- Articolo di:Livia Bidoli
Un'opera di Gioachino Rossini molto particolare, con vari finali, che torna con grande verve al Teatro dell’Opera di Roma dopo ventidue anni: la regia della palermitana, ora di stanza a Roma, Emma Dante, ed il Direttore musicale del Costanzi Michele Mariotti sul podio, al suo debutto per questo melodramma eroico rossiniano. Tancredi è stato accolto con un tutto esaurito in tutte le serate, dal 19 al 29 maggio scorsi.
Il generale dell'armata morta. A Gorizia il capolavoro di Luciano Tovoli
Una costola sempre più importante di èStoria, il magnifico festival dedicato agli studi storici che si tiene ogni anno a Gorizia, è la sua estensione cinematografica: èStoria Film Festival, i cui appuntamenti hanno luogo in genere tra il Kinemax (sede principale, del resto, di un'altra eccellenza goriziana come il Premio Sergio Amidei) e la saletta di BorGO Cinema. Proprio al Kinemax il 28 maggio 2026 si è svolto un evento imperdibile; la proiezione serale del misconosciuto capolavoro di Luciano Tovoli, Il generale dell'armata morta, abbinata peraltro a una conversazione con l'autore (e con il saggista Antonio Caiazza) che è stata per certi versi la prosecuzione dell'incontro col pubblico tenutosi nel pomeriggio a BorGO Cinema e intitolato “Una storia scomoda. La guerra segreta al film con Mastroianni sugli italiani in Albania negli anni del fascismo”.
Facciamo subito una premessa: lo sporadico inserimento del cinema e di altre arti, tra cui la musica, in questo Festival Internazionale della Storia giunto ormai alla XXII edizione, punta proprio alla multidisciplinarità, ossia a un dialogo tra tali espressioni artistiche e i più accurati studi storici. A dimostrarlo la presenza qui tra gli ospiti di Antonio Caiazza. Il suo libro, per l'appunto Una storia scomoda, del quale in tale frangente si è parlato molto dettagliatamente, analizza con grande attenzione le circostanze fino a poco tempo fa poco conosciute che caratterizzarono sia la travagliata genesi del film di Tovoli, sia le difficoltà distributive cui andò poi incontro.
L'aneddotica a riguardo, propostaci in sala dai due relatori, è talmente fitta e coinvolgente da costituire quasi un romanzo a parte. Ma va subito precisato che il saggista, per assicurare profondità al suo lavoro, si è basato non soltanto sulle memorie personali del regista ma anche e soprattutto su una certosina ricerca documentaria effettuata presso gli archivi di mezza Europa, ricerca che attraverso il ritrovamento di documenti inediti ha portato alla ricostruzione di vicende diplomatiche a dir poco complesse.
Se infatti era abbastanza noto che dopo anni di trattative e sopralluoghi la produzione cinematografica messa su da Luciano Tovoli, con il sostanziale appoggio dei co-protagonisti della pellicola Marcello Mastroianni e Michel Piccoli, dovette rinunciare a effettuare le riprese nella blindatissima Albania comunista, ripiegando sui comunque suggestivi, appropriati paesaggi montani abruzzesi, non così chiare apparivano le ragioni di tale ostracismo. Da un lato vi era senz'altro la tipica diffidenza del regime di Enver Hoxha nei confronti di qualsiasi presenza straniera (soprattutto se occidentale) in territorio albanese. Ma la ricerca negli archivi del buon Caiazza, navigato giornalista RAI, ha saputo mettere in luce anche l'imbarazzo delle istituzioni italiane, non ancora pronte a riaccendere i riflettori sull'occupazione italiana dell'Albania durante il Ventennio, tant'è che il film di Tovoli (pur accolto in modo lusinghiero ai festival e in paesi come la Francia), oltre a non beneficiare di una vera e propria distribuzione, in Italia ebbe un solo passaggio televisivo, per giunta col titolo L'armata ritorna ritenuto evidentemente dai dirigenti RAI meno disturbante, provocatorio e “disfattista” de Il generale dell'armata morta.
Come ricordava Tovoli stesso, la sua pellicola aveva invece ottenuto (complice, volendo, la presenza di Michel Piccoli) un lancio in circa 450 sale (evento assai raro, per le produzioni cinematografiche italiane) e una calorosa accoglienza da parte di pubblico e critica, in Francia, dove del resto era assai conosciuta la produzione letteraria di Ismail Kadaré, autore albanese che ha più volte sfiorato il Nobel non ricevendolo probabilmente più per questioni politiche.
Il generale dell'armata morta è uno dei suoi romanzi di maggior successo, pressoché sconosciuto all'epoca dalle nostre parti, ma amatissimo ad esempio dai lettori parigini. Spronato da Ferreri, Luciano Tovoli si era deciso ad adattarlo per il grande schermo in occasione del suo debutto come regista, lui che aveva già e avrebbe poi continuato ad avere una luminosa carriera di direttore della fotografia: vi sono Banditi a Orgosolo di Vittorio De Seta (1961), Professione: reporter di Michelangelo Antonioni (1975), La donna della domenica di Luigi Comencini (1975), Suspiria di Dario Argento (1977), L'ultima donna di Marco Ferreri (1976), Il deserto dei Tartari di Valerio Zurlini (1976) e Interno di un convento di Walerian Borowczyk (1978), tra i capolavori cui ha offerto il proprio contributo, nella messa in quadro.
In quanto a Il generale dell'armata morta, pur prendendosi qualche libertà – apprezzate poi dallo stesso scrittore albanese – nei confronti del magistrale romanzo di Kadaré (abbiamo ad esempio appreso che l'irresistibile, grottesca scena dei due generali di fronte ai boccali di birra è farina del suo sacco), Tovoli non ha fatto altro che accentuarne lo spirito anti-borghese, ma soprattutto anti-militarista, ben presente nell'epica stracciona impersonata dal generale dell'esercito (Marcello Mastroianni) e dal cappellano militare (Michel Piccoli) in missione nei Balcani, per recuperare le spoglie dei nostri soldati caduti durante la Seconda Guerra Mondiale.
Un tono farsesco e a tratti surreale lì accompagna ovunque. Senza contare che l'altisonante linguaggio da loro usato serve il più delle volte a mascherare le bassezze, gli istinti libidinosi, che le richieste di una affascinante vedova di guerra (interpretata dalla magnetica e seducente Anouk Aimée) desiderosa di riavere indietro i resti del marito ufficiale, caduto al fronte, ha acceso in loro. Laddove il sempiterno binomio Eros/Thanatos contagia frequentemente il racconto e la messa in scena, facendo parimenti uscir fuori tutto il ridicolo della retorica militare e di un autoritarismo che, anche in tempo di pace, cova sotto la cenere dei passati conflitti.



