- Articolo di:Livia Bidoli
Un'opera di Gioachino Rossini molto particolare, con vari finali, che torna con grande verve al Teatro dell’Opera di Roma dopo ventidue anni: la regia della palermitana, ora di stanza a Roma, Emma Dante, ed il Direttore musicale del Costanzi Michele Mariotti sul podio, al suo debutto per questo melodramma eroico rossiniano. Tancredi è stato accolto con un tutto esaurito in tutte le serate, dal 19 al 29 maggio scorsi.
Tuner/L’accordatore. New York, il suono e l’ambiguità morale
Con Tuner/L’accordatore, Daniel Roher, già premio Oscar per il documentario Navalny, realizza un film costruito su un’idea tanto semplice quanto efficace: un giovane accordatore di pianoforti, dotato di un udito ipersensibile (come il Daredevil del Marvel Cinematic Universe), scopre che la stessa facoltà che gli permette di restituire armonia ad alcuni vecchi strumenti musicali (soprattutto pianoforti) può essere usata per aprire casseforti. Il protagonista, Niki White, interpretato da Leo Woodall, subirà una metamorfosi: da tecnico del suono a uomo sospeso fra arte e illegalità, vocazione e sopravvivenza.
Il film poi si rivelerà essere una specie di thriller heist (traducibile in italiano come "film del colpo grosso"): un sottogenere del giallo basato su storie criminose in cui un gruppo di individui (o una gang specializzata) organizza e mette in atto un grande colpo in maniera accurata, che si tratti di una rapina, un furto o una truffa. Questi ingredienti nel film sono tutti presenti, ma coniugati con una dose persino eccessiva di romanticismo, dove si gioca il dramma dell'identità e della peculiare creatività del protagonista.
L'idea di base del film, quella dell'iperacusia del protagonista, funziona bene perché non è puramente meccanica. Per Niki i suoni rappresentano la misura del suo talento, ma anche una sorta di tortura implicita: sono la sua grazia e la usa malattia, il suo talento e la sua tortura. Il regista costruisce l’intero film attorno a questa paradossale soggettività acustica. E non a caso la trama tocca i picchi più intensi quando la dinamica dell'ascolto scandisce la vita del protagonista, mentre si appiattisce quando segue i binari prevedibili del colpo criminale. L'ascolto millimetrico dei suoni non è una mera decorazione, ma proprio l'anima del racconto: è come se Roher ci chiedesse di percepire il mondo come lo percepisce Niki, fra eccesso, minaccia, silenzio e precisione: il film è stato pensato “per il suono”, come un’opera da sound designer; e la presenza di Johnnie Burn, tecnico del suono già premiato per La zona di interesse, non è un dettaglio secondario.
Ma il punto più interessante, e forse meno esplicitamente tematizzato, è l’ebraicità del film. Ovviamente Tuner non è un film “sull’ebraismo” in senso diretto; non parla di religione, accenna solo alla Shoah, la memoria e l'identità comunitaria ricorrono solo en passant. Eppure è attraversato da un’evidentissima atmosfera ebraico-newyorkese, che ricorda un po' un certo Woody Allen. Sono i nomi, i volti, le battute, le posture, ma anche le figure di mentori e di predatori. Harry Horowitz, interpretato da Dustin Hoffman, è il polo luminoso di questa costellazione: vecchio artigiano della musica e padre simbolico, uomo segnato dalla cura e dal declino, ma ancora capace di trasmettere un mestiere e una forma di dignità. Accanto a lui c’è Marla, interpretata da Tovah Feldshuh, che radica ulteriormente il film in un ambiente ebraico urbano, colto, familiare, tenero e fragile.
Dall’altra parte, però, ci sono Uri, Benny e Yoni: la gang. Anche loro appartengono allo stesso orizzonte identitario, ma ne incarnano il lato oscuro, più duro, violento e pragmatico: la sua essenza criminale. Lior Raz conferisce a Uri una fisicità minacciosa e controllata: è l’uomo che capisce subito come trasformare il talento di Niki in arma. Qui sta una delle scelte più intelligenti del film: gli ebrei non sono né santificati né demonizzati in blocco. Sono sia i buoni sia i cattivi. Sono l’artigianato, la musica, la cura, la trasmissione; ma anche il denaro, la coercizione, la manipolazione, il crimine. Il bene e il male non sono distribuiti fra comunità contrapposte, ma dentro la stessa costellazione culturale. Proprio per questo Tuner evita tanto il santino quanto la caricatura.
Il contrasto fra Harry e Uri è dunque il vero asse morale del film. Harry accorda, Uri scardina. Harry ascolta per restituire armonia, Uri ascolta per violare una chiusura. Harry vede in Niki un figlio, Uri una risorsa. Entrambi riconoscono il suo talento, ma lo indirizzano in direzioni opposte. E Niki resta in mezzo, sedotto dalla possibilità di usare la propria ferita come mezzo di riscatto. Il film non sempre è profondo quanto vorrebbe, ma è più elegante e più intelligente di molti thriller contemporanei.
Leo Woodall funziona perché non interpreta Niki come un genio romantico, ma come un ragazzo vulnerabile, a tratti smarrito, moralmente disponibile all’errore. Havana Rose Liu, nel ruolo di Ruthie, porta una grazia meno convenzionale di quanto il personaggio dell’interesse sentimentale potrebbe far temere. Ma la partita, ancora una volta, si gioca soprattutto fra Dustin Hoffman e Lior Raz: il primo con il calore di una tradizione attoriale ormai quasi perduta, il secondo con una secchezza contemporanea, brutale, poco consolatoria.
Un'ultima notazione: l’udito ipersensibile di Niki richiama inevitabilmente, almeno per chi abbia familiarità con l’immaginario Marvel, quello di Daredevil: anche lì la percezione acustica diventa una forma di conoscenza superiore, quasi una seconda vista, capace di trasformare il mondo in una mappa di vibrazioni, rumori, battiti, presenze. Ma Tuner compie un’operazione molto diversa e più dimessa: toglie a quella facoltà ogni alone supereroico e la riporta dentro una zona clinica, artigianale e moralmente ambigua. Niki non diventa un giustiziere urbano o un vigilante; resta un giovane uomo ferito e vulnerabile, il cui talento può servire tanto ad accordare pianoforti quanto a scassinare casseforti. Dove Daredevil sublima il trauma in missione etica, Tuner lo abbassa a mestiere e tentazione. Ed è proprio questo slittamento a rendere il film interessante: l’iperacusia non è un dono puro, ma una menomazione che il mondo, prima artistico e poi criminale, impara a sfruttare.



