Bologna Comunale Nouveau. Regalità metafisica per Idomeneo

Articolo di: 
Giulio Migliorini
Idomeneo

Al Comunale Nouveau di Bologna la prima opera in Cartellone per la Stagione 2026 è stata Idomeneo di Wolfgang Amadeus Mozart, quattro rappresentazioni dal 24 gennaio al 1° febbraio. Il libretto dell’opera è dell’abate Giambattista Varesco, che l’ha tratto dall‘Idoménée di Antoine Danchet, libretto scritto per una tragédie lirique del 1712 con musica di André Campra. Sul podio dell’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna è salito il Maestro Roberto Abbado, mentre la regia è stata guidata da Mariano Bauduin. Ho assistito alla quarta rappresentazione, nella giornata grigia del 1° febbraio al Comunale Nouveau, in un teatro affollato e quasi esaurito in ogni settore della vasta platea. 

L’opera si svolge sull’Isola di Creta, governata dal re Idomeneo, nipote di Minosse, di ritorno dalla guerra di Troia. Ilia, principessa troiana figlia di Priamo, è in angoscia per la sorte del suo popolo e presa dall’amore per Idamante, il greco figlio del re. Anche Elettra, la principessa figlia di Agamennone, ama Idamante, e vorrebbe averlo per sé. Idomeneo si salva dalla tempesta promettendo a Nettuno di sacrificargli la prima persona che incontrerà sulla spiaggia, ma questi è il figlio, Idamante. Consigliato dal fido Arbace, Idomeneo manda Idamante a Micene per porne Elettra sul trono, ma Nettuno fa scoppiare una tempesta e la nave è impossibilitata a salpare. Un mostro inoltre, uscito dall’elemento acqueo, fa strage di cretesi. Il sacrificio del figlio deve essere compiuto, ma prima che ciò avvenga, Idamante salva il suo popolo uccidendo la creatura marina. L’oracolo pronuncia il volere di Nettuno: Idamante sarà il nuovo re di Creta e sposerà Ilia. Il popolo esulta e solo Elettra, furente, esce di scena meditando di seguire il fratello Oreste nell’Erebo. 

L’allestimento guarda all’arte metafisica, in un’atmosfera sospesa nella quale agiscono i personaggi, si intrecciano le loro domande, avvampano le loro passioni; in una teoria di simboli che sono il riflesso di mondi interiori che si osservano, si abbracciano, si scontrano. 

Le scene di Dario Gessati sono essenziali ed efficaci. Il vasto drappo azzurro, poi più volte agitato, che copre un grande masso a sinistra, è il simbolo del mare. Gli anelli del masso rappresentano l’approdo ma anche la prigionia, mentre il triedro che appare sulla destra è il simbolo della terra, e i vetri spezzati ricordano la distruzione della guerra. Il gran masso poi si schiude per delimitare lo spazio delle azioni. Sulle sue fenditure si trovano simboli. I video, come quelli delle onde del mare, calmo, vivace oppure ruggente e furioso, rosato o azzurro profondo, quelli delle fiamme che richiamano la distruzione di Troia durante la prima aria di Ilia, o ancora quello delle parole greche del proemio dell’Iliade che compaiono sul triedro, sono di grande effetto. Una parola per i metafisici antichi alberi del terzo atto, dalle ‘rame spoglie’, con figure geometriche accluse: sono immagini dell’infanzia, epoca della vita in cui la fantasia zampilla libera e senza sponde. 

La regia di Mariano Bauduin è un affastellarsi di immagini belle e dense di significato, che fanno da contrappunto alle parole e alla musica, penetrano nelle pieghe dei sentimenti. Le scene e le controscene da citare sono numerose, a partire dallo scabro incipit dove la principessa troiana è imprigionata in una gabbia di legno, forse quella di un amore difficile. La donna che bendata ci parla della sua storia e delle sue sventure è la sorella di Cassandra, sacerdotessa di Apollo, che ebbe dal dio il dono della preveggenza ma non fu creduta. Diametralmente, all’inizio del terzo atto nella stessa gabbia ci appare un cigno bianco, allegoria ornitologica di Ilia, velato da Arbace e rasentato dalle frecce degli arcieri neri, introdotte da una donna in rosso. 

