- Articolo di:Livia Bidoli
Un'opera di Gioachino Rossini molto particolare, con vari finali, che torna con grande verve al Teatro dell’Opera di Roma dopo ventidue anni: la regia della palermitana, ora di stanza a Roma, Emma Dante, ed il Direttore musicale del Costanzi Michele Mariotti sul podio, al suo debutto per questo melodramma eroico rossiniano. Tancredi è stato accolto con un tutto esaurito in tutte le serate, dal 19 al 29 maggio scorsi.
Trieste Teatro Verdi. Romeo e Giulietta in prosa e lirica
Sul palcoscenico del Teatro Verdi di Trieste accade qualcosa di ricercato: l’opera lirica e la prosa condividono lo stesso palcoscenico, la stessa visione registica e un unico respiro drammaturgico. Un progetto articolato che intreccia elementi inconsueti. Fino al 24 maggio 2026 l’Ente lirico ospita un inedito dittico dedicato agli amanti più celebri della storia del teatro, alternando il Roméo et Juliette di Charles Gounod al Romeo e Giulietta shakespeariano con la regia unica di Paolo Valerio. Un’operazione culturale ambiziosa e raffinata, nata dalla collaborazione fra Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste e Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia insieme a Teatro Biondo Stabile di Palermo, Teatro Stabile di Catania e Centro Teatrale Bresciano.
Il risultato è un dialogo continuo fra linguaggi, epoche e sensibilità che si spinge fino a sfiorare un rischio: quello di smarrirsi, sopraffatti dalla complessità. Il regista veronese mette insieme il Cinquecento di Shakespeare, l’Ottocento lirico francese di Gounod e una contemporaneità, attraversata da conflitti, memorie e ferite ancora aperte, ambientata tra Trieste e Sarajevo. Ma è proprio questa tensione che lega passato e presente e rende il progetto triestino – frutto di intelligenze condivise e prospettive convergenti – interessante nella stagione tratrale italiana dove il tutto si lega grazie all’ideazione di forte coerenza visiva e simbolica.
Ne è un segno evidente già l’impianto scenico, firmato da Francesca Tunno, fondato sul riflesso di un enorme specchio inclinato – che ci apre a un secondo livello percettivo – e da un passerella mobile, che muta di funzione e significato. Due semplici elementi che, insieme allo sfondamento della quarta parete, diventano un dispositivo teatrale mobile, capace di trasformarsi da spazio bellico a luogo dell’intimità amorosa, da casa a chiesa, da Castello (di Miramare) alle macerie dei Balcani. E ancora: dagli scorci più suggestivi e romantici agli angoli piu crudi e spogli della capitale bosniaca, grazie a mutevoli curate da Alessandro Papa e Daniele Rosselli.
Un impianto evocativo, dalle prospettive multiple, fortemente straniante, grazie al riflesso dello specchio, che nelle intenzioni, esplicitate dal regista, richiama l’estetica dello scenografo ceco Josef Svoboda, fatta di effetti multimediali e integrazione tra spazio, luce (firmata dal bravissimo Claudio Schmid) e movimento, per attraversare registri differenti senza mai perdere unità.
A debuttare per prima, l’8 maggio scorso, è stata l’opera lirica. Per l’opera di Gounod, uno degli esempi più raffinati dell’opéra lyrique francese, fatta di eleganza della linea melodica e centralità dell’introspezione amorosa, il regista veronese opera una prima forzatura: sposta l’azione da Verona a Trieste, ai tempi del conflitto italo-austriaco. Apre con un vortice cinematografico tra immagini della prima guerra, pioggia battente e un mare sferzato dalla Bora. Ci porta dentro un universo vibrante e poetico per impatto e cromatismo. Tutto sembra fatto per colpire i sensi: dai colori, alle luci all’incenso usato da Fra Lorenzo, trasformando lo spettacolo in un’esperienza volutamente immersiva, prova di dialogo non semplice con la modernità della scrittura di Gounod.
