Giovedì 1° ottobre si è aperto festosamente il XXVI Festival Verdi al Teatro Regio di Parma, il sottotitolo Mondi lontani allude alla scelta dei titoli, la rarissima Alzira contrapposta ai popolari e amati Aida e Nabucco. Proprio ad Alzira è stata riservata l’apertura del Festival, sul podio la prestigiosa bacchetta di James Conlon, che ha diretto la Filarmonica Arturo Toscanini, il Coro del Teatro Regio di Parma e un cast che comprendeva: Alessio Cacciamani, Alvaro, Daniel Luis de Vicente, Gusmano, Federico Bonghi, Ovando, Antonio Poli, Zamoro, Agostino Sumbacchi, Ataliba, Marta Torbidoni, Alzira, Erica Cortese, Zuma, e Long Ning, Otumbo. La regia è stata affidata a Manuel Renga con le scene e costumi di Aurelio Colombo, le luci Emanuele Agliati e le coreografie di Paola Lattanzi. Le prossime repliche di Alzira sono previste l’8 e il 17 ottobre; l’articolo si riferisce alla recita del 1°ottobre.
Alzira non ebbe successo alla prima al Teatro di San Carlo a Napoli il 12 agosto 1845, né poi a Roma e né a Milano, dove condivide con Un giorno di regno il non invidiabile primato di una sola recita, inoltre pesò anche il giudizio dello stesso Verdi, quando la compose si aspettò un successo, ma più tardi espresse un parere negativo: “brutta”. Per questo l’opera non si rappresentò più fino alla ripresa nella stagione 1966-67 all’Opera di Roma, ma in ogni caso è un’opera che si mette in scena molto raramente, al Festival Verdi è tornata dopo 24 anni.
Il libretto di Alzira fu il primo che Salvadore Cammarano scrisse per Verdi, seguirono poi La battaglia di Legnano, Luisa Miller e Il Trovatore. Cammarano era un librettista esperto e apprezzato e aveva scritto libretti per Pacini, Mercadante e soprattutto per Donizetti, ben otto tra cui il più famoso fu quello della La Lucia di Lammermoor. L’atteggiamento di Verdi verso Cammarano fu molto diverso da quello riservato a Piave, probabilmente si fidò della sua esperienza e della conoscenza del pubblico per il suo debutto a Napoli.
Alzira, tragedia lirica in un prologo e due atti è tratta da Alzire ou les Americains (1746) di Voltaire, un dramma a tesi contro il fanatismo e l’intolleranza religiosa, tema che fu anche argomento del suo Trattato sulla tolleranza. Nel testo era presente anche l’esotismo tipico del “Secolo dei Lumi” e il mito del “buon selvaggio" altro tema dell’epoca. Cambiati i tempi con la rivoluzione francese e il laicismo imposto dalla dominazione napoleonica, nulla rimase nel libretto di Cammarano, se non la storia ridotta all’osso.
Nel Prologo, Il prigioniero, Alvaro, governatore del Perù, è prigioniero degli Inca e sta per essere ucciso, ma viene salvato dall’arrivo di Zamoro, il capo tribù creduto morto. Zamoro apprende che Ataliba, un altro capo tribù e sua figlia, l’amata Alzira, sono prigionieri degli Spagnoli e decide di liberarli.
Nel primo atto, Vita per vita, Alvaro annuncia che suo figlio Gusmano è stato scelto dal re come suo successore, inoltre Gusmano ha stipulato un patto di pace con Ataliba, a cui ha chiesto in sposa la figlia Alzira, che però, pur credendo morto Zamoro, non vuole saperne. Alzira ha sognato Zamoro, quando questi appare realmente l’incontro è appassionato, ma Gusmano è geloso e condanna a morte Zamoro. Né Ataliba, che rivendica il patto di pace, né Alvaro, che in ginocchio chiede la grazia per il suo salvatore, né le perorazioni di Alzira, né gli insulti di Zamoro lo fanno desistere. Solo l’attacco improvviso degli Inca gli fa cambiare idea perché decide di affrontare l’Inca in battaglia e ucciderlo.
Nell’atto conclusivo, La vendetta di un selvaggio, Gusmano ha vinto la battaglia e condanna a morte Zamoro, Alzira chiede pietà, ma l’ottiene solo accettando di sposarlo. Lo spagnolo non sa che l’Inca è riuscito a fuggire e ha raggiunto i suoi, informato del matrimonio, infuriato decide di andarvi, travestito da soldato spagnolo, per vendicarsi. Là uccide Gusmano, che morendo, inaspettatamente si ricorda di essere cristiano e perdona l’uccisore, svelando anche che Alzira ha accettato di sposarlo solo per salvare l’amato.
La sinfonia iniziale fu aggiunta su insistenza dell’impresario poiché l’opera è breve, il brano contiene solo nell’ultima parte un tema che lo ricollega all’opera, che soprattutto nel prologo e nel primo atto segue le convenzioni musicali dell’epoca, ma teatralmente funziona, molti dei brani hanno la passione e la tensione drammatica delle opere degli ”anni di galera”, ma si distingue per l’invenzione musicale la cavatina di Alzira “Da Gusman, su fragil barca” per la drammaticità della melodia e la virtuosistica cabaletta “Nell’astro che più fulgido”. Il finale è teatrale con il coinvolgente duetto dei due amanti e quello cupo e drammatico tra Alvaro, basso, e Gusmano, baritono.
