- Articolo di:Giulio Migliorini
A Bergamo, nella seconda parte del mese di novembre, ha luogo il prestigioso Festival Donizetti, con la rappresentazione di alcune opere ogni anno, accanto al recupero di pezzi musicali sconosciuti, in diverse sedi. In questo caso si trattava de Il Campanello e di Deux hommes et une femme, il 15 novembre scorso con il baton di Enrico Pagano e la regia di Stefania Bonfadelli. Il turista che vuol godere della buona gastronomia non manca di servirsi nei numerosi negozi e alle bancarelle, che si trovano tanto nella città alta quanto al mercatino di Natale nei pressi della Stazione. Il turista che vuol poi coniugare tali prelibati incontri con la “Luce di quest’anima”, intesa come godimento dell’anima, si reca a teatro e tende le orecchie, si mette ad ascoltare, cerca di comprendere, di entrare nelle storie che vengono messe in scena.
Verona. Il Turco nell'Italia del Pop
In una domenica pomeriggio di pioggia è andata in scena la prima rappresentazione dell’opera Il Turco in Italia al Teatro Filarmonico di Verona della stagione in corso 2025. Il dramma buffo in due atti di Gioachino Rossini su libretto di Felice Romani era assente a Verona da due secoli. In palcoscenico dal 16 al 23 novembre, ha visto sul podio Lü Jia ed alla regia Roberto Catalano.
La storia e le situazioni dell’intreccio sono tipiche del genere buffo, con un soprano dal carattere forte, un buffo che viene burlato, travestimenti e colpi di scena, bugie, canzoni amorose, eventi esilaranti. L’azione ha luogo vicino a Napoli, sulla spiaggia e in alcuni interni borghesi, e si apre con un coro di zingari che esalta la libertà.
I protagonisti sono una signora capricciosa (ma onesta), Donna Fiorilla (soprano), suo marito Don Geronio (basso buffo), molto più anziano di lei, il principe turco Selim (basso), “che viaggia per visitare l’Italia ed osservare i costumi europei”. C’è anche un Poeta (baritono) che trae ispirazione dai fatti per scrivere un dramma buffo e che interagisce con tutti i personaggi, rischiando anche di finire bastonato. Gli altri personaggi sono: una zingara, Zaida (mezzosoprano), che viene dalla Turchia (nacque del Caucaso alle falde), e che stava per sposare Selim ma è stata allontanata a causa delle malelingue delle altre donne; un cicisbeo, Narciso (tenore), amante di Fiorilla mentre Geronio non immagina niente fino quasi alla fine dell’opera (“ed io, buffone, io lo lasciava entrar liberamente?”); un amico turco di Zaida, anch’egli zingaro, di nome Albazar (tenore). Fiorilla e il Turco si incontrano sulla spiaggia e sentono un’attrazione immediata. Geronio è amareggiato dalla presenza di quest’uomo, che entra anche lui in casa sua, ma Fiorilla spadroneggia, e il Poeta consiglia al marito di mandarla via di casa. Nel mentre, Selim ha ritrovato Zaida con sorpresa, i due hanno deciso di stare assieme e di tornare in Turchia. Fiorilla, sfrattata, è costretta a tornare dal marito: il Turco le ha preferito Zaida, e l’italiana ha orrore della miseria che ritroverebbe nella casa paterna di Sorrento. Geronio l’accoglie, e tutti salutano Selim e Zaida che si imbarcano.
