- Articolo di:Giulio Migliorini
A Bergamo, nella seconda parte del mese di novembre, ha luogo il prestigioso Festival Donizetti, con la rappresentazione di alcune opere ogni anno, accanto al recupero di pezzi musicali sconosciuti, in diverse sedi. In questo caso si trattava de Il Campanello e di Deux hommes et une femme, il 15 novembre scorso con il baton di Enrico Pagano e la regia di Stefania Bonfadelli. Il turista che vuol godere della buona gastronomia non manca di servirsi nei numerosi negozi e alle bancarelle, che si trovano tanto nella città alta quanto al mercatino di Natale nei pressi della Stazione. Il turista che vuol poi coniugare tali prelibati incontri con la “Luce di quest’anima”, intesa come godimento dell’anima, si reca a teatro e tende le orecchie, si mette ad ascoltare, cerca di comprendere, di entrare nelle storie che vengono messe in scena.
Orfeo di Virgilio Villoresi. L'Amour Fou ed Eura Storm
Nel panorama, talora asfittico, del cinema italiano contemporaneo, può capitare che ai soliti, modesti ingranaggi produttivi si sostituisca un inatteso, occasionale colpo di genio. E se scomodare il termine “genialità” potrebbe apparire esagerato, per chi non si è ancora confrontato con il lungometraggio di Virgilio Villoresi, siamo certi che dopo la visione apparirà tutto più chiaro. Perché questo suo Orfeo è senz'altro in grado di scardinare, rivitalizzare e finanche rivoluzionare l'immaginario fantastico. Avendo peraltro tutte le carte in regola per diventare un cult movie.
Volendo, non è la prima volta che il mito di Orfeo e Euridice fa capolino nella settima arte. Ci si potrebbe divertire ad elencare diversi titoli, alcuni dei quali decisamente importanti. Per un'assai personale predilezione, restringiamo pure il campo al coltissimo, visionario Orfeo ed Euridice (Orfeusz és Euridike, 1985) del grande cineasta magiaro István Gaál, ispirato alla versione operistica (datata 1762) del compositore tedesco Christoph Willibald Gluck, co-prodotto dall'Ungheria e da quella stessa Italia dove Gaál da giovane aveva ricevuto una borsa di studio presso il Centro Sperimentale di Cinematografia, a Roma.
Come ci ricorda la studiosa ungherese Judit Pintér, l'autore all'epoca disse: “Fare un film da un melodramma pastorale è un bel rischio. Nonostante tutto, io ho voluto fare questo film, un desiderio al quale tenevo da moltissimo tempo. Nel 1960 ebbi occasione di ascoltare l'aria finale dell'opera cantata da Tito Schipa. Mi ricordo di aver avuto una specie di colpo di fulmine per questa musica. Quello che mi ha attratto è proprio il tentare di immaginare quali tipi di proiezione visiva avrei potuto aggiungere a una musica così bella”.
Un analogo colpo di fulmine è quello che ha avuto Virgilio Villoresi, esordiente al lungometraggio ma con tante esperienze preziose nell'ambito del cinema breve e di altri comparti dell'audiovisivo, nei confronti del poema a fumetti pubblicato da Dino Buzzati nel 1969. Poiché è a questa aurorale graphic novel che qui ci si ispira. Presentato Fuori Concorso alla 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Orfeo viene ora portato in sala, a partire dal 27 novembre, da una delle più raffinate, coraggiose distribuzioni italiane, la Double Line, cui dobbiamo anche la recente riscoperta di Cure del giapponese Kiyoshi Kurosawa. Il nostro augurio è perciò che un pubblico più vasto possibile voglia evadere così da quegli Inferi, che l'appiattimento dell'attuale panorama distributivo ha creato, per poi risalire al livello di una creatività ben più libera, affascinante e ariosa.
Realizzato mescolando tra loro con gusto riprese live action e animazione, Orfeo è un'opera cinematografica deliziosamente démodé in cui ciascun'inquadratura è una piccola opera d'arte. E nessuna scena può essere definita banalmente “di raccordo”. Con una Milano immaginifica sullo sfondo e mondi ultraterreni pronti a spalancarsi, dietro insospettabili porticine, la leggenda di Orfeo e Euridice rivive nei volti sognanti del pianista Orfeo e della ballerina Eura Storm, delicate creature travolte da un insolito destino, in bilico tra Eros e Thanatos. Amore romantico. Amor fou. Amor cortese.
Laddove i più sinceri, nobili sentimenti nulla possono a volte contro un Fato crudele e beffardo. Accade così che, persa Eura/Euridice, Orfeo punti da copione l'Ade prestandosi così a una serie di epifanie sorprendenti, sconcertanti, ora spaventose (vi è spazio persino per una fantasia sul corpo di Euridice, tendenzialmente splatter) e ora amabilmente umbratili, malinconiche. Stratigrafia di ingegni creativi non comuni, avviluppati tra loro da una regia elegante e disposta ad osare, ogni sequenza genera nello spettatore un sussulto grazie alle meraviglie create da costumisti e scenografi, implementate alla bisogna dalle fantasie ancor più sfrenate degli animatori, parimenti orientati a ibridare le forme, sperimentando sul piano stilistico, ed eccellendo soprattutto nelle scene girate a passo uno.
Non ci ha sorpreso affatto, quindi, trovare in questo team legato all'animazione un'artista come Anna Ciammitti, di cui avevamo già apprezzato il talento all'interno di progetti cinematografici e non portati avanti con altri in Spagna. Il repertorio iconografico cui hanno attinto il regista e i suoi collaboratori risulta poi incredibilmente vasto. Si va da fondali con giochi prospettici alla de Chirico a quelle svolazzanti creature modellate sulle antiche Erinni che strizzano l'occhio (anzi, gli occhioni) a Tim Burton, da cromatismi che non sfigurerebbero in un film di Guillermo del Toro (attenzione, però, quelli migliori) ad eserciti di scheletrini animati a scatti come amava fare Ray Harryhausen.
Con un un set di pose talmente curato, naïf, vintage, tendenzialmente dark e decadente ma in grado di sprigionare un'infinita tenerezza, Orfeo fa perno anche sulla bellezza desueta dei suoi protagonisti: le eteree sembianze di Luca Vergoni e Giulia Maenza bucano decisamente lo schermo. Bravi e dotati di uno charme d'altri tempi. Ci piace però sottolineare che nel piccolo capolavoro firmato da Virgilio Villoresi alla loro bellezza angelicata fanno da contrappunto momenti di più marcata sensualità, quasi sfrenata per quanto mai volgare, come ad esempio la straordinaria danza regalataci sullo schermo da Giuditta Sin, artista di Burlesque di fama internazionale, da noi già apprezzata anche a teatro e al cinematografo.
In conferenza stampa il regista ha rivelato che ci sarà una sua esibizione dal vivo, in occasione della proiezione romana del 27 novembre al Cinema Troisi. Per chi non ne ha ancora apprezzato la grazia e le seducenti movenze, un'occasione da non perdere.



