Più libri, più liberi. Il futuro della lingua italiana

Articolo di: 
Teo Orlando
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L'11 dicembre del 2022, presso la Fiera della piccola e media editoria, ospitata nella Nuvola di Fuksas, nel quartiere romano dell'Eur, è stato presentato il libro Insegnare l’italiano nell’università e nella scuola (edizioni di Storia e letteratura) che contiene la lezione con cui  il 14 giugno del 2017, quasi al compimento di quarant’anni di cattedra, il linguista Luca Serianni tenne la sua lezione di congedo nell’Aula 1 della Facoltà di Lettere alla Sapienza, Università di Roma. La lezione pubblicata è stata l’occasione per ricordare Serianni a cinque mesi dalla sua scomparsa, grazie agli interventi dei giornalisti Paolo Di Paolo e Cristina Faloci, suoi ex allievi e redattori della trasmissione radiofonica La lingua batte, e della storica della lingua Valeria Della Valle, Accademica della Crusca e anche lei discepola di Serianni.

Di Paolo ha sottolineato come Serianni, anche prima della sua tragica morte, avvenuta per un incidente stradale nel luglio 2022, continuasse a svolgere una fitta attività didattica, anche nelle scuole. Per l’occasione aveva scelto di parlare dell’insegnamento della lingua italiana, ma in realtà fece molto di più, come sempre. Quella lectio magistralis andrebbe fatta leggere a chi inizia a lavorare come professore, come a un medico il giuramento d’Ippocrate. E infatti Serianni ha osservato, nel sottolineare il contatto tra docente e alunno, come ci sia «continuità nella funzione dell'insegnante, anche se l'età dei discenti cambia dai bambini delle elementari ai giovani adulti (o almeno tardo-adolescenti) delle aule universitarie».

«Insegnare è soprattutto trasmettere un certo modo di vedere le cose, da una generazione all’altra», esordì, citando i suoi maestri, tra cui il grande linguista Arrigo Castellani, che ha inciso «profondamente» nella sua formazione. E anche il collega Tullio De Mauro, poco più anziano, che ha dedicato più di quarant'anni di impegno illuminato e instancabile al miglioramento della scuola italiana. Da De Mauro e dall'antropologo Alberto Maria Cirese, Serianni ha mutuato e ripreso l'idea dell'importanza di essere al servizio di una persona giuridica: lo Stato, che non è solo l'ente che eroga lo stipendio ai suoi dipendenti, ma anche l'insieme dei cittadini che fanno parte di una determinata comunità territoriale. «Proprio ai miei studenti di quest’anno – disse in quel frangente, prima di ripiegare i fogli del suo discorso - ho ricordato il secondo comma dell’articolo 54 della Costituzione, che mi piace interpretare, andando forse oltre la lettera, e ho chiesto loro: Sapete che cosa rappresentate per me? Immagino che non lo sappiate. Voi rappresentate lo Stato». Dai maestri che hanno reso più chiara la strada è poi passato ai suoi tantissimi allievi, di cui disse: «Il merito non va a me, ma alle loro capacità». I maestri, dunque, «assolvono i loro compiti se si limitano a riconoscere i talenti e a valorizzarli, senza coartare in nessun senso le rispettive inclinazioni di studio e di ricerca»: in fondo l'allievo veramente capace è colui che risulta bravo e riesce a raggiungere i suoi obiettivi indipendentemente dai maestri che ha incontrato nella sua carriera (e talora anche nonostante i maestri). Come diceva Friedrich Nietzsche nella sua autobiografia, Ecce Homo: «si diventa ciò che si è».

Di rilievo è anche il passaggio in cui Serianni si sofferma sugli esami, tanto temuti dagli studenti: «Sono un momento fondamentale, non solo per lo studente, e per l'investimento emotivo che comporta, ma anche per il docente, che verifica proprio nella circostanza dell'esame se ha combinato qualcosa di buono durante il proprio corso». Stando ai racconti dei colleghi, infatti, nessuno nel suo piccolo ufficio al secondo piano veniva mai umiliato, perché di uno studente, diceva, non si dovrebbe mai parlare male. Sempre da loro emergeva il ricordo del modo che aveva di correggere i compiti scritti: le tradizionali penne rosse e blu per segnalare la gravità degli errori, e una penna verde, per fare una "carezza" a chi aveva avuto buone intuizioni. Insomma, chi ha scelto l’insegnamento ha «scommesso sui propri scolari, e in generale sui giovani, sulla loro capacità di apprendere quale che sia il punto di partenza» e «non può concedersi il lusso di essere pessimista». Impressionante era anche la memoria con cui riconosceva i suoi studenti, anche a distanza di molto tempo. Ancora più rilevante, a differenza di molti laudatores temporis acti apocalittici e brontoloni, è il rilievo per cui gli studenti veramente bravi di oggi sarebbero più bravi dei loro omologhi di cinquant'anni fa, nel senso che conoscono meglio le lingue straniere e spesso sono in grado di suonare bene uno strumento musicale che non sia la semplice chitarra, benché abbiano una maggiore difficoltà nello studiare con costanza e concentrazione.