Il regista Roberto Catalano situa l’azione a metà circa del secolo scorso, lo comprendiamo dalla presenza di acconciature cotonate, di un televisore tipo Brionvega, di alcuni elettrodomestici, dei costumi (di Ilaria Ariemme). Le scene di Guido Buganza sono semplici e completano il quadro dell’epoca: un interno con cucina e divano, una larga e sobria scala, alcuni tendaggi, tavoli e poltroncine. Vi sono poi diversi guardaroba colmi di abiti gialli appesi con grucce, simbolo del carattere frivolo di Fiorilla, e alcuni espositori rettangolari, dai bordi luminosi, dove troneggiano gli oggetti che vengono acquistati dalla coppia napoletana, che in effetti all’inizio è intenta a guardare il televisore e poi a sfogliare cataloghi di oggetti, nonché ad accogliere i corrieri che recano pacchi con la merce ordinata. Geronio accoglie persino da un fattorino un sontuoso babà al limoncello, coperto di crema, simbolo del luogo e delle tradizioni napoletane. Tradizioni rappresentate anche dalle numerose moke per il caffè, di tipo Bialetti, che entrano spesso in scena a testimoniare la tradizione napoletana e anche l’amore del Turco per il caffè; non a caso bevanda condivisa a casa di Fiorilla. (E Isabella, l’Italiana in Algeri, l’ordinava alla corte di Mustafà, ma questa è un’altra storia).
La mobilia è in colore giallo vivo, così come i vestiti di tutti gli italiani. Vi è poi una scala blu, così come il fondale e i costumi dei turchi e degli zingari. Gli spigoli della scala sono coperti di glitter, in modo da richiamare alla mente la vista del mare, specie se sotto i raggi della luna, come nel finale del primo atto. Vi è infine una lussuosa tenda bianca, che fa da quinta per la scena del ballo.
Don Narciso, il cavalier servente di Fiorilla, figura comune nel ‘700 ma che stava diventando vetusta al tempo della composizione dell’opera, ci passa spesso innanzi portando dei fiori, rose bianche, simbolo di purezza ed amore eterno, che sparge a terra staccandone le corolle, azione che rappresenta forse l’amore non condiviso, o il desiderio non appagato. Alla fine don Narciso porge alla coppia italiana un ramo di vite, anche se nessuno prende quel tralcio. Il riferimento è alla simbiosi che passa tra gli sposi, simile all'amplesso vegetale’ tra l’olmo e la vite. Un tempo, specialmente nelle campagne del centro Italia, gli olmi servivano da sostegno alle viti. Non può non venire alla mente la bellissima Sera Fiesolana di d’Annunzio, dove il poeta, mentre la primavera lascia la scena all’estate che viene, ci mette a parte della pioggia che bruisce “sui gelsi e sugli olmi e su le viti/ e sui pini dai novelli rosei diti”.
Le brave e avvenenti Mime, che rappresentano il desiderio di piacere di Fiorilla, sono quattro grisettes in abiti succinti, lustrini d’argento e morbide piume bianche, le quali si affacciano anche dal frigorifero o dalle ante della cucina, seguono la padrona e spruzzano nuvole di profumo.
Il Poeta è vestito di nero, infatti è indifferente agli eventi, anche se li provoca e li ammaestra. Quello che vede gli serve solo per costruire il suo “dramma”, per portare a termine il suo lavoro. Anche Fiorilla, quando alla fine dell’opera canta il bellissimo “Squallida veste e bruna”, perde il giallo e la parrucca, ci appare in nero e coi suoi veri capelli, rischia diremmo quasi di finire fuori dai giochi, di uscire dalla storia pop alla quale assistiamo. In questo frangente, la mobilia e la tenda appaiono accatastati sul fondo, sopra alla scala, assieme ad alcune Mime, in pose che ricordano anche certi nudi di Ingres, tanto vicini all’epoca di Rossini e anche alla Turchia delle Odalische (La grande Odalisca di Ingres è proprio del 1814, stesso anno in cui fu rappresentato la prima volta, alla Scala di Milano, Il Turco in Italia). Avvolgenti e incandescenti le luci di Oscar Frosio, che fanno risaltare le figure nell’atmosfera irreale e fumettistica delle scene e dei personaggi.
Il cast è nel complesso ottimo, e dona vita mirabilmente alla creazione rossiniana.