Le ombre di Arianna e del Minotauro, sensuali, stagliate sul fondo della scena alla prima aria di Idamante, sono figure del mito cretese che accompagna tutta la rappresentazione, con il riferimento alla figura biforme nel copricapo del Gran Sacerdote, e con i simboli del labirinto e del filo, presenti anche nel sontuoso balletto finale. 
Durante il coro di pace del primo atto assistiamo alla scena di donne che lavano i piedi ai guerrieri, dove le forme e i volumi dei personaggi sono di una bellezza non immemore dell’arte greca né delle opere dei preraffaelliti e degli accademici ottocenteschi. 
Le furie, in rosso ed eterei veli neri, con le lance acuminate, seguono con i gesti scomposti la prima aria di Elettra (personaggio caratterizzato anche dalla maschera di Agamennone, spesso presente in scena assieme a lei). Bellissima è la scena dei mimi che al termine dell’aria compongono un triangolo con le lance. 
La presenza di Nettuno, con cui stringe il patto il re, e che compare poi a più riprese nella persona di un giovane coreuta tinto di verde, è un altro dei motivi conduttori di questa regia. Impressionante è la sagoma in controluce del dio marino, mentre trascina la nave sfasciata, o mentre alla fine dell’opera parla per mezzo dell’oracolo. Un po’ deludente è invece la sagoma del mostro anguiforme alla fine del secondo atto. Il simbolo del mare è poi racchiuso archetipicamente nella teca trasparente con i versi in greco del proemio dell’Iliade di Omero: è il mare omaggiato con petali di fiori rossi, il mare scosso da Nettuno, il mare che bagna la lama della scure prima del sacrificio. Plastica bellezza esprimono i lottatori con i bracciali lucenti e i guerrieri con gli eleganti cimieri e i rotondi scudi che sembrano usciti dal pennello di Ingres, i quali tendono le funi aprendo il pesante masso dove si scorge l’effigie del labirinto cretese durante la prima aria di Arbace. 

Durante il quartetto del terzo atto, la gemma dell’opera che incontrò le proteste dello statico tenore Anton Raaff primo interprete del ruolo eponimo, le donne in rosso, forse le parche, svolgono una corda vermiglia fermandola tra i personaggi e gli oggetti, formando un fitto intrico: forse il filo di Arianna, il fil rouge, il filo del destino, poi reciso da Arbace che lo avvolge al suo breve tirso e vela di rosso il cigno. 
La scena del sacrificio è compresa tra la pietra del labirinto e quella della scala regale, e vede la plastica robustezza dei guerrieri pronti a lapidare Idamante contrapposta alle fresche foglie di palma che ornano la lettiga sulla quale giunge il giovane eroe vincitore del mostro marino.  
Ancora, è da mettere in gran luce la bravura dei mimi che hanno contribuito alla riuscita dello spettacolo, in particolare delle quattro giovani donne che nell’ultima parte dell’opera hanno fatto volteggiare meravigliosamente le pericolose alte e pesanti verghe rituali. Infine, con riferimento al balletto finale, leggermente ostico nella prima parte, è incantevole la ricchezza della coreografia e la tecnica dei ballerini, e sorprendente la ricchezza delle vesti. Alla fine dell’opera le silhouette degli sposi e dei personaggi si profilano sul fondale azzurro in una immagine di gran simmetria e bellezza. 

Le luci di Daniele Naldi fanno sorgere i colori da un abisso onirico e ci mettono di fronte ad una vicenda che avviene nei meandri del cervello come in quelli del labirinto cretese. I momenti di terrore e di buio, il furore degli elementi che mette a cimento i protagonisti - in un’isola dove il mare è confine e protezione ma anche orrore e rovina - sono tratteggiati dalle luci sinistre che esasperano i colori acidi delle figure marine, dalle ombre nere che avanzano in seno alle tempeste. Dall’altra parte i colori delicati delle scene più soavi, ad esempio quella fra Ilia e Idamante all’inizio del terzo atto, brillano accarezzati da bagliori delicati che piovono dal cielo densi di pace e calma. 