Faloci e Di Paolo hanno ricordato anche la sua profonda gentilezza, il suo garbo, la sua acutissima intelligenza, la sua gioia di stare accanto ai giovani, l’enorme forza maieutica. Quella fama “paterna” che lo precedeva, ha contribuito senza saperlo a rendere più chiara la strada di molti. Come fanno i Maestri. E i Maestri non si perdono mai. Della Valle nella prefazione ha ricordato i numerosi contributi dedicati alla didattica della lingua italiana, culminati nell'imprescindibile Grammatica italiana (Utet, 1988), a un tempo descrittiva e normativa. I maestri si riconoscono quando incoraggiano i talenti senza coartarne nessuno. Solo per l'accento grafico su sé stesso Serianni era intransigente, ritenendo un'inutile complicazione ometterlo quando il pronome riflessivo è rafforzato da "stesso" o "medesimo".

La lezione di Serianni è il ritratto sia del buon insegnante sia del bravo studente. Si nota infatti un tono indulgente verso chi deve apprendere, con quell'atteggiamento comprensivo che proviene però da un docente esigente che si preoccupava della progressione dello studente. È notevole anche la propensione del linguista per i test Invalsi, che a suo parere sono in grado di misurare lo stato delle conoscenze della nostra lingua, pur con tutti i limiti che possono avere. Ha anche onestamente riconosciuto come la ministra Mariastella Gelmini abbia aumentato da tre a quattro le ore di italiano nel comparto tecnico e professionale (ma le ha diminuite nel biennio licei classici, da cinque a quattro. Serianni auspica però l'aggiunta di un'ora al triennio).

Di Paolo ammette che grazie alle lezioni di Serianni si è trasformato in una persona diversa, pur non essendosi laureato con lui, ma semplicemente seguendo le sue lezioni di grammatica storica (e aveva poi cofondato l'Accademia degli Scrausi, un’associazione di studenti e studiosi sorta in seno alla cattedra di Storia della Lingua Italiana, nel settembre 1992. L'aggettivo "scrauso" significa "di scarso valore": la prima attestazione è del 1527, nella confessione autografa di una presunta strega del contado romano, Bellezze Ursini da Collevecchio. Ma l'Accademia ha usato il termine in funziona antifrastica, a sottolineare un approccio giocoso e ludico allo studio della lingua italiana). Per Serianni, lingua e letteratura dovrebbero essere insegnate congiuntamente, contrariamente al parere di alcuni suoi colleghi linguisti. E tuttavia, per lui la confidenza con i testi letterari non ha come prima funzione quella di insegnare la lingua, ma semmai la presuppone. Ma la lettura dei testi letterari nella secondaria di primo grado e nel biennio del secondo grado deve soprattutto educare ai sentimenti e alle emozioni, sviluppando l'immaginario. È notevole la frecciata che egli lancia anche sia contro l'eccesso di dispersività culturale, sia contro l'eccesso di specialismo. Per il primo, equivalente alla polymátheia (πολυμάθεια) biasimata da Eraclito, cita un tale Margite, personaggio di un poemetto greco antico, accusato di «conoscere molti mestieri ma tutti male» («πολλ' ἠπίστατο ἔργα, κακῶς δ' ἠπίστατο πάντα, poll'epístato erga, kakôs d'epistato pánta»). Per il secondo, frutto di «anguste frustrazioni accademiche», menziona un personaggio di Pirandello, il professor Bernardino Lamis che nel racconto L'eresia catara fa lezione ai cappotti illuedendosi di avere di fronte a sé degli studenti in carne e ossa.

Di Paolo parla delle lezioni di Serianni anche come corsi impliciti di dizione. Il suo italiano era impeccabile era sbobinabile in tempo reale, con le subordinate mai fuori posto e sempre ben concluse. Ricorda pure un laboratorio universitario di scrittura professionale, dove si approfondivano i diversi livelli di lingua scritta, studiando anche testi come le voci di enciclopedia delle Garzantine, eseguendo riassunti delle opere letterarie (la migliore prova di comprensione di un testo e di gerarchizzazione delle informazioni, non un esercizio pedante) e redigendo testi argomentativi.

