Mario Sironi nelle scelte di Margherita Sarfatti e Ada Catenacci

Articolo di: 
Daniela Puggioni
Mario Sironi. La Ballerina, 1916, Collezione Margherita Sarfatti

La Galleria Russo di Roma ospiterà fino al 16 aprile prossimo  la mostra “Mario Sironi. La poetica del Novecento. Opere dalle collezioni di Margherita Sarfatti e Ada Catenacci” a cura Fabio Benzi. Nella ricorrenza dei sessant’anni dalla morte la figura di Mario Sironi (1885-1961) è stata al centro di una serie di eventi, aperti a Milano da una retrospettiva al  Museo del Novecento, questa interessante esposizione alla Galleria Russo, incentrata su opere meno note, è l’evento conclusivo.

Attraverso molte delle opere in esposizione si mettono a fuoco le scelte di due donne guidate da un gusto fuori dal comune per l’arte, diverse tra loro, ma unite nel ritenere Sironi il più notevole artista dell’epoca in cui vivevano e di cui collezionarono moltissime opere. Un opinione condivisa da Pablo Picasso, che l’artista aveva conosciuto nel 1906 durante il soggiorno a Parigi con Boccioni, Picasso scrisse "Avete un grande artista, forse il più grande del momento e non ve ne rendete conto". Di Margherita Sarfatti è arcinoto il ruolo di dominatrice, tra il 1922 e il 1929 fu decisivo nell’indirizzare le arti figurative e gli artisti verso quel “ritorno all’ordine”, dopo le precedenti esperienze delle Avanguardie, che ha caratterizzato il ‘900 italiano tra le due guerre. Fu una straordinaria scopritrice di talenti e una formidabile organizzatrice. Il suo ruolo di protagonista assoluta, basato su un talento indiscutibile, fu facilitato dall’essere l’amante di Benito Mussolini, in quanto le poche donne di talento in posizioni di comando  furono ostacolate o rimosse dal loro ruolo; un caso emblematico fu quello di Emma Carelli, che dirigeva il Teatro Costanzi. L’ideologia fascista è maschilista e ha una visione patriarcale della società, le donne devono essere spose e fattrici, oggetti e funzioni, non persone.

Diverso fu il percorso di Ada Catenacci, che insieme al marito Giuseppe Balzarotti, inizialmente si interessò all’acquisto delle opere d’arte come alternativa all’investimento in titoli esteri, di cui, dal 1935, era vietato il possesso. Da questo nacque una passione che la portò ad allacciare rapporti non solo con i più importanti galleristi di Milano, piazza di rilievo del mercato italiano dell’arte, ma soprattutto a divenire una mecenate per gli artisti, in particolare per Sironi, a cui era legata da un rapporto di amicizia. Lo aiutò, infatti, alla fine della guerra nel 1946 acquistando una cartella di 345 disegni e bozzetti realizzati per Il Popolo d’Italia, organo del partito fascista, che allora non avevano alcun valore sul mercato.

La storia di questa cartella così importante per ricostruire il catalogo delle opere di Sironi, è complicata perché prima della guerra l’amministratore del Popolo d’Italia la consegnò al gallerista Ettore Gian  Ferrari, che aveva l’intenzione di esporli in mostra, che fu impedita dal precipitare della situazione bellica. Alla fine della guerra il gallerista diede  la cartella a Sironi, allora in gravi difficoltà economiche, in questo frangente arrivò il soccorso di  Ada Catenacci che la comprò, ma poi della cartella non si ebbero più notizie perché rimase segreta a causa del suo contenuto fino al 2000 alla morte di Federico Balzarotti, figlio di Ada, quando si rinvenne tra i beni della eredità.

Nel suo saggio, presente nell’interessante catalogo della mostra, Fabio Benzi illustra il metodo seguito nella proposizione di questa mostra, che è antologica per illustrare il percorso artistico di Mario Sironi, ma con un focus sul disegno così centrale per l’artista nella elaborazione delle sue idee. Il disegno è sempre stato importante nell’arte italiana ma per l’artista lo è stato in un modo che Benzi descrive con grande efficacia: “In Sironi il processo intellettuale rappresentato dal disegno, preliminare o autonomo non importa, assume un ruolo esponenziale rispetto a qualsiasi altro artista contemporaneo: la quantità straordinaria di opere di questo genere che realizzò nella sua vita, e il rovello tecnico che le permea, utilizzando senza soluzione di continuità ogni medium possibile (dalla matita al carboncino, dall’acquerello alla tempera, dal collage all’inchiostro), arrivando a sconfinare senza apparente trapasso nel quadro definitivo (e viceversa), costituisce un unicum che davvero lascia stupefatti per vastità, coerenza e sforzo progettuale”. Per evidenziare la centralità del disegno in Sironi il curatore Fabio Benzi ha scelto di mettere in mostra  una quarantina dei fogli provenienti da quella cartella, insieme ad altre opere grafiche di diversa provenienza.