Tradizionali e molto ricercati sono i costumi di Marianna Carbone. Idomeneo e i guerrieri cretesi hanno bracciali scintillanti, metallici camagli, mantelli di sottile tessuto verde e azzurro che ricorda il mare, argentee corazze. Il nero caratterizza Elettra, sul cui costume serpeggiano volute auree, a testimoniare la perizia del suo popolo nella lavorazione dei metalli. I costumi di Idamante hanno anch’essi le azzurre tinte del mare, sono vicini al verde delle alghe caratterizzante le eleganti vesti di Ilia. Arbace compare in scena con una corazza dorata e istoriata, una veste a sottili pieghe che sembra fatta di lino o di bisso, mentre gli indumenti dei sacerdoti sono violetti: questo è il colore della sacralità e del mistero. 
L’avvenente Benedetta Torre, che avvia l’intreccio col recitativo di Ilia, è dotata di una voce di soprano lirico, bella e lucente, e sgrana la coloritura di ‘Padre, germani, addio’ con scioltezza e arte, al pari di ‘zeffiretti lusinghieri’ e del duetto con Idamante nel terzo atto, momento di miracolosa fusione di voci femminili, che affascina e seduce. 

Idamante è interpretato da Francesca di Sauro, la cui voce è intensa e corposa, ammaliante all’ascolto, giovanile e chiara, e tuttavia prodiga di stupende screziature mediosopranili. La coloratura della prima aria è bella e precisa, e nell’aria del ‘Padre adorato’ l’artista esprime bene lo smarrimento del figlio di fronte al genitore inafferrabile. 
Elettra, la principessa micenea sbalzata con ferina amarezza da Salome Jicia, ha in core le ‘furie del crudo averno’, e sembra di sentirle premere davvero in quel petto; tuttavia, la voce è leggermente sopra le righe, a tratti ci sono asprezze che non avrei voluto sentire da quella che fu una grandissima protagonista nella ‘Semiramide’ al quarantesimo ROF. 
Il protagonista Antonio Poli veste i panni di Idomeneo e ci regala la sua voce tenorile di ampio calibro, si impegna a fondo nella temibile coloratura che lo aspetta al varco in ‘fuor del mar’, intride di lacrime l’ombra dolente’, mette in luce le contraddizioni, le angosce del potere, la disperata ricerca di una via di fuga dopo una azione inconsulta. La voce è impressionante ma a tratti sembra ruvida, e forse l’interprete può lavorare ancora per levigarla e piegarla alle curve del legato mozartiano. 
Magnifico l’interprete di Arbace, il mantovano Leonardo Cortellazzi, che fa ascoltare uno strumento molto personale, di grande scuola, lucente negli acuti, agile e squillante, direi dorato, e canta entrambe le bellissime arie. Bene l’interpretazione del Gran Sacerdote di Nettuno del tenore Xin Zhang, e tonante, nera come l’abisso la voce dell’Oracolo di Nettuno, il basso Luca Park.

L’Orchestra è dinamica e precisa, nella lucente direzione di Roberto Abbado che sbalza i begli incisi senza perdere d’occhio i volumi della solenne architettura concepita da Mozart. I contrasti sonori sono baluginanti fin dall’ouverture, dove danno vita ad una tempesta, con i bagliori degli archi che richiamano gli spruzzi della schiuma marina, mentre le trombe e i timpani sono immagini musicali dei fulmini e dei tuoni atmosferici. Idomeneo si rende conto repentinamente del fallace ‘Voto insano’, alla fine del primo atto, e il precipitoso disegno degli archi esprime il lampo di tale contrasto emotivo. Gli accompagnamenti orchestrali delle arie e dei pezzi d’assieme sono ben curati nel contrappunto strumentale, specialmente nella sezione dei legni, e davvero grandioso è lo squarcio melodico fatto percepire alle parole del coro ‘O volto tremendo’, nel terzo atto. Le trombe esultano alla stupenda vittoria di Idamante uccisore del mostro, e la luce di cui risplende l’accompagnamento al coro finale ‘scenda amor’ è quella di un sole al calor bianco. 

