- Articolo di:Giulio Migliorini
A Bergamo, nella seconda parte del mese di novembre, ha luogo il prestigioso Festival Donizetti, con la rappresentazione di alcune opere ogni anno, accanto al recupero di pezzi musicali sconosciuti, in diverse sedi. In questo caso si trattava de Il Campanello e di Deux hommes et une femme, il 15 novembre scorso con il baton di Enrico Pagano e la regia di Stefania Bonfadelli. Il turista che vuol godere della buona gastronomia non manca di servirsi nei numerosi negozi e alle bancarelle, che si trovano tanto nella città alta quanto al mercatino di Natale nei pressi della Stazione. Il turista che vuol poi coniugare tali prelibati incontri con la “Luce di quest’anima”, intesa come godimento dell’anima, si reca a teatro e tende le orecchie, si mette ad ascoltare, cerca di comprendere, di entrare nelle storie che vengono messe in scena.
Vita privata di Rebecca Zlotowski. Una danza tra intelletto ed emozioni
"È stato innanzitutto il titolo di un film a ossessionarmi: Vie Privée [Un affare molto privato], preso in prestito dal magnifico film omonimo di Louis Malle" (un cult movie degli anni '60 con Marcello Mastroianni e Brigitte Bardot): così la regista francese, di origini ebraiche, Rebecca Zlotowski (nota per film di forte impatto sociale, come Grand Central e I figli degli altri) torna su uno dei suoi temi più costanti: la collisione fra identità intima e ruolo sociale, fra ciò che crediamo di sapere di noi stessi e ciò che gli altri pensano di vedere. Non è un caso che che la regista racconti di aver “vestito” mentalmente il titolo del film mutuato da Malle con storie diverse per anni: per lei era come una bambola di carta da rivestire, nella convinzione che contenesse una verità da scoprire sulla sfera intima e sulla sua controparte pubblica e professionale.
La trama, nella sua apparente linearità, lavora su più livelli. Lilian Steiner (interpretata da una Jodie Foster miracolosamente a suo agio con la lingua francese) è una rinomata psichiatra, con studio a Parigi, che viene sconvolta dalla morte di una paziente, Paula, ufficialmente classificata come suicidio. Profondamente turbata e attraversata da un senso di colpa che corrode la sua sicurezza professionale, Lilian comincia a dubitare della versione ufficiale e decide di indagare sulla possibilità di un crimine, improvvisandosi detective e chiedendo l'aiuto dell’ex marito, uno stimato oculista.
Zlotowski costruisce così un dispositivo narrativo duplice: una crisi personale che si trasforma in una caricatura drammatica di un’indagine poliziesca. L’oggetto dell’inchiesta, però, è volutamente sfuggente: Lilian sta davvero cercando la verità sulla morte di Paula, o sta soprattutto interrogando sé stessa – il proprio fallimento, il proprio ruolo di terapeuta, la propria responsabilità nella vita (e nella morte) dell’altra? Poi l'incontro con l'ex marito intreccia la sua indagine con una commedia sul "rimatrimonio" mascherata da scommessa. Le sembra che il “caso” sia tanto interiore quanto giudiziario: l’intera vicenda diventa la messa in scena di un dubbio che non si lascia risolvere. Il dubbio riguarda la sua paziente, la cui voce un tempo echeggiava nello studio (dove si sdraiava sul lettino mettendo in bella evidenza gambe e piedi nudi) e ora è caduta nel silenzio per sempre? Ma riguarda anche la propria responsabilità rispetto a quello che ha solo i tratti generici e incerti di un autentico crimine.
Liliane Steiner è così costretta a confrontarsi con i limiti del suo lavoro e a fare ammenda. È sopraffatta dalla sua eccessiva razionalità, dalla sua incrollabile compostezza, che spesso non è altro che apparenza. Non è una persona squilibrata o irrazionale, o soggetta a dipendenze. Non è casuale neppure il fatto che a un certo punto del film lei, psichiatra di grande reputazione, si rivolga a uno studio di medicina alternativa per curare sé stessa, decidendo però, almeno in apparenza, di abbandonarlo dopo la prima seduta, dall'esito incerto. Uno degli aspetti più interessanti del film, come si legge nelle note di regia, è il suo dichiarato intento di smontare il mito della “donna forte”. Ma è proprio questa compostezza, dice la Zlotowski, a schiacciarla: l’eccesso di padronanza, la freddezza professionale, il dominio di sé che si incrina di fronte all’imprevisto assoluto – la morte di chi hai ascoltato, analizzato e forse normalizzato.