Lo stesso giorno è stato presentato il Nuovo Vocabolario Treccani, la cui principale innovazione  è quella di aver deciso di registrare le forme femminili di nomi e aggettivi insieme a quelle maschili, seguendo l'ordine alfabetico: è una scelta che potrà piacere o no, ma poco o nulla aggiunge alla qualità intrinseca del dizionario.

Dizionario a cui hanno lavorato Giuseppe Patota e Valeria Della Valle, linguisti e accademici della Crusca, allievi di Serianni, legati da un sodalizio editoriale che ha prodotto numerosi libri divulgativi sulla grammatica. Con Cristina Faloci e Paolo Di Paolo hanno presentato un dizionario ristrutturato secondo nuovi parametri, finalizzati a rendere lo strumento più popolare e amichevole.  Della Valle, esordisce citando una frase di Cesare Cantù: "i dizionari sono un dall'altro copiati". Il che è anche una prassi quasi normale: del resto, una volta per essere registrata nei vocabolari una parola doveva avere alle spalle una forte tradizione letteraria. E ammette lei stessa che negli anni '70 ha assorbito quella mentalità quando cominciò a collaborare alla redazione di vari vocabolari, compresi quelli della Treccani, fino all'edizione del 2018. Ma si rese presto conto che il vocabolario arrivava in ritardo rispetto alla lingua della società. A quel punto, lei e Patota si sono detti: "perché non possiamo essere noi a cambiare qualcosa? Ossia cambiare consuetudini e convenzioni".

Patota a sua volta osserva che i due curatori non hanno intaccato un sistema linguistico consolidato, né hanno afferamto che esistono parole che devono cambiare di genere o inserito dei nuovi segni grafici o paragrafematici, come si dice tecnicamente, per indicare un genere piuttosto che un altro. Hanno invece intaccato una tradizione in forza della quale bella è il femminile di bello, ma bello non è il maschile di bella. Hanno cioè cercato di andare in direzione diversa da quella di una società "androcentrica" che ha favorito queste convenzioni, cosa che si osserva anche nei proverbi, come la paremiologia ci ha consentito di rilevare (es.: "a donna imbellettata, voltale le spalle"). Quello Treccani è, in ultima analisi, il primo vocabolario a non presentare le voci privilegiando il genere maschile, ma scegliendo di lemmatizzare anche aggettivi e nomi femminili, in ordine alfabetico.

Molto convincenti e pertinenti sono stati i due curatori quando hanno spiegato perché le loro definizioni cercano di evitare il gergo "vocabolariese" (quella sorta di linguaggio iniziatico che porta a definire una semplice vite come un «organo meccanico di collegamento, costituito da un gambo cilindrico o conico, sul quale è inciso un solco elicoidale il cui risalto va a impegnarsi tra i risalti di un solco analogo – preesistente o generato dalla sua stessa rotazione)»; e il ricorso a parole, nel definiens, che a loro volta hanno bisogno di essere definite. Si è cioè eliminata ogni forma di cortocircuito lessicografico, evitando di obbligare gli utenti del dizionario a vagare da una voce all’altra, in una catena di rimandi che creano spirali senza fine: pertanto, le spiegazioni di una parola sono sempre autosufficienti, sicché non è più necessario, in media, cercare il significato di un altro vocabolo presente nella spiegazione stessa. Si sono poi soffermati sulla definizione del termine tecnico entropia, confrontandola con quella dello Zingarelli e mostrando la maggiore chiarezza del lemma del Treccani. E in effetti il maggior pregio di questo vocabolario consiste proprio nell'assoluta chiarezza, perspicuità e rigore "autoconclusivo" delle definizioni, che non temono confronti rispetto a quelle di altre opere lessicografiche, concepite con criteri meno orientati alla massima trasparenza comunicativa e informativa.

Patota ha anche giustificato l'eliminazione di molti termini tecnici e specialistici e l'espunzione di numerosi arcaismi ormai del tutto usciti dall'uso, le cosiddette "parole fantasma" (definite anzi archeologismi, come abbattachiare o beccastrino), rimandando all'edizione in rete per chi cercasse i lemmi non registrati su questa edizione definita "compatta".

