia e paga il prezzo di un mondo lontano geograficamente e culturalmente, dove due culture si incontrano, non si capiscono, si scontrano fino al tragico epilogo, emblema di uno scontro di civiltà non ancora concluso.
Da qui è evidente che l’allestimento triestino, evitando programmaticamente l’enfasi melodrammatica, si impernia su una tragedia che si consuma lentamente nello scavo psicologico, quasi con pudore della protagonista, deludendo forse i più tradizionalisti. Ma proprio nell’energia controllata dell’azione, nell’addensarsi a poco a poco degli eventi, ha il grande merito di lasciare alla musica il compito di sedurre emotivamente lo spettatore per accompagnarlo verso il finale, sino a un cinematografico hara-kiri, con un crescendo costruito attraverso atmosfere e precise relazioni sceniche.
La cifra registica è, dunque, chiara e quasi ingegneristica. Rimarca la distanza dal naturalismo descrittivo e da ogni facile cliché o japonaiserie per affrontare, piuttosto, il paesaggio dell’anima della sposa bambina, commentato da piccoli dettagli poetici che punteggiano il racconto: dai colorato fiori di carta, a petali e foglie cadenti, dagli ombrellini variopinti alle luminose lanterne di carta di riso che si sollevano leggere nello spazio. Ne emerge un’estetica minimalista, quasi zen, che riflette l’interiorità fragile e al tempo stesso coraggiosa, sognante e determinata di Cio-Cio-San.
L’impianto scenografico essenziale, firmato da Emanuele Genuizzi e Stefano Zullo, costruito su piani orizzontali da pannelli scorrevoli, suggerisce coerentemente, un Giappone rarefatto, quasi mentale, dove anche le luci (a cura di Stefano Capra), decisive nel disegno complessivo, modellano spazi e atmosfere dell’animo umano e dove la protagonista appare sospesa tra sogno e destino, come se il mondo che la circonda fosse già filtrato dalla memoria e dalla nostalgia, complice anche quel velo che separa la platea dalla scena – sul quale non tutta la critica converge favorevolmente – ma che in realtà funzionalmente ha il gran pregio di amplificare e sottolineare la proposta registica.
In questa tensione visiva e drammaturgica in cui si sviluppa la tragedia, particolarmente efficace e non meno importante è anche il continuo sottolineare il contrasto culturale tra Oriente e Occidente: il rito e il silenzio da una parte, l’energia pragmatica e superficiale dall’altra. Uno scontro tra mondi emotivi e approcci alla vita che ci parla ancora oggi.
Se dunque si tratta di una conferma per una Butterfly di grande eleganza visiva, vera sorpresa dell’edizione triestina è la direzione del maestro Giulio Prandi, che alla guida dell’Orchestra della Fondazione del Teatro debutta nel titolo pucciniano. Il direttore pavese, molto apprezzato nel repertorio barocco, ha proposto una lettura sorprendente per intensità e senso teatrale, sottolineandone l’empito lirico musicale, alla ricerca delle preziosità pucciniane, arricchendo la tavolozza timbrica di sfumature pittoresche, sostenendo il palcoscenico con un fraseggio attento alla parola scenica.
L’Orchestra del Verdi risponde con partecipazione, disegnando un tessuto sonoro ricco di colori con un felice risalto armonico, timbrico e ritmico. Ne è risultata una felice concertazione energica e sensibile insieme, capace di restituire la malinconia luminosa della partitura pucciniana dove uno dei momenti più toccanti resta sempre il celebre coro a bocca chiusa del secondo atto, preparato con cura da Paolo Longo: una sospensione sonora che avvolge la scena come un respiro collettivo, tra mestizia e lamento funebre, attesa e rassegnazione.
Tra i debutti nei ruoli di questa edizione spicca nel primo cast quello del soprano Olga Maslova nel ruolo della protagonista. La sua interpretazione si è distinta per sensibilità e progressiva intensità drammatica: la voce, dal registro acuto saldo e brillante negli acuti, trova nel corso dell’opera un’espressività sempre più intensa, che ha restituito una Butterfly intima, delicata, quasi pudica nel dolore.
Accanto a lei, il Pinkerton di Antonio Poli, tenore lirico elegante dal bel timbro e facilità di emissione, è stato scenicamente misurato, offrendo un ‘interpretazione lontana da ogni accenno cinico o spavalderia seduttiva, mentre Ambrogio Maestri, baritono di grande mestiere, ha scolpito uno Sharpless autorevole e umano, coscienza morale ma impotente nel dramma della vita. Ottima anche la Suzuki di Michela Guarnera, così come efficaci sono risultari gli interventi di Andrea Schifaudo (Goro) e Dario Giorgelé (Principe Yamadori).
Un allestimento, quello triestino dove regia e musica hanno dialogato con intelligenza, e dove un titolo frequentatissimo come Madama Butterfly è riuscito ancora a riconquistare il suo mito: quello di una tragedia fragile e universale, che continua a parlare al presente con la forza della musica.