Autorevole il Turco di Carlo Lepore, un carattere col quale non si scherza, una recitazione di gran classe e una voce piena e timbrata, un basso cantante di scuola impeccabile. Ne esce un personaggio che non si dimentica, a partire dal saluto alla “Cara Italia”, passando per i duetti con Geronio “D’un bell’uso di Turchia” e con Fiorilla “Credete alle femmine”, fino al commiato “Cara Italia io t’abbandono”. Lo avevo sentito l’anno scorso al Filarmonico nella Cenerentola, dove vestiva bene i panni di don Magnifico, e lo ritrovo quest’anno in gran forma nei panni di Selim. Per inciso, questa parte gli par cucita addosso, gli calza a pennello.
Stupenda la Fiorilla di Sara Blanch, soprano dalla voce levigata e ben emessa, che fa sempre piacere ascoltare, e che rende con grande partecipazione i personaggi ai quali si accosta. Fu tanto brava nel vestire i panni drammatici di Ofelia nell’Hamlet di Ambroise Thomas sul palcoscenico del Regio di Torino questa primavera (allucinata follia del quarto atto rimarchevole, nel suo liquido e inquietante abbandono) quanto lo è nelle vesti scanzonate e sbarazzine di questa donna rossiniana: la coloratura, i trilli, le volate, i picchettati, e tutto è cantato con gran precisione e senso della parola scenica. Dopo la bella Cavatina che esprime la sua filosofia di vita, e il sensuale “Cara mano al sen ti premo”, ricordiamo il bellissimo inciso “Siete turchi non vi credo;/ cento donne intorno avete:/ le comprate e le vendete/ quando spento è in voi l’ardor”. Il canto di questa parte del quartetto (N°5) è davvero una stoccata, e sottoscrivo le parole di Stendhal: “Quando la si è sentita non ci si stanca di ripetere queste parole, così belle nella bocca di una giovane donna, alla quale servono di pretesto per non lasciarsi amare, ma che brucia dal desiderio di vedere confutare il suo pretesto”. La Gran scena di “Squallida veste e bruna”, nodo drammatico che preannuncia la catarsi finale, vede la protagonista fasciata di una veste nera, finalmente priva della parrucca e del giallo onnipresente, con i suoi veri lunghi capelli adunati sul petto, ed è una figura di rara avvenenza, il cui canto sembra sgorgare ancora più vivido, più perfetto che nelle scene precedenti.
Fabio Previati canta e recita la parte di don Geronio con sempre ottima padronanza, è notevole quando si fa leggere la mano dagli zingari, quando battibecca con la moglie nel duetto (N°6) “Per piacere alla Signora”, quando minaccia al Turco che vuole comprargli la moglie “Succedesse che dovesse ammazzato qui restar”, e si destreggia in modo non comune nel numero 11bis, “Se ho da dirla, avrei molto piacere” aria parente stretta di quelle di don Magnifico e di don Bartolo, con sezioni da cantare a perdita di fiato, aria che descrive la moglie e i problemi che da essa gli derivano.
Dave Monaco (Don Narciso) canta bene e con un invidiabile slancio cristallino, di quelli che non tollerano reti di sicurezza; la sua baldanza è meravigliosa, e se il terzetto “Un marito scimunito” al primo atto, descritto da Paolo Fabbri come la “perla nel turbante del Turco”, non riesce ancora a spiegare l’intera gamma dei suoi incantesimi, in compenso l’aria del secondo atto “Tu seconda il mio disegno”, e nel quintetto la dolcezza di “Deh seconda amor pietoso” e la ridda saltellante di “Questo vecchio maledetto”, sono affrontate con grande sicurezza. Nell’aria succitata, la chiusa con la frase “vendetta egual non v’è”, è cantata sgranando acuti insolenti che ricordano la voce del grande Antonino Siragusa.