Su questa linea registica la produzione triestina trova i suoi interpreti ideali nel soprano armeno Nina Minasyan, che regala una Juliette di grande purezza vocale, timbro cristallino, agilità luminosa e fraseggio elegante. L’aria del veleno, accolta da grandi applausi, è stata affrontata con tale intensità da meritarle gli applausi scroscianti, e ci restituisce una Juliette fresca e credibile. Accanto a lei il tenore messicano-americano, Galeano Salas, costruisce con la sua voce dorata un Roméo dal suono caldo e pastoso, scenicamente convincente, capace di slanci lirici intensi senza mai perdere morbidezza espressiva e precisione del fraseggio. Gli applausi scroscianti della prima confermano il successo di una coppia scenicamente e vocalmente perfettamente assortita. La coppia è affiancata da un cast di buona qualità tra cui spiccano il Mercutio elegante e autorevole di Christian Federici, applaudito al debutto nella sua città, e lo Stephano brillante di Nina van Essen.
La direzione d’orchestra è del giovane maestro Leonardi Sini, attualmente uno dei giovani talenti più interessanti e già ben accolto su palchi del calibro di Maggio Musicale Fiorentino, Tokyo, Deutsche Oper Berlin, Opera Australia e Opéra National de Paris. Sini, al debutto sul podio triestino, colpisce per attenzione e sensibilita, guidando un’Orchestra della Fondazione in gran forma e il Coro, ben preparato da Paolo Longo. Il maestro sardo valorizza le sfumature timbriche e i sentimenti della partitura di Gounod, ricercando l’equilibrio fra slancio romantico e precisione formale.
Se la lirica colpisce per ridondanza cromatica evocativa, con preciso richiamo al lirismo romantico, nella versione in prosa, in scena sino al 18 maggio, si compie una scelta radicale e si sceglie invece il rigore monocromatico per trasportarare la tragedia shakespeariana dentro l’immaginario crudo della guerra nei Balcani. Le immagini di Sarajevo, la violenza etnica, i cecchini giunti dall’estero, le macerie morali di un’Europa ferita, irrompono nel “tempio” della lirica triestina con una forza visiva brutale, pari ad un pugno nello stomaco, per denunciare tutta l’assurdita della guerra, di tutte le guerre.
L’allestimento, quasi interamente giocato sul bianco e nero, assume i contorni di un reportage teatrale sulla devastazione contemporanea. In scena la fisicità richiesta ai giovani interpreti è estrema, la recitazione nervosa e febbrile. E il cast – da Giacomo Albites Coen (Romeo) a Caterina Truci (Giulietta) passando per Pietro Sparvoli (Mercutio) e Pietro Desimio Tebaldo) – risponde con intensità e rigore, mantenendo sempre vivo il delicato equilibrio fra energia giovanile e tragedia imminente, tra l’urgenza dell’amore e il l’incombenza della morte, che questa volta arriva per mano dei cecchini.
Di particolare interesse anche la presenza, nella produzione di prosa, delle belle musiche originali di Valter Sivilotti, dal sapore balcanico, eseguite dal vivo dall’Orchestra del Verdi: un elemento raro nel teatro di parola, che contribuisce a rendere ancora più permeabile il confine tra i due spettacoli.
Un’operazione, nel complesso ben riuscita, che si conferma di non essere tanto un raffinato esercizio di stile quanto una riflessione sulla forza del teatro contemporaneo e sulla capacità dei classici di interrogare il presente. La tragedia di Romeo e Giulietta, attraversando Shakespeare e Gounod, si trasforma in scena in una meditazione sull’odio collettivo, sulla violenza delle appartenenze e sulla fragilità dell’amore davanti alla storia. E in quello specchio gigantesco che domina la scena finiscono per riflettersi tutte le inquietudini del nostro tempo.