Il coro guidato da Gea Garatti Ansini è il portento che conosciamo. I cretesi in vesti bianche decorate con eleganti linee nere, e la voluta sul petto che è il simbolo dell’onda marina, in masse compatte o gruppi coesi, ci mettono a parte della gioia e del dolore della gente comune, che trepida per un re o teme la morte, che gioisce per un ‘imeneo’ o prepara un sacrificio, e gli interventi del coro sono grandiosi, solenni, numerosi: ‘Godiam la pace’ nel primo atto, cantato dai troiani e dai cretesi assieme, è contrapposto poco dopo a ‘Pietà! Numi pietà!’ dei naufraghi in preda alla tempesta; mentre nel secondo atto ‘Placido è il mar’ (cantata tenendo sollevate piccole rosse stelle marine) è antitetico a ‘Qual nuovo terrore!’. Nel terzo atto il coro esclama ‘O voto tremendo’ riferendosi alla promessa del re, e ‘il verso si allunga a dismisura nel canto inventato dal maestro Mozart’, come scrive Piero Mioli. Stupenda è poi la cavatina di Idomeneo ‘Accogli o re del mar’, accompagnata dal coro, con la melodia di sublime apollinea bellezza, indimenticabile.

Al termine dell’opera, applausi per tutti gli interpreti, le numerose masse coreiche, il coro, l’orchestra. 

Pubblicato in: 
GN15 Anno XVIII 9 febbraio 2026
Scheda
Titolo completo: 

Teatro Comunale Nouveau di Bologna
Stagione d'Opera 2026
IDOMENEO
Dramma per musica in tre atti

Musica di Wolfgang Amadeus Mozart

Libretto di Giambattista Varesco
dall'omonimo libretto di Antoine Danchet per la Tragédie-lyrique Idoménée (Parigi 1712) di André Campra

Direttore Roberto Abbado
Regia Mariano Bauduin

Orchestra, Coro e Tecnici del Teatro Comunale di Bologna
Maestro del Coro Gea Garatti Ansini

Nuova produzione del Teatro Comunale di Bologna

Scene Dario Gessati
Costumi Marianna Carbone
Luci Daniele Naldi
Coreografie Miki Matsuse van Hoecke

Personaggi e interpreti:
Idomeneo, re di Creta - Antonio Poli
Idamante, suo figlio - Francesca Di Sauro
Ilia, principessa troiana - Mariangela Sicilia
Elettra, principessa - Salome Jicia
Arbace, confidente del re - Leonardo Cortellazzi
Gran Sacerdote di Nettuno - Xin Zhang
La Voce dell'Oracolo di Nettuno - Luca Park
Due cretesi - Chiara Salentino | Maria Adele Magnelli (1° febbraio) / Matilde Lazzaroni | Carmela Marina Fabbiano (1° febbraio)
Due troiani - Tommaso Norelli | Gianluca Monti (1° febbraio) / Massimiliano Brusco | Pasquale Conticelli (1° febbraio)

Basso continuo - Nicoletta Mezzini (fortepiano) / Enrico Corli (violoncello)

Figuranti - Allieve della Scuola di Teatro di Bologna "Alessandra Galante Garrone"
Ballerini - Rimi Cerloj, Sally Demonte, Giulio Petrucci, Salvatore Sciancalepore, Rocco Suma, Sofia Zanetti
Mimi - Luca Chiudini, Tommaso Faedi, Davide Isai Fontani, Alessio Genchi, Domenico Indiveri, Leonardo Liguori, Filippo Minardi, Lorenzo Muscolini, Riccardo Paglia, Mattia Valenti

Assistente del Maestro Concertatore e Direttore - Stefano Sarzani
Assistente alla regia - Laura Gagliardi
Assistente alle scene - Gianpaolo Salis

In collaborazione con la Scuola di Teatro di Bologna "Alessandra Galante Garrone"