Tutto per amore: paradossi in scena al Teatro dei Contrari

Articolo di: 
Stefano Coccia
Tutto per amore

Amore o gabbia? Sincero bisogno reciproco o “Sindrome di Stoccolma”? Genuina ricerca di affetto o volontà di controllo?  Sentimenti di natura contrastante e contraddittoria ci sono stati proposti di recente, tra teatro e grande schermo, in una chiave decisamente paradossale. E per parlarne con maggior accuratezza partiamo proprio dal palcoscenico. O, per meglio dire, dal palco del Teatro dei Contrari, dove tra fine febbraio e inizio marzo era andato in scena  Tutto per amore, spettacolo urticante, complesso, scaturito peraltro da un testo di Vito Buffoni già vincitore del concorso di drammaturgia Il canotto parlante, edizione 2024/25.

La sinossi ufficiale dello spettacolo può qui valere da intro: “Oscar e Angelo. Due persone profondamente diverse. Un uomo e un ragazzo di 18 anni. Che cosa li lega? Un amore potente che sfida la logica e il buonsenso, fatto di ricatti, porte chiuse e scantinati. Cosa è lecito fare per amore? Angelo vuole essere libero, come quegli scoiattoli che vede tutti i giorni attraverso le grate della finestra, ma ha paura, il mondo “esterno” lo terrorizza. Ma ormai ha 18 anni, non può più dipendere totalmente da Oscar. Deve uscire e affrontare il mondo. Un fuori che non conosce, pieno di insidie. Allora la terapia. Per superare le sue paure e cambiare il modo di vedere le cose, per comprendere sé stesso e capire chi sia. Fino alla scelta di non adeguarsi a vivere in una società che si ferma alla superficie delle cose. Tornare a casa. Un atto d’amore verso sé stesso. Forse.” 

Kammerspiel allucinato che comincia a delinearsi nel silenzio, in un loop di azioni quotidiane che sembrano ripetersi all'infinito, tutto per amor proprio, grazie alla regia di Giorgia Piracci, così metodica, scrupolosa e apprezzabilmente ritmica: beneficia intanto di una sorta di appeal cinematografico che può sortire sullo spettatore un effetto immersivo; specie quando nella seconda parte dello spettacolo il ritorno di uno dei protagonisti in quella casa, che di fatto era stata per lui una prigione ma al contempo anche uno schermo dalle pressanti, angoscianti richieste del mondo esterno, fa di quell'ectoplasmatico quadretto in bilico tra vecchie abitudini e sopraggiunti cambiamenti, l'inedito portale in cui il presente e i ricordi, i fantasmi del passato, possono in qualche modo convivere.

Tali interazioni fisiche, spaziali e di natura emotiva, spirituale, sempre giocate sul filo del paradosso, sprigionano in scena un certo magnetismo giovandosi di ben studiate prossemiche, ogniqualvolta i protagonisti si incontrano. Complimenti pertanto a tutti gli interpreti. Con nota di merito per  Dario de Francesco, che si lascia scivolare addosso l'ambiguità del proprio personaggio restituendone tanto l'umanità differente che le piccole o grandi nevrosi.

A colpire il pubblico, più che la natura reale del rapporto tra i protagonisti, è comunque soprattutto l'anomalia della loro convivenza, quel “patto” più o meno implicito per cui si fa fatica a distinguere che cosa venga realmente imposto dal “padrone di casa” e quali motivi spingano “l'ospite” ad accettarlo, se più la paura o più il bisogno di protezione.

Quasi a replicare il più classico caso di “sincronicità junghiana”, pochi giorni dopo lo spettacolo sarebbe uscito nelle sale cinematografiche italiane Good Boy di Jan Komasa, da noi già intercettato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma. Singolari sono i modi che legano, da un'altra angolazione, l'ultimo lungometraggio del geniale cineasta polacco a questa originale e provocatoria pièce teatrale, sin dalla situazione di partenza ambientata per quanto concerne il film nel Regno Unito: il personaggio di Tommy, debordante teppistello energicamente interpretato da Anson Boon, pare uscito da uno dei momenti lisergici di Trainspotting o da qualche pellicola di Ken Loach su universo adolescenziale e proletario britannico.

Le sequenze iniziali, dal montaggio vorticoso e sincopato, sono per l’appunto un “tributo” alle sue serate balorde e piene di ininterrotte bravate, in compagnia di una fidanzatina usata come tappezzeria e di amici altrettanto fuori di testa, tra risse in discoteca, scopate facili, atti vandalici, alcol e droga. Tutto quel mondo, insomma, la cui vacuità e assenza di regole viene quotidianamente celebrata su certi social, che vanno da OnlyFans a TikTok. Nemesi (o catarsi?) inaspettata, l’intrattabile ragazzo viene rapito nel cuore della notte, in strada, da un apparentemente quieto uomo di mezz’età, Chris (il formidabile Stephen Graham, Golden Globe per la serie Adolescence), che vive in una vecchia villa nella brughiera assieme a sua moglie Kathryn (Andrea Riseborough) e al figlioletto Jonathan.

L’adolescente “hooligan” si ritrova così nella loro cantina, in catene, sottoposto a una sorta di “rieducazione politica” fatta di video sermoneggianti, punizioni anche fisiche qualora il ragazzo venga meno alle loro regole o abbia reazioni inconsulte, scomposte, persino premi e incoraggiamenti nel caso che dia invece l’idea di voler imparare la lezione. Intessuta di sottintesi, rimozioni e zone d’ombra, l’oscura vicenda che deve aver cambiato per sempre la vita di Chris e della sua famiglia è destinata a restare sullo sfondo, ma pare da subito il motore di una situazione tanto estrema, interpretabile anche all’insegna di un precedente lutto mai completamente rielaborato.

Fiaba “dark” d’ambientazione contemporanea, altro kammerspiel figlio dei tempi odierni, inconsueto “apologo morale”, Good Boy pone quindi le premesse di una insolita Sindrome di Stoccolma che però trascende la plausibilità delle reazioni psicologiche, le stesse dinamiche di genere (pur degnamente rappresentate nei momenti più tesi), proponendosi al contrario quale terreno di incontro/scontro tra differenti scale di valori, allorché il ricorso stesso alla violenza (complice la parallela vicenda della domestica d’origine macedone, da poco assunta in quella casa e parimenti alle prese con trascorsi brutali, drammatici) viene inteso dalle due parti in modo sensibilmente diverso. Singolare, da parte nostra, è constatare come cinema e teatro abbiano partorito, in tempi relativamente brevi, due storie per certi versi analoghe in grado di turbare, scioccare, ma al contempo far riflettere.

Pubblicato in: 
GN26 Anno XVIII 27 aprile 2026
Scheda
Titolo completo: 

Tutto per amore
Teatro dei Contrari
28 febbraio/1 marzo 2026
Testo: Vito Buffoni
Adattamento e Regia: Giorgia Piracci
Con: Alessio Comune, Dario de Francesco, Flavio Pomaro
Aiuto Regia: Anita Repele
Luci e Fonica: Simone Liberti
Foto di scena: Claudia Massara