A un certo punto, Lilian comincia a mettere in discussione ogni riferimento della propria esistenza – il lavoro, il matrimonio fallito, il rapporto col figlio, la propria stessa identità di psicoanalista (il film non chiarisce però fino a che punto Lilian pratichi sempre l'analisi e quando invece ricorra a farmaci, in una perenne oscillazione tra psichiatria e psicoanalisi). In questo senso il film si iscrive in una linea cinematografica che racconta il “crollo” delle figure competenti e autorevoli, mostrando quanto sia fragile la distanza tra ruolo terapeutico e vulnerabilità personale.
Zlotowski ha voluto Jodie Foster per questo ruolo non solo per il prestigio internazionale, ma per la sua padronanza del francese e per la capacità, rarissima, di rendere visibile il movimento del pensiero sul volto. La regista sottolinea come la macchina da presa possa letteralmente “filmare l’intelligenza in azione” nello sguardo e nelle esitazioni dell'attrice, e questo è un punto chiave: Lilian parla relativamente poco, soprattutto nelle sedute, e il film invita lo spettatore a leggere ciò che non viene verbalizzato – micro-espressioni, sospensioni, fatiche.
Ha dichiarato Jodie Foster in un'intervista: "Per me la tensione tra intelletto ed emozioni è davvero la lotta fondamentale dell'essere umano – e forse ancora di più quando sei un'attrice! Perché quando arrivi sul set, vieni con intenzioni, con idee sul personaggio, e poi qualcuno dice 'Azione!' e improvvisamente, non hai idea di che cosa verrà fuori. In realtà, non la chiamerei una lotta tra l'emotivo e l'intellettuale – più una danza, una sorta di interazione. E penso che qui funzioni particolarmente bene perché Lilian è una psicoanalista. Una psicoanalista cammina sempre su una linea sottile tra quei due poli. Il suo lavoro si basa sia sulla conoscenza oggettiva che sulla comprensione soggettiva".
Vita privata è letteralmente attraversato dalla presenza teorica di Sigmund Freud: sogni, lapsus, humour, ambivalenze materne vengono assunti non solo come materiale di dialogo, ma come vero e proprio motore della messa in scena. La lunga sequenza di ipnosi che apre il film – un sogno che porta Lilian e lo spettatore alla Francia occupata, con un rimando esplicito alla Shoah – funge da porta d’accesso all’inconscio collettivo, alla memoria traumatica che plasma vite e storie in modo quasi inevitabile.
Jodie Foster sottolinea quanto Freud sia ancora centrale in Europa e quanto la sua visione, considerata “superata” altrove (in USA per la sua misoginia), resti incredibilmente cinematografica, al punto da sostenere che senza Freud non avremmo avuto Hitchcock. Non stupisce allora che Zlotowski lavori proprio su quel territorio di confine, mescolando thriller psicologico, giallo, commedia del “rimatrimonio” e dramma familiare: un gioco sofisticato di genere in cui l’indagine sulla morte di Paula si intreccia alla riconnessione, non priva di ironia, fra Lilian e l’ex marito interpretato efficacemente da Daniel Auteuil.
Infine, va sottolineato un'elemento più rischioso e "attuale" del film: l’uso dichiarato di immagini generate dall’intelligenza artificiale, intrecciate a sequenze “tradizionalmente” sceneggiate. Zlotowski ne parla come di una trama artificiale che richiama i sogni, o ciò che abbiamo rimosso: una “porta nascosta” nel tessuto del film, che si apre silenziosamente a chi desidera attraversarla. Qui il progetto si fa meta-cinematografico: l’IA diventa un dispositivo che mima l’alterità del materiale onirico e la sua origine indecidibile. Ci è però sembrato che le sequenze girate con l'IA non si siano fuse bene con il resto, riducendosi ad un esercizio di stile.
La colonna sonora originale è firmata da Robin Coudert, storico collaboratore di Rebecca Zlotowski: ha composto le musiche di tutti i suoi lungometraggi, da Belle Épine a Grand Central, Planetarium, An Easy Girl e Les Enfants des autres. In un’intervista a Cannes 2025, Rob racconta che per Vie privée ha attinto molto all’immaginario dei film degli anni ’50, iniziando a comporre già dalla lettura della sceneggiatura, focalizzando le oscillazioni tra thriller psicologico e commedia del “rimatrimonio”;
Alla colonna sonora originale di Rob si accompagnano altri brani, a cominciare dall’apertura pop su Psycho Killer dei Talking Heads, per continuare con un estratto dai Kindertotenlieder di Gustav Mahler in una delle sequenze più perturbanti, per finire con un brano di J. J. Cale, che ha la mestizia di un congedo venato da una tenue speranza.