Pur avendo apprezzato le argomentazioni dei due illustri curatori sulla necessità di "potare" alcuni rami secchi dal Dizionario, conservo alcune perplessità perché mi sembra che si sia un po' esagerato. In effetti, ho constatato che il "nuovissimo" dizionario monovolume non solo non è minimamente comparabile con quello "antico" in cinque volumi, ma è stato ridotto nel lemmario sia rispetto alle versioni precedenti in un solo volume, sia rispetto a dizionari monovolume di altri editori, come lo Zingarelli, il Devoto-Oli-Serianni e il Garzanti (quest'ultimo curato peraltro dallo stesso Patota). L'impressione, datami dalla disposizione in due colonne (non più in tre) e dal numero delle pagine (poco più di 1000, contro le 2000 della versione precedente e le 2500 dello Zingarelli), è stata confermata da una ricerca un po' casuale che ho compiuto immediatamente, mirata sul lessico della filosofia: non ho cercato lemmi specialistici da dizionario di filosofia anziché da dizionario "generalista" della lingua italiana (come potrebbero essere abderitismo, eleuteronomia, emergentismo od ontoteologia, la cui omissione è in qualche modo giustificata). No, ho cercato alcuni vocaboli che sono presenti in tutti i manuali destinati ai licei, anche quelli meno esaustivi: aporia, apofantico, cognitivismo, contrattualismo, intuizionismo, falsificazionismo, pragmatismo (come corrente filosofica), proposizionale. Ebbene, tutti questi lemmi sono assenti (mentre Zanichelli e Devoto-Oli continuano a registrarli). Posso capire che, per esempio, di intuizionismo possa mancare il significato che ha in filosofia della matematica (in Brouwer e Weyl), ma come termine generico della filosofia della conoscenza dovrebbe essere registrato e definito: anche i manuali di letteratura italiana accennano invariabilmente all'«intuizionismo di Bergson», quando trattano del decadentismo. E ogni trattazione di filosofia antica parla delle aporie presenti nei dialoghi socratici di Platone. E basta aprire un qualsiasi editoriale di Gustavo Zagrebelsky su la Repubblica per imbattersi nel termine contrattualismo.

In un altro dibattito, i presentatori spiegarono che tutto ciò rientrerebbe in una nuova filosofia che mirerebbe a diffondere le opere lessicografiche Treccani a tutti i livelli di istruzione e cultura, al fine di migliorare e consolidare il lessico di base dei cittadini italiani, che ormai le statistiche mostrano essere estremamente carente, con problemi anche nelle abilità di lettura fondamentali. Sarà, ma rafforzare il lessico di base non vuol dire eliminare il lemma aporia o espungere dal lemma falsificazione il significato che gli diede Popper (e prima ancora, udite, udite, Dante Alighieri, Paradiso, Canto II, v. 84: "falsificato fia lo tuo parere"), come sinonimo di confutazione di una teoria scientifica.

Insomma, il Vocabolario per certi versi sembra diventato un lessico per studenti di scuola media e per il biennio delle superiori. Mi viene a proposito in mente un esempio: il mio nipotino minorenne, curioso e avido di sapere, potrebbe andare a consultare il vocabolario perché vuole conoscere il significato di qualche termine un po' astruso che ha trovato per caso in qualche libro: se per esempio si imbatte nel termine "antimetabole" (una figura retorica simile al chiasmo) e aprendo il Treccani non lo trova, sicuramente la sua fiducia nell'autorevolezza del Vocabolario diminuirà e sul suo volto si disegnerà l'ombra della sorpresa. Si possono addurre tutte le giustificazioni che vogliono, ma non avrebbero dovuto ignorare che l'utente medio dei vocabolari, banalmente, vi cerca "le parole difficili". E qui ne mancano troppe. Sto consultando una copia del Devotino (il Devoto-Oli in edizione ridotta, a cura di Luciano Satta e Lorenzo Magini), che ha lo stesso numero di pagine del Treccani attuale (circa 1200): lemmi come aporia, pragmatismo, intuizionismo sono presenti. E anche per la linguistica (non voglio certo limitarmi solo alla filosofia) mancano termini come antimetabole, omoteleuto, monema, prefissoide, paragrafematico (usato dallo stesso curatore), polirematica, perlocutorio, illocutorio, ecc. Tutti termini che si trovano in qualsiasi manuale universitario delle discipline linguistiche.

