- Articolo di:Teo Orlando
Giovanni Bellucci ha inaugurato a Roma la sua stagione concertistica il 9 gennaio 2026. La venue è stata, anche questa volta, la Sala Riario dell’Episcopio di Ostia Antica (che appartiene, non dimentichiamolo, al comune di Roma, checché ne dicano alcuni velleitari secessionisti). Ad attenderlo un vasto pubblico, con alcuni aficionados che seguono il Maestro da anni.
Verona Teatro Filarmonico. Medioevo futuristico per Ernani
In un pomeriggio di domenica nel cuore del mese di dicembre, il 14 in particolare, al Teatro Filarmonico di Verona è andata in scena la prima di Ernani, dramma lirico in quattro atti di Francesco Maria Piave con musica di Giuseppe Verdi, regia, scene, costumi e luci di Stefano Poda e direzione d’orchestra di Paolo Arrivabeni.
Il dramma ha luogo in Spagna e ad Aquisgrana nel 1519, anno in cui Carlo V divenne imperatore. La trama deriva da un dramma di Victor Hugo scritto nel 1830, che andò in scena col titolo di Hernani, o l’onore castigliano (un caposaldo del Romanticismo nascente) ed è un punto cruciale degli anni di galera di Verdi, subito successivo alle grandi opere corali del Nabucco e dei Lombardi alla prima crociata. L’opera fu scritta tra il 1843 e il 1844, e secondo le parole del suo compositore contiene “molto fuoco, azione moltissima, e brevità”. Questo lavoro è davvero uno dei migliori del periodo giovanile del Maestro di Busseto: tante pagine sono rimaste nel cuore dei melomani e degli appassionati di tutto il mondo, come le arie dei protagonisti, le infiammate cabalette, i pezzi d’assieme, i concertati, gli appassionati episodi corali, primo fra tutti “Si ridesti il Leon di Castiglia”, brano questo eseguito spesso durante serate dal programma antologico, non solo verdiane.
Nel primo atto ci viene presentato Ernani, un bandito di sangue nobile, ricercato dal re di Spagna Carlo V e innamorato riamato della giovane Elvira, nipote di Silva, duca e grande di Spagna. Il vecchio zio sta per sposare la fanciulla che il bandito vorrebbe rapire. L’arrivo di Ernani è preceduto da quello del re, anch’egli deciso al ratto. Silva scopre gli uomini presso la fidanzata, vorrebbe farli morire, quando gli è rivelata l’identità del re, e deve invece chiedere perdono. Ernani sarà spedito ad avvertire del pernottamento di Carlo nel castello di Silva e potrà così sfuggire alla morte.
Nel secondo atto il bandito giunto al castello di Silva in veste di pellegrino si intrattiene teneramente con Elvira ma è scoperto dallo zio, che vuole ucciderlo ma è impedito a consumare quest'azione dall’arrivo del re. Carlo vorrebbe la testa del bandito, ma Silva non può tradirlo. Al posto del masnadiero, il duca cede allora Elvira, per poi scoprire da Ernani che il sovrano è innamorato della giovane. Il rivale deve essere eliminato, ed Ernani promette a Silva che lo aiuterà nell’azione, assicurandolo anche in merito alla propria morte, che il duca potrà ottenere semplicemente soffiando in un corno da caccia, a patto che sia udito dalla vittima.
Gli ultimi due atti sono più brevi, e l’azione è fulminea ed essenziale. Nelle catacombe di Aquisgrana, presso la tomba di Carlo Magno, Carlo V assiste a una riunione dei congiurati che vogliono ucciderlo. All’annuncio della sua elezione a imperatore, Carlo decide di perdonarli, compiaciuto all’idea di emulare le virtù di Carlo Magno e mosso a pietà dalle parole di Elvira, la quale alla fine sposa Ernani. La coppia sembra essere felice, ma il suono del corno distrugge la serenità del dolce momento: Silva vuole la morte del bandito, e non servono le parole commosse degli sposi: la vendetta deve essere compiuta e l’onore deve essere salvato.
Stefano Poda ha firmato regia, scene, costumi e luci dell’allestimento, immergendo la trama in un medioevo futuristico, dove i lacerti del passato classico, le vestigia di statue corrose dal tempo o spezzate, ci appaiono inaccessibili, protette da grandi vetrate con struttura a maglia quadrata, oltre le quali vediamo anche il monumento equestre di Carlo Magno. Sul fondo della scena, al centro campeggia da subito una scritta verticale che troveremo ancora: “La bataille d'Hernani”, in francese per omaggiare la lingua di Victor Hugo, e che ci vuole indicare le dolorose vicissitudini dell’eroe protagonista.
