La pittura e il tempo. Il novecento di Ferruccio Ferrazzi

Articolo di: 
Giulio de Martino
Ferruccio Ferrazzi, “Autoritratto” (1957), dipinto a encausto su tavola. Misure: cm 32 x 24.

Dal 10 ottobre al 23 novembre 2019, alla Galleria Berardi al Corso Rinascimento 9 a Roma, si vede la densa mostra “Il Novecento di Ferruccio Ferrazzi (1891-1978)”. Un’ampia serie di ottime tele e un catalogo ricco di dati, immagini e interpretazioni, curato da Alessandra Imbellone, consentono di entrare nell’esperienza pittorica di Ferrazzi che – esponendo dal 1907 al 1978 – ha potuto attraversare la distanza lunga del secolo scorso e vivere la drammatica e contraddittoria esperienza che fu peculiare all’Italia: protesa alla riaffermazione di un passato favoloso e poi rassegnata alla mediocre sconfitta.

Una menzione particolare merita allora il catalogo che va ben oltre le usuali pubblicazioni della critica d’arte e che è corredato da un ricco apparato storico, bibliografico e iconografico. Ricostruisce con chiara e scrupolosa attenzione il complesso e intenso percorso umano e artistico di Ferrazzi. Prezioso è il regesto illustrato delle opere esposte in vita dall’artista, strumento di grande utilità per ulteriori approfondimenti.

La potenza del linguaggio materico e immaginale della pittura è ciò che il visitatore può meglio percepire di fronte alle opere di Ferrazzi. Nell’epoca dell’immagine riprodotta e digitalizzata - nella quale la figurazione e il colore sono trascritti e omologati nella bidimensionalità di uno schermo - la visione di un dipinto intrinseco al suo supporto originale, la scoperta progressiva della costruzione mentale e manuale delle immagini consente all’occhio di viaggiare dentro la mente dell’artista. Su Ferruccio Ferrazzi, come su Sartorio e Sironi, è caduta a lungo la scomunica della storia dell’arte e dei musei a causa del loro – più o meno lungo e convinto -  fiancheggiamento del fascismo. Invece è bene che il giudizio artistico, in specie in Italia, si mantenga autonomo, anche se correlato, rispetto alle specifiche vicissitudini storiche e politiche degli autori: tanto più che - almeno dal Settecento, con la nascita della moderna storia dell’arte - lo sguardo sulla pittura e sulla scultura si è focalizzato di più sulle forme estetiche e culturali, piuttosto che sui loro immediati risvolti sociali.

La mostra alla Galleria Berardi ripercorre in modo serrato la variegata e multiforme produzione pittorica di Ferrazzi: praticò – dagli anni ’20 - un peculiare “ritorno all’ordine” riattraversando la storia della pittura dal Quattrocento al romanticismo, dall’espressionismo al post-impressionismo. Per questo è stato un pittore di non facile collocazione critica. Per ragioni topografiche fu incluso nella Scuola romana di Scipione e Mario Mafai, ma ciò stride con l’afflato visionario e simbolista della sua pittura e anche con la sua inquietudine privata. Nei suoi dipinti si percepisce un pensiero, una forza di figurazione e di trasfigurazione individuale e soggettiva, che gli consente di spalmare disegni e colori sulla tela o su pannelli - con l’olio o con la difficile tecnica dell’encausto – solo dopo averli filtrati attraverso la sua interiorità dilatata.

Consapevole del ruolo pubblico e istituzionale dell’arte, ma anche della sua radicalità privata e esistenziale, Ferrazzi attraversò varie stagioni della pittura novecentesca e fu protagonista di molte e rilevanti produzioni pur restando un artista appartato e autonomo. Trasse dalla storia della pittura suggestioni e modelli, ma li utilizzò con libera creatività per dare forma alla sua visione della realtà.
Non aderì ad avanguardie o a movimenti artistici particolari: quando si coinvolse in determinati contesti pittorici – pensiamo ai dipinti del periodo del fascismo o agli affreschi di argomento religioso – lo fece sempre nel rispetto di un linguaggio artistico personale. La sua tensione fu duplice: introdusse nella pittura le esperienze della storia, ma trasformò continuamente il linguaggio pittorico, sperimentando diverse tecniche e metodologie in base a ciò che riteneva prioritario di rappresentare.

Figlio d’arte, il suo esordio nel 1907 fu precoce e avvenne in conformità con gli stili simbolisti e figurativi del tempo, ma già con la cosiddetta sala "prismatica" - alla LXXXV Esposizione della Società Amatori e Cultori di Belle Arti di Roma nel 1916 - la sua arte prese il volo. Poi, con lo studio di maestri come El Greco, Cézanne, Piero della Francesca, degli espressionisti tedeschi, la sua diventò pittura della pittura. Produsse mosaici, arazzi e murali sulla base di commissioni pubbliche negli anni Trenta e Quaranta, fino a dipingere le angosciate Apocalissi del 1943 e le orride figurazioni della guerra.

Il Dopoguerra avrebbe aperto per lui una fase di ripensamento e di meditazione sulla contraddittoria esperienza vissuta, sulle convinzioni e sulle delusioni. Continuò la disciplina della pittura e sperimentò un ritorno alla scultura nell’oasi riappacificata del giardino della sua villa di Santa Liberata, all’Argentario. Da pittore del Novecento cercò di lenire una coscienza infelice con una compostezza senile e rassegnata, ma anche religiosa e consapevole, sempre estroflessa nell’arte. La sua è una pittura che spicca per potenza creativa e originalità nell'arte del Novecento italiano.

Pubblicato in: 
GN2 Anno XII 7 novembre 2019
Scheda
Titolo completo: 

“Il Novecento di Ferruccio Ferrazzi (1891-1978)”
Periodo: 10 ottobre - 23 novembre 2019
Sede espositiva: BERARDI Galleria d'Arte – Roma, Corso Rinascimento, 9.
Organizzazione: BERARDI Galleria d'Arte
Catalogo: a cura di Alessandra Imbellone, edito da BERARDI Galleria d'Arte