Il secondo atto è musicalmente più interessante e anche più teatrale con il duetto tra il soprano, Alzira, e Gusmano, a cui poi è riservata l’ardente e lirica aria “Colma di gioia ho l’anima!” dopo che con il ricatto ha ottenuto il consenso della donna. È intensa l’aria “Non lungi ancor dovrei”, mentre evocano lo stile di Ernani la trascinante e pugnace cabaletta “Non di codarde lacrime” di Zamoro e la scena conclusiva. Alzira merita di essere rappresentata perché, pur non essendo uno dei capolavori verdiani, è molto teatrale rapida e coinvolgente e mostra anche come il musicista stia cercando di sviluppare teatralmente i dialoghi.
James Conlon, forte della sua lunga esperienza, ha reso la teatralità dell’opera con attenzione ai ritmi e alla cantabilità, la Filarmonica Arturo Toscanini e il Coro del Teatro Regio di Parma, ben preparato da Martino Faggiani, hanno seguito attentamente le indicazioni del direttore.
Marta Torbidoni è stata Alzira, non stava bene, come annunciato all’inizio del secondo atto, dopo che lo sforzo si era manifestato visibilmente con un timbro inusuale un po’ metallico della voce. La sua prova è stata comunque intensa, attenta alla cantabilità, espressiva e precisa nelle agilità. Come anche gli altri componenti del cast non è stata aiutata dalla regia, più interessata ai simboli che ai movimenti scenici dei protagonisti.
Zamoro, personaggio che ricorda la focosa irruenza di Ernani, è stato reso da Antonio Poli, applaudito a scena aperta. è stato elegante ed efficace, senza eccedere, sia vocalmente che scenicamente, la voce tenorile è fresca e luminosa, sicura negli acuti, l’interpretazione espressiva e attenta al fraseggio e al legato.Gusmano, terzo componente del triangolo amoroso, è stato interpretato da Daniel Luis de Vicente, che possiede un caldo timbro baritonale e una voce potente, che sa come usare, teatralmente è stato più convincente ed espressivo nel secondo atto.
Alessio Cacciamani si è ben calato nel ruolo di Alvaro, mostrandone tutta l’umanità con la bronzea e intensa voce di basso. Erica Cortese, mezzosoprano, è stata una Zuma vocalmente e scenicamente valida, bene Agostino Sumbacchi, basso, come Ataliba, Long Ning, tenore, come Otumbo e Federico Bonghi, tenore, come Ovando.
Manuel Renga ha impostato la sua regia in senso simbolico richiamandosi all’originale testo di Voltaire con i suoi richiami alla morale e alle indicazioni religiose tradite, ma ipocritamente esibite, tutti temi solo fugacemente accennati nella versione verdiana. La messa in scena inizia con la proiezione iniziale e ricorrente nello svolgimento del quadro di Hieronymus Bosch (1453-1516) Il tormento dell’Inferno o Inferno musicale, che fa parte del Trittico de Il giardino delle delizie, conservato al Museo del Prado di Madrid.
Lo spazio in cui si muovono gli Inca è grigio e spoglio per rappresentare la Natura sfruttata e distrutta dagli invasori, il buco al centro ricorda l’oro scavato e depredato dagli Spagnoli, è la scena visivamente più riuscita di Aurelio Colombo grazie anche alle luci funzionali alla messa in scena di Emanuele Agliati. Gli Spagnoli sono collocati in uno spazio angusto con ritratti e ricchezze rubate. Gli Inca sono vestiti come campesinos, mentre gli Spagnoli indossano costumi cinquecenteschi o alte uniformi militari o diplomatiche di fine 800, i bei costumi sono stati di Aurelio Colombo.
Gusmano è un personaggio crudele e odioso fino all’inattesa conversione finale, ma la regia nel primo atto lo ridicolizza, al momento della successione al padre come governatore mostrandolo in calzoni corti come un ragazzino. Visivamente ricordava l’odioso e ridicolo cugino di Harry Potter, Dudley. Poi indossa un costume del 1500, mentre il padre è in veste di ambasciatore ottocentesco.
Anche i personaggi femminili e il coro femminile indossano vestiti neri di foggia che richiama il tardo 1800. solo Alzira veste in bianco nel primo atto, in nero nel secondo, per poi essere abbigliata come una statua processionale della Madonna. I tre simboli femminili rappresentati da un'anziana, una giovane e una bambina sono in abiti rossi che evocano quelli inca e rappresentano, secondo il regista, il passato, il presente e il futuro. I ballerini, vestiti sempre di rosso e in foggia incaica, nella coreografia di Paola Lattanzi nelle intenzioni dovrebbero sottolineare i sentimenti di Alzira e Zamoro.
La simbologia usata dal regista è confusa, pare senza né senso, né coerenza con i contenuti drammatici di Alzira, che non è una opera simbolista, ma romantica, nonostante ciò Alzira ha coinvolto e riscosso un pieno successo. Il folto pubblico presente ha lungamente applaudito tutti gli interpreti e riservato ai protagonisti lunghe e incandescenti acclamazioni, qualche contestazione per il regista.
Collegamenti:
[1] https://www.gothicnetwork.org/immagini/alzira-0
[2] https://teatroregioparma.it/