- Articolo di:Teo Orlando
Era grande l'attesa di pubblico e critica per l'esordio in prima assoluta – nella sua versione italiana al Teatro dell'Opera di Roma – di Inferno di Lucia Ronchetti. Attesa che è stata pienamente soddisfatta, da un'opera che arricchisce il panorama del teatro musicale contemporaneo con un capitolo di straordinaria potenza visiva e acustica: e, potremmo aggiungere, con una fruibilità anche per un pubblico non troppo avvezzo a sperimentalismi sonori e ad accordi dissonanti. Dal 19 febbraio al 7 marzo al Teatro Costanzi con Tito Ceccherini sul podio e David Hermann alla regia.
La scomparsa di Josef Mengele. “L'angelo della morte” secondo Serebrennikov
Partiamo da una semplice, banalissima considerazione: il russo Kirill Serebrennikov è per chi scrive uno dei più significativi, brillanti cineasti contemporanei. Al netto delle possibili controversie che il suo posizionamento politico e quello relativo a determinate urgenze sociali può generare in patria o altrove. L'impressione del resto fu molto forte sin dalla visione di Izobražaja žertvu, personale rivisitazione dell'Amleto di William Shakespeare e suo secondo lungometraggio, che tra l'altro un po' a sorpresa vinse il Marc'Aurelio d'Oro per il miglior film alla primissima edizione della Festa del Cinema di Roma. Da allora di film ne ha realizzati diversi altri. Sebbene col rimpianto di non aver ancora intercettato La moglie di Tchaikovsky (Žena Čajkovskogo, 2022), possiamo tranquillamente affermare che almeno tre di questi ci sono parsi piccoli, sconvolgenti capolavori: Parola di Dio (Učenik, 2016), Summer (Leto, 2018) e più di tutti il destabilizzante, forsennato Limonov (Limonov: The Ballad, 2024), adattamento cinematografico dell'omonimo e parimenti esaltante best seller di Emmanuel Carrère.
Con tali premesse, si può ben capire che abbiamo accolto con entusiasmo la possibilità offertaci dal 37° Trieste Film Festival di assistere, tra il 20 e il 21 gennaio, alla prima nazionale del suo ultimo lavoro e a una successiva Masterclass con l'autore, intervistato per l'occasione sul palco del Politeama Rossetti da Joël Chapron, storico collaboratore del Festival di Cannes ed esperto di cinema russo e sovietico. Questo duplice appuntamento non è risultato certo al di sotto delle aspettative.
Pur non facendosi amare in modo istintivo e immediato come il precedente Limonov, pur risultando impegnativo nella durata e persino un po' ostico nella percezione dei differenti piani spazio-temporali, La scomparsa di Josef Mengele ci aiuta a far luce nelle tenebre. Si fa strada cioè attraverso le ombre sinistre di una delle biografie più abiette e inquietanti del Novecento: quella del Dottor Mengele, l'Angelo della Morte di Auschwitz-Birkenau, il medico delle SS che faceva folli e sadici esperimenti - soprattutto sui gemelli - nel tentativo di provare le sue altrettanto insensate teorie eugenetiche.
Serebrennikov, nel condurre tale indagine, pone al centro del discorso la lunga latitanza al termine della Seconda Guerra Mondiale del criminale nazista, rifugiatosi come molti altri in Sudamerica dove – tra Brasile e Argentina – ha potuto beneficiare di protezioni importanti, cui possiamo oggi guardare con più che legittima indignazione ma che furono parte integrante, purtroppo, di quella Realpolitik occidentale affermatasi sin dagli albori della “guerra fredda”. Complementare a La scomparsa di Josef Mengele, per inciso, può apparire anche oggi la visione de Il nemico del mio nemico. Cia, nazisti e guerra fredda, l'incalzante documentario realizzato da Kevin Macdonald e focalizzato sull'analoga fuga in America Latina di Klaus Barbie, il famigerato “Boia di Lione”.
