De Chirico, Ernst e altri. Sguardo nell’invisibile (una parabola d’inconscio personale, parte II)

Articolo di: 
Alberto Balducci
René Magritte - La Prova del Sonno

Tutto in quest’opera (Il Trovatore, De Chirico) è al massimo dell’espressività e della precisione. Il contrasto tra colori caldi e freddi, tutti intensi e vibranti, introduce in un mondo di sensazioni forti e decise, come di sensi ipersensibili. L’anatomia non è affatto ignorata, al contrario: è decostruita e reimpostata come si addice al corpo di un veggente, ma realistica e perfettamente riconoscibile. È chiaro che in questa dimensione l’uomo ha una cognizione di sé che differisce con terrore da quella abituale nel mondo “di veglia”.

Le ombre sparute alla luce di un sole intenso ci ricordano che il visionario non è solo in questo mondo, ma poiché in quel luogo possono esservi solo suoi simili, egli è comunque solo, poiché la forza della visione isola in un atomismo in apparenza infrangibile.

La testa dell’uomo-manichino non presenta lineamenti né organi sensoriali tranne una sorta di terzo occhio (o di segno iniziatico), che rappresenta la capacità visionaria.

Quest’opera, in quel momento, ha avuto un effetto deflagrante su di me: ha riannodato una serie di sensazioni slegate e un po’ sopite, offrendomi una nuova chiave di lettura.

Nel 2005-2006 attraversavo periodi di intensa crisi della personalità: i giorni e i mesi passavano, ma il mondo non girava – almeno non intorno a me. Dopo una serie di autoritratti astratti (ove nulla o quasi rimaneva della figura umana), realizzai una serie chiamata Meaningless che s’incentrava su un personaggio dalla testa avvolta in un panno bianco. Anch’essi erano autoritratti, nella loro materia prima.

Identificai i temi della serie nel tempo e nella memoria (da sempre dei cardini personali) e nell’effetto del primo sulla seconda, e sulla personalità e il suo disgregarsi progressivo. Erano istantanee di un periodo storico personale; una volta (per fortuna) superate quelle posizioni e mossomi verso tutt’altri lidi esistenziali e personali, non ci pensai più lasciandole indietro come un paio di scarpe vecchie.

Ora invece, osservando più da vicino le opere di questa mostra, un’altra lettura mi si propone: l’analogia con la visione dell’uomo veggente e manichino mi è evidente (nel secondo capitolo della mia serie anche la posa del personaggio, una sorta di San Sebastiano, è la stessa del Trovatore), e sono in grado di notare adesso, senza dubbio grazie ad uno sguardo meno coinvolto di allora, tutta una serie di implicazioni esistenziali non da poco, che danno una misura interessante (o forse preoccupante) della crisi attraversata.

In base a questo posso dirvi che la purezza del concetto espressa ne il Trovatore non ha eguali. Altre opere, come quelle in cui compaiono due personaggi gemelli con in mano le varie versioni dei “giocattoli del mondo” sono delle splendide esplorazioni di sfaccettature della stessa sensazione universale.

Ma non finisce qui. È noto come l’influenza di De Chirico sia stata forte su molti artisti a lui contemporanei. Il problema è ovviamente l’incomunicabilità dell’esperienza alla base della sua poetica artistica. Di tutti coloro che si sono avvicinati a questo “enigma”, molti si sono fermati ad una fascinazione mentale.

È il caso ad esempio di Carrà o di Savinio e Morandi che non sono riusciti a penetrare “spiritualmente” questo mondo, e le loro opere esposte, da questo punto di vista risultano ben meno espressive di quelle del maestro. Ciò si ripete in misura diversa per tutti gli altri artisti presenti.

Tra coloro che un po’ si sono avvicinati alla visione, annovero Arturo Nathan (con I sortilegi lunari, 1933 e Il cantiere, 1931) ma nel quale l’influenza simbolista è ancora molto forte. Ciononostante nei suoi quadri c’è un sentore (a volte desolante, come ne Il cantiere) di una visione senza veli del reale.

Anche Pierre Roy riesce a metterci del suo, e le sue composizioni hanno un delizioso surrealismo malinconico che le rende quasi piacevoli e “attaccabili” in salotto. Ma qui siamo già oltre, e si parla solo di “influenze” artistiche, non di “essenza”.

Balthus, dal canto suo, ha un modo tremendo di raffigurare la fissità dell’esistenza e la vita che si ripete sempre uguale (come in Il passaggio del