Il Poeta Prosdocimo, interpretato dal baritono Michele Patti, è un trafficone di voce importante, scura e ben impostata, canta assai bene, recita del pari benissimo. L’artista padroneggia questo difficile personaggio ‘metateatrale’, che mentre imbastisce il soggetto del suo dramma interagisce con i personaggi, ne orienta e suggerisce le azioni; è un personaggio guizzante, che all’inizio entra in rotta di collisione con Narciso e Geronio, ben poco disposti a fungere da pretesti poetici e drammatici, e dopo aver intrigato e lavorato sodo, taccuino alla mano, riesce a completare la sua opera (“è l’intreccio terminato,/ lieto fine ha il dramma mio”).
Marianna Mappa canta e interpreta la parte di Zaida, la “turca impertinente”, con il fuoco della sua voce dal colore ambrato e non comune. La voce è diversa da quella della protagonista, e quasi da mezzosoprano come indicato nel libretto. La personalità e il fascino di questa artista sono dirompenti: si contende il Turco con la rivale e arriva a vincerla, rendendo questo gioco perfettamente credibile. Cosa sarebbe stato con due interpreti di questo livello, un grande duetto ricco di volate e di virtuosismi, come quelli di cui il cigno di Pesaro fu e sarebbe stato poi ancora tanto prodigo (si pensi a quelli del Tancredi, della Donna del lago, della Semiramide). La parte purtroppo è breve, e il ruolo della ‘seconda donna’ è vocalmente marginale, ma la Mappa ne trae tutto il possibile.
Il personaggio di Albazar, l’amico turco di Zaida, è reso assai bene da Matteo Macchioni, una voce ricca di armonici e timbrata, che suona molto bene e che fa subito pensare, sin dall’entrata in scena del personaggio all’inizio dell’opera. Questo tenore ci regala una personale e bella interpretazione dell’aria “Ah sarebbe troppo dolce” (N°12), aria non scritta da Rossini ma da un ignoto collaboratore, la cui presenza fu indispensabile dati i tempi strettissimi di composizione dell’opera, e che scrisse anche la Cavatina di Don Geronio e l’intero Finale ultimo.
L’orchestra, condotta con la mano del grande artista dal preciso e inappuntabile Lü Jia, suona benissimo, con begli interventi solistici dei legni e degli ottoni, e precisione nelle entrate degli strumenti. Sono da ricordare la scorrevolezza della Sinfonia, una delle migliori di Rossini, con gli squilli di tromba che introducono i crescendo, le morbidezza della barcarola che accompagna l’entrata del protagonista, il sorridente ammiccare del “valzerino casereccio” che ascoltiamo verso la fine del Quintetto, la sontuosa melodia dell’aria finale di Fiorilla. Il Maestro collabora con questa orchestra da diversi lustri, lo ricordo nella fantastica Anna Bolena andata in scena in questo teatro nel 2007, che fu un ascolto elettrizzante. Evidentemente questo repertorio belcantistico gli è congeniale.
Purtroppo la presenza di un'azione scenica ha distratto grandemente gli spettatori dalla bellezza musicale della Sinfonia. I “Vani ornamenti”, per dirla con Fiorilla, sono i vestiti, gli elettrodomestici e gli oggetti acquistati in grande quantità dalla coppia italiana stanca della vita coniugale, ma a volte sono anche certe soluzioni registiche ridondanti o paghe delle sorprese fini a sé stesse.
Il coro, istruito dal Maestro Roberto Gabbiani, esegue con intonazione e partecipazione grandi, dall’introduzione “Nostra patria è il mondo intero”, al finale primo con le belle frasi “Evviva d’amore/ il fuoco vitale,/ delizia del core/ del mondo piacer”. Il coro introduce poi mirabilmente la scena del ballo nel secondo atto, partecipa al quintetto rincarando la dose sul “vecchio maledetto”, sigla il finale secondo assieme a tutti i personaggi rammentandoci la morale dell’opera (Restate contenti:/ felici vivete./ E a tutti apprendete/ che lieve è l’error,/ se sorge da quello/ più bello l’amor).
Applausi per tutti i cantanti, segnatamente per Lepore, Blanch, Monaco, per Jia e per Gabbiani, con qualche contestazione in coda per la parte registica.