All’inizio dell’opera, ci sono appoggiati in verticale sul proscenio una serie di libri neri, probabilmente simbolo anch’essi dell’illustre fonte letteraria. I libri sono portati sul fondo della scena alla fine del primo atto, e qualcuno del pubblico grida: “Era meglio se li portavi via!”. L’apparato scenico prevede poi un guscio parallelepipedo di impatto minaccioso, che sale e scende ad occultare o rivelare le vetrate oltre le quali stanno le statue. Le pareti nere del guscio sono traforate in migliaia di fessure geometriche, che in elettronica assomigliano alle “piste” di una scheda madre, e per cui penetra la luce di altri segni luminosi di forma analoga, ricavati sul fondo. Al secondo atto il guscio scende quando Silva ordina di armare “le torri del castello”, e resta a mezza altezza. Nel terzo atto e poi ancora nel quarto, l’idea della morte è suggerita da un cubo trasparente, che scendendo dall’alto finisce col chiudere il cammino a chi si trova sotto di esso: Carlo Magno apparso all’invocazione di Carlo V, mimi in candide vesti, e alla fine anche il protagonista. Dentro al cubo si vede talora anche un reticolo tridimensionale di luci, che tratteggia la profondità di uno spazio ignoto e incommensurabile.
Infine, al centro della scena è ricavato un disco rotante, sul quale stanno personaggi o statue a seconda della situazione, e che è forse metafora dell’orologio, del tempo che passa, delle stagioni della storia e della vita. Le luci sottolineano drammaticamente i momenti della vicenda, hanno impatto straniante e minaccioso e sono curate e disposte dallo stesso regista, che ci sorprende con lampi improvvisi, intreccia geroglifici a led con fenditure elaborate, lavora con superfici diafane, eteree, vitree, riflettenti, e ricava una gamma pressoché infinita di luminescenze in seno a quadri di impianto fantascientifico.
Il tenore Antonio Poli, nei panni del protagonista dell’opera, entra tutto in nero, ha una voce scura e intonata, ma all’inizio un poco ruvida, che nel prosieguo della trama migliora e compone infine uno stupendo quarto atto. “D’aragonese vergine” è sottolineato con passione nella prima aria, così come lucente è l’acuto alla parola “affanno”. Si nota poi il bel legato nella conduzione della cabaletta. Al secondo atto il tenore è occultato da un cappuccio, e in abito bianco e nero veste i panni del pellegrino misterioso. Dopo la bella prova di “Oro, quant’oro ogni avido”, la sua voce si unisce estatica a quella di Elvira nel canto di “Ah, morir potessi adesso”, con la scena avvolta nella mezza luce, nel suono terso degli ottoni, nella tenera voce dei legni. Nel terzo atto questo Ernani chiede la morte al re con voce orgogliosa e sprezzante, e bellissimo è l’acuto di “morte a me pure”. Alla fine agonizza strappando una pagina del libro, questo personaggio che nel libro ha vita, e viene coperto dal cubo di luce, rapito nell’aldilà, invocando la vita sulla sposa.
Il soprano Olga Maslova compone un personaggio drammatico, che vive davvero nell’affanno di potersi trovare sposa ad un uomo che non ama e per di più molto più anziano di lei. La voce non è molto personale soprattutto all’inizio, ma c’è un colore candido e davvero verginale, che crea una certa suggestione, anche se non forte come nelle ultime recite di Aida al Teatro del Maggio musicale Fiorentino. Questa Elvira compare nel buio, legata con cento bende candide e tenuta dal coro in vincoli, mentre canta il recitativo e l’aria. La cabaletta è sbalzata con agilità mentre i custodi stringono vieppiù con i lacci la sfortunata giovane. Elvira entra a chioma sciolta nel secondo atto, renitente allo sposalizio imposto, disperata nella figura e drammatica nella voce. Nel quarto atto, poi, la frase “ma che diss’io, perdonami” è sorretta dal suono dell’orchestra e sembra il tracimare di un’acqua cristallina del perdono.