In mostra ci sono opere che illustrano le influenze delle diverse Avanguardie nella iniziale formazione (1903-1904) di Sironi, il Divisionismo, prima, e poi il Futurismo attraverso il rapporto con Boccioni, Severini e Balla. Nel 1908 e poi tra 1910 e il 1911 il giovane artista andò in Germania ospite della famiglia di Felix Tannenbaum, uno scultore ebreo tedesco arrivato a Roma nel primo decennio del novecento, con cui ebbe un rapporto di amicizia. Citiamo questi avvenimenti perché le opere dell’Espressionismo, che lì vide esercitarono un’influenza che emerge nel corso della sua lunga attività artistica, il desolato Paesaggio urbano (1908) ne è un esempio. Di prima e durante il primo conflitto mondiale ci sono tre diverse opere di impronta futurista con lo stesso titolo: Ballerina, realizzata con tecniche miste la prima (1915): tempera, inchiostro, collage con foglio di alluminio, carta applicata su tela, la seconda ( 1915-16 circa) tecnica mista su carta, la terza (1916) dalla collezione della Sarfatti, è una tempera e collage su cartoncino. L’espressivo e realistico Ritratto di un commilitone (1917-1918) eseguito a matita su carta è un altro esempio di uso e perizia nel disegno. In questo periodo emerge anche la sua attitudine nei disegni dedicati alla propaganda bellica, L’ultimo discorso del Kaiser (1918, tempera, matita litografica e collage su carta) e Battuto e ladro (1918, tempera, matita litografica su carta applicata su carta) in mostra entrambe provenienti dalla collezione Sarfatti, ne sono un chiaro esempio.

Nella Figura con lo specchio (1921-1922, tempera su carta incollata su tavola, dalla collezione Sarfatti) ci sono echi  della pittura metafisica, nello sfondo di un tetro paesaggio urbano monumentale animato da un bambino che cerca di arrampicarsi, emerge questa figura imponente e inquietante. Nel Pastore, olio su tela applicata su tavola (1931-1932) si nota già quelle una di quelle figure monumentali, scultoree, che evocano Masaccio e sono presenti negli affreschi, come quello dell’Aula Magna della Sapienza a Roma. Sironi si dedicò intensamente agli affreschi e nel 1933 firmò il manifesto della Pittura murale con Campigli, Carrà e Funi, ma già due anni prima aveva affermato che: “La pittura murale è pittura sociale per eccellenza. Essa opera sull’immaginazione popolare più direttamente di qualunque altra forma di pittura e più direttamente ispira le arti minori. (…) Infatti sia la pratica destinazione (uffici pubblici, luoghi comunque che hanno una civica funzione), sia le leggi che la governano, sia il prevalere in essa dell’elemento stilistico su quello emozionale, sia la sua intima associazione con l’architettura, vietano all’artista si cedere all’improvvisazione e ai facili virtuosismi. Lo costringono a maturare la propria invenzione e a organizzarla compiutamente.” Sono anche in mostra gli Studi per il bassorilievo del Palazzo dei Giornali (1940) dalla collezione di Ada Catenacci che sono esempi della visione di arte pubblica dell’artista. Sironi aderì convintamente al fascismo e i disegni realizzati per Il Popolo d’Italia in esposizione mostrano il suo coinvolgimento nella propaganda del partito.

Ci sono anche opere realizzate nel dopoguerra come Composizione con barca (1953)  e Senza titolo (1954) in cui l’artista usa la composizione a scomparti che per primo aveva sperimentato Campigli in cui le figure sembrano scolpite nella pietra. La mostra, pur nel breve percorso è di grande interesse perché mette in luce vari aspetti dell'arte di Sironi nel corso di tutta la esperienza artistica grazie alle acute scelte  di Fabio Benzi.

Pubblicato in: 
GN20 Anno XIV 23 marzo 2022
Scheda
Titolo completo: 

MARIO SIRONI
LA POETICA DEL NOVECENTO
Opere dalle Collezioni
di Margherita Sarfatti e Ada Catenacci  
a cura di
Fabio Benzi

12 marzo – 16 aprile 2022

Galleria Russo
Via Alibert, 20
00187 Roma

Info:
www.galleriarusso.com
+39 06 6789949 – 06 69920692
+39 345 0825223

Orari:
lunedì dalle 16.30 alle 19.30;
dal martedì al sabato dalle 10.00 alle 19.30
 
Ingresso libero

Catalogo Manfredi Edizioni
Testi in catalogo di Fabio Benzi e Elena Pontiggia