- Articolo di:Teo Orlando
Domenica 4 gennaio 2026 nel piccolo e raccolto Teatro Il Cantiere, situato nel cuore di Trastevere, abbiamo assistito a un incontro speciale: quello tra Marilena Paradisi e Kevin Harris, nel nome del jazz storico e dell'avanguardia contemporanea. Si presentava con una promessa impegnativa: un concerto “speciale” incentrato su improvvisazione e libertà creativa, con l’interplay come vera trama della serata. Non si tratta di etichetta di comodo: l’assetto in duo, essenziale e scoperto, impone che ogni secondo venga guadagnato con ascolto reciproco, perché senza una scaletta protettiva (o un repertorio “salvagente”) la musica vive o muore nel modo in cui due personalità riescono a farsi spazio senza schiacciarsi.
Teatro Colón di Buenos Aires. Una Traviata misurata ed eburnea
A novembre il Teatro Colón ha presentato una nuova produzione de La traviata, rinnovando l’attenzione del colto pubblico porteño verso Verdi. Alla direzione d’orchestra la nostra Beatrice Venezi, che in Argentina continua a essere accolta con un affetto spontaneo: qui il suo gesto è riconosciuto e seguito con simpatia, lontano dalle polemiche che circolano in Italia negli ultimi mesi.
La sua lettura si mantiene essenziale, chiara nella gestione dei tempi e soprattutto attenta al rapporto con i cantanti. La regia è firmata da Emilio Sagi, maestro del teatro musicale internazionale e già direttore artistico del Teatro Real di Madrid. La sua Traviata abbandona ogni sovraccarico emotivo e costruisce una narrazione concentrata sulla figura di Violetta Valéry, una donna che affronta il proprio destino non come vittima ma come protagonista della propria storia. L’ambientazione, tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, ritrae una Parigi elegante, segnata dal cambiamento sociale e da un glamour che inizia a incrinarsi.
L’impianto scenico di Daniel Bianco utilizza un bianco totale, non come neutralità ma come spazio sospeso, quasi metafisico, dove ogni gesto della protagonista risuona amplificato. I colori irrompono solo nelle scene collettive, come la festa di Flora, costruendo contrasti visivi che dialogano con la progressione drammaturgica.
Il centro della produzione è Zuzana Marková, una Violetta che unisce padronanza tecnica e forte personalità scenica. Nel primo atto domina con eleganza, nel secondo trova una linea drammatica più tagliente, mentre nel terzo riduce la voce ad una nudità controllata e struggente. Accanto a lei, Alfredo e Germont risultano corretti ma meno incisivi, la Marková trascina il baricentro emotivo dell’opera e guida lo spettatore attraverso l’intera parabola del personaggio.
La concertazione di Venezi procede con precisione e senza eccessi retorici, privilegiando una lettura asciutta che lascia respirare la frase verdiana. L’orchestra del Colón risponde con disciplina e compattezza, mantenendo un suono ordinato e funzionale alla scena, senza veri picchi.
Nel secondo atto, l’inserimento di vitraux ispirati alla cupola del foyer del Colón introduce un elemento art nouveau che non appesantisce, ma illumina l’ambiente con un tono simbolico. Il finale, con la stanza spogliata dai suoi fasti e attraversata da lampade coperte da teli neri, crea un’immagine di forte impatto visivo: uno spazio dove la vita resiste per un istante prima di arrendersi.
Il pubblico argentino ha seguito la serata con partecipazione e attenzione, tributando un lungo applauso alla Marková e accogliendo con calore l’intero cast. Una Traviata misurata, contemporanea, costruita su una protagonista che rimane impressa e su una regia che restituisce al dramma la sua essenza più umana.