Sicché, come gli stessi curatori hanno riconosciuto quando hanno parlato di edizione "compatta", il livello è quello di una sorta di dizionario "intermediate", come direbbero gli anglosassoni, cosa che costituisce una novità rispetto alla tradizione della Treccani. Una volta la Treccani pubblicava sostanzialmente tre opere lessicografiche: 1) Il Dizionario Enciclopedico Italiano (affiancato, per un certo periodo, dal Lessico Universale Italiano), che fondeva dizionario ed enciclopedia. 2) Il Vocabolario della lingua italiana (in cinque volumi, sostanzialmente la parte meramente lessicografica del precedente, diretto da Aldo Duro). 3) Il Conciso in un solo volume, poi divenuto il Treccani, diretto da Raffaele Simone, meno esaustivo di quello in cinque volumi, ma comunque di ampiezza notevole, equivalente grosso modo a quella di uno Zingarelli o di un Devoto-Oli.

La linguista Emanuela Piemontese, nel recensire il Grande dizionario italiano dell'uso di Tullio De Mauro (Italica, Vol. 77, No. 4, Linguistics and Pedagogy, Winter, 2000, pp. 566-568), osserva:
"Un'opera lessicografica che fonde tensione scientifica e impegno civile è il Grande dizionario italiano dell'uso (detto anche Gradit, in forma acronima). Ideato e diretto da Tullio De Mauro è stato pubblicato all'inizio del 2000, dalla casa editrice torinese UTET. [...] L'opera, in sei volumi (più CD Rom), si inserisce nel solco della lessicografia italiana che arriva a una svolta nel Novecento con il Dizionario enciclopedico italiano (1954-61), il Lessico universale italiano (1968-81), entrambi dell'Istituto dell'Enciclopedia Italiana e con il Grande dizionario della lingua italiana (1961 e tuttora in corso di completamento) di Salvatore Battaglia, pubblicato dalla UTET e, più di recente, con il Vocabolario della lingua italiana (1986-94), diretto da Aldo Duro per l'Istituto dell'Enciclopedia Italiana. [...] Un'ultima informazione. In autunno sarà in commercio, sempre di De Mauro, Il dizionario della lingua italiana della casa editrice torinese Paravia. Il dizionario in via di pubblicazione conterrà circa 160.000 lemmi (tra mono e polirematiche). La Paravia ha realizzato la parte a destinazione scolastica dell'ampio progetto lessicografico demauriano. Per usi pedagogici, De Mauro ha già pubblicato con la Paravia, nel 1997, Prime parole, destinato alla scuola di base di primo grado; nel 1996, il DIB-Dizionario di base della lingua italiana, rivolto alla scuola di base, tra elementari e medie; nel 1997, il DAIC Dizionario avanzato dell'italiano corrente, destinato ai ragazzi nel passaggio dalla scuola media alle superiori". [A questi aggiungerei il Dizionario della lingua italiana in versione compatta, intermedio tra DAIC e monovolume standard].

In effetti, Tullio De Mauro, nella sua acutissima sensibilità a un tempo lessicografica e didattica, aveva ben presenti le diverse funzioni e livelli di ciascuno di questi dizionari. Ebbene, io ho l'impressione che, nel caso del Treccani attuale i vertici dell'Istituto dell'Enciclopedia italiana non abbiano voluto diversificare l'offerta, come si suol dire con una brutta ma efficace metafora commerciale: il dizionario Treccani attuale, monovolume (è invece fuori catalogo quello in cinque volumi, benché disponibile on line, per fortuna), corrisponde grosso modo, come ampiezza del lemmario, al DAIC, ossia al dizionario destinato ai ragazzi nel passaggio dalla scuola media alle superiori.

Ora, non è che un'operazione del genere non sia più che lecita, ma, dato il prestigio della Treccani, avrebbero dovuto qualificarla come tale (ossia come la pubblicazione di un dizionario più "didattico"), affiancando a tale dizionario un lessico monovolume più corposo e ampio e ripubblicando in edizione aggiornata e su carta il vocabolario in cinque volumi. Questo era lo spirito dell'impresa lessicografica che apparteneva a maestri come Tullio De Mauro e prima ancora Bruno Migliorini e Aldo Duro.

Pubblicato in: 
GN9 Anno XV 4 gennaio 2023
Scheda
Titolo completo: 

Più libri, più liberi
Fiera nazionale della piccola e media editoria
Associazione Italiana Editori
Roma, 7-11 dicembre 2022.

Libri presentati:

Luca Serianni: Insegnare l'italiano nell'università e nella scuola, Roma, Edizioni di Storia e letteratura (collana Civitas, 25), 2022, pp. 50. Euro 6,00.
 
Il Vocabolario Treccani: Dizionario dell'italiano Treccani, diretto da Valeria Della Valle e Giuseppe Patota, Roma, Istituto dell'Enciclopedia italiana, 2002.