Estremamente rigorosa, anche sotto il profilo stilistico e narrativo, è da parte di Serebrennikov la costruzione di questo anomalo biopic, in cui la descrizione dei fatti (pur essendo questi sufficientemente circostanziati) appare meno importante dell'investigare sulle devianze, su un sostrato culturale malato, sul modus vivendi di un piccolo clan di nostalgici del Terzo Reich mai rosi da sensi di colpa e totalmente sprezzanti nei confronti di vite umane considerate, in modo agghiacciante, “inferiori”.
Potremmo sintetizzare il tutto con una parola, presa paradossalmente proprio dalla lingua tedesca e resa celebre da una poesia di Friedrich Hölderlin: Zeitgeist: lo spirito del tempo. Il cineasta russo sa coglierlo eloquentemente in quei raduni nazistoidi post-bellici come pure negli aspri confronti verbali che Josef Mengele (impersonato nella sua cieca adesione ai dogmi hitleriani dall'attore tedesco August Diehl, già ammirato in panni “luciferini” nel recente Il Maestro e Margherita) ha con il figlio, giunto in Brasile per appurare se il padre sia stato o meno un criminale di guerra. Sì, lo è stato. E tra i più feroci. Ma era evidentemente così abituato a mistificare ogni cosa, a traviare la realtà per autocelebrarsi, da non poterlo ammettere e reagire anzi violentemente con le stesse persone a lui più vicine.
Sono scene girate in un bianco e nero che, non dispiaccia il paragone indubbiamente alto, ci hanno ricordato un po' l'Haneke de Il nastro bianco, non a caso altro crudo apologo sull'affermarsi dell'autoritarismo in Germania. Mentre Serebrennikov ricorre più avanti al colore, sgranandolo, assimilandolo a vecchi filmati di propaganda, per rievocare il vitalismo selvaggio e malsano del medico delle SS durante la guerra, con le stesse conquiste amorose di Mengele accostate in modo disturbante ai crudeli esperimenti effettuati sui prigionieri dei campi. Allorché “collante” tra le diverse epoche e i differenti segmenti del film diviene l'ossessione dell'Angelo della Morte per i gemelli: registicamente, cinematograficamente parlando, valido appiglio per introdurre anche il sempiterno tema del Doppio.
In questa impalcatura labirintica non mancano nemmeno, è onesto dirlo, piccoli passaggi a vuoto o momenti estetizzanti meno funzionali alla messa a fuoco della così torbida vicenda umana. Lo ha ben sintetizzato il collega Francesco Del Grosso, su CineClandestino, individuando in tale caos creativo quelle crepe che minano una fruizione più completa e coerente dell'opera. Riproponiamo volentieri un piccolo estratto della sua analisi critica: “Narrato interamente dal punto di vista del fuggitivo, salvo aprirsi nell’occasione della visita del figlio durante gli ultimi giorni di vita a uno sguardo esterno, La scomparsa di Josef Mengele si concentra sul periodo di latitanza in Centro e Sud America del protagonista attraverso una narrazione cronologicamente non lineare degli highlights più significativi. Si assiste a un palleggio insistito spazio-temporale reso possibile da una concatenazione di flashback che ricostruiscono sia l’identikit che i fatti. Palleggio, questo, che però si rivela essere il tallone d’Achille dell’opera, stressata e resa spesso caotica dall’eccessiva frammentazione che richiede un certo livello di attenzione per non perdere la bussola. Un lavoro più preciso in fase di editing e di scrittura avrebbe aiutato e non poco in tal senso a migliorare la leggibilità della fruizione”.
Eppure, nonostante ciò – ci inseriamo nuovamente noialtri –, nei frammenti in cui Serebrennikov riesce a bilanciare meglio la cura formale e contenuti tanto ponderosi, ci è parso di ravvisare tracce di quella stessa intuitiva, folgorante comprensione dell'atrocità del Nazismo, mostrata da Jonathan Glazer nel suo (giustamente) acclamato La zona di interesse.


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