- Articolo di:Livia Bidoli
Con una voce perfetta come quella di Angela Brower per il Compositore, torna dopo 35 anni di assenza al Teatro dell'Opera di Roma Ariadne auf Naxos di Richard Strauss con David Hermann, che firma la regia dell’opera con le scene di Jo Schramm, le luci di Fabrice Kebour e i costumi di Michaela Barth. Il titolo straussiano in programmazione dal 1° al 10 marzo 2026 ha visto sul podio Maxime Pascal, che avevamo già apprezzato nel 2017: aveva diretto un concerto dedicato a Thomas Adès (Danze da Powder Her Face), Luciano Berio (Rendering) e Francis Poulenc (La voix humaine, con Anna Caterina Antonacci).
Italia gerontofila
Vecchi, ovunque, sull’autobus, per strada, in tutti i luoghi e nei posti di potere: al contrario della Germania, loro sono sei, noi siamo uno. Per vecchi intendo persone oltre la soglia della pensione, sopra i 65 anni, che fanno storie pure quando gli si offre il posto che a loro spetta in autobus, dicono: “dopotutto non sono così vecchio”, aspettandosi un ovvio complimento farcito di bugia bianca.
Azione-reazione, come gli animali: non educazione perché l’educazione vorrebbe il ringraziamento prima di tutto, sebbene per un diritto garantito dallo Stato.
I giovani non hanno diritto a niente invece. Loro, i giovani, sono fortunati proprio perché sono giovani, come se fosse una condizione eterna e loro, i vecchi, non l’avessero mai vissuta. Una specie di turbamento mi fa pensare a tecniche di necrofagia evoluta: precarizzare i giovani per tutta la vita e non far accedere i migliori ai posti di lavoro che loro spettano, sembrano garantirgli o dargli l’illusione di garantirgli, una giovinezza che solo loro percepiscono, a cui coattano tutti gli altri con la finta scusa dell’educazione, che vieterebbe di dire le cose come stanno: che loro, appunto, sono vecchi e di lasciare il posto a chi ha le energie necessarie per modificarlo e rinnovarlo il mondo.
Il nodo è questo dopotutto: che loro non se ne vanno, non lasciano poltrone proprio perché sono vecchi. La poltrona li inganna: gli fa pensare che, avere un posto di lavoro, anche se rubato ad uno dei potenziali loro figli, li renda onnipotenti per tromper la morte. Ed invece è il contrario. La morte, forse per inerzia, forse per ridicolizzarli un pò, si fa un giretto, magari va a prendersi una birra, ma lei è certa che ritornerà. Per tutti. Dai politici ai giornalisti, dagli amministratori ai direttori, non fa sconti a nessuno: lei ce l’ha sempre davanti il dato anagrafico, e sorride quando il vecchietto di turno si sollazza come fosse un giovinetto. Magari con alcool, ragazzette, pilloline blu o neve a iosa, estenuanti ritmi da far invidia ad un camionista (per l’uso delle donne siamo simili, mancano solo i poster nell’armadio – da nascondere alla moglie settuagenaria pure lei). Lei, la morte, pensa come una donna, in senso ontologico e fisiologico, e diversamente dalle vecchiette che mimano le giovincelle, anche loro inorridendo davanti all’offerta di un posto a sedere, si siede invece volentieri e aspetta.
Nei rinfreschi poi, i vecchi si notano subito: le vampire che si lanciano sui camerieri, prontamente in tenuta difensiva per non essere sopraffatti, sono sempre robuste e anziane signore ingioiellate che si tuffano sui viveri come se provenissero da un viaggio oltreoceanico a pane e acqua. Hanno molta più dignità i poveri immigrati, soccorsi dopo viaggi tremendi e malatrattamenti prolungati e disumani.
Questo è un breve e tristissimo quadretto dell’Italia gerontofila: quella dei favori e delle raccomandazioni, quella dove “tutti siamo giovani” (quindi spariranno i pedofili?), dove il moralismo borghese impera e fa strage di qualsiasi etica. Dove chiunque si può permettere di organizzare festini a casa propria con contorno di carne di donna, ed essere applaudito dalle signore benpensanti, che magari aspirerebbero ad un trattamento di favore e prolungato ed invece si devono accontentare di immaginarselo. Forse le loro figlie e nipoti potranno fare qualcosa per loro e soddisfare qualche aspettativa.
Livia Bidoli
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