Il baritono Amartuvshin Enkhbat compare al primo atto sul fondo della scena con la sua massiccia figura nera, e subito è circonfuso della nobiltà di un re. Poi con voce nobile, timbrata e sonora canta il suo amore ad Elvira e sono bellissime le parole “gioia e vita esser tu dêi”, come il terzetto cantato poco dopo, al quale partecipano anche Elvira ed Ernani. Il re si veste di una ricca pelliccia quando il suo scudiero don Riccardo, introdotto da Iago (sono rispettivamente il tenore Saverio Fiore e il basso Gabriele Sagona, ottimi), nel salutarlo ne rivela il titolo. Segue un momento di sospensione, con il canto a cappella dei solisti e del coro, che descrive l’istante di sorpresa generale. Al secondo atto il re è vestito di bianco come i suoi uomini, con intenzione pronuncia la frase “e il tuo re tradir vuoi tu?” Rivolta a Silva, che indossa la pelliccia già vista nel primo atto, certo un dono ricevuto da Carlo in cambio dell’ospitalità concessagli. Nella frase “Altro scampo no non v’è”, indirizzata a Silva che rifiuta di cedere Ernani, l’urgenza della decisione si legge a lettere cubitali, ed è sottolineata da un acuto bello ed insolente. Dolcissimo appare poi il “Vieni meco, sol di rose”, rivolto all’amata Elvira, in un passaggio che cela in ogni piega il profumo intenso dei fiori.
L’aria tanto famosa del terzo atto è cantata magistralmente, mentre il disco delle ore e delle statue bianche posate a terra, fra le quali un grande Crocifisso, ruotano inesorabilmente, metafora di “Cimbe natanti sovra il mar degl’anni, cui l’onda batte d’incessanti affanni”. Bellissime le frasi del concertato finale “O sommo Carlo” con cui il personaggio si congeda dalla scena.
Il basso Vitali Kowaljow, che interpreta Silva, entra con una vestaglia rossa damascata, e la sua voce è tonante, nobile, delusa. La cavata è ampia nella frase “giovin core m’ha serbato”, nell’aria di sortita, e anche la cabaletta è eseguita bene, mentre il personaggio spara pistolettate ai personaggi che gli ruotano attorno, i quali cadono con ritmo costante. La resa di frasi come “no de’ Silva il disonore”, oppure “Io l’amo…” (dove scopriamo come il fuoco della giovinezza non sia affatto spento) è garantita da una voce non comune, di tutto rispetto, che trova talora accenti di corrusca, nobile alterigia. Intonata è la bella frase “L’aura e la luce manchino”, pronunciata assieme ad Ernani a suggello del giuramento ferale in chiusura del secondo atto. La voce del basso è poi davvero nera nel quarto atto, mentre pronuncia la frase “se uno squillo intenderà…”, e mentre nel cubo si intravedono le anime dei trapassati muoversi.
Ottima la prova dell’orchestra della Fondazione Arena di Verona, guidata con fuoco da Paolo Arrivabeni, fin dal mistero del preludio, dove si incidono luminosi gli interventi delle trombe e dei flauti, e si intrecciano i temi del giuramento e dell’aria di Elvira. La luce dei legni e degli ottoni che tranciano quasi il tessuto strumentale si impone nel finale del primo atto. Mentre il secondo atto si schiude su un ritmo di festa, l’introduzione del terzo atto è eseguita sottovoce come si addice alla musica dell’oltretomba, con il suono dei legni ad intessere la trama ovattata degli archi, e introduce con efficacia ad un luogo di tenebre, di mistero, di segreti. La direzione è condotta con mano esperta e sapiente, la cavata dell’orchestra è abilmente assottigliata o dilatata e le bellezze strumentali della partitura sono poste in luce senza dimenticare il rilievo della tensione drammatica dell’opera.
Il coro, istruito da Roberto Gabbiani, è in gran forma e di ottima presenza scenica, preciso e poderoso. All’inizio i banditi sono tutti vestiti di nero, hanno lunghi mantelli e armi da fuoco, la gioia cameratesca traspare dal loro canto libero e spensierato. Nella seconda scena l’episodio di “Quante d’Iberia giovani” è intriso dell’affetto portato dalle ancelle alla padrona. Nel secondo atto vediamo vesti bianche, e poi macchiate di sangue. Nella chiusa dell’atto i cavalieri mandano accenti di cruenta ferocia nello sguainare i brandi, ma il canto è sempre nobile e sorvegliato, e notevole la resa complessiva della scena. Nel terzo atto i congiurati sono incappucciati e si vedono bagliori rossi, alcuni sono poi in vesti mimetiche dai colori sgargianti, il coro del “Leon di Castiglia” è eseguito assai bene e sulla scena in piena luce. Nel quarto atto il coro appare in lunghe casacche grigie, e si congeda commentando sottovoce la gioia delle nozze.
Al termine della rappresentazione, il pubblico ha tributato applausi calorosi per la parte musicale, segnatamente per il baritono Amartuvshin Enkhbat. Ci sono state contestazioni non troppo velate per la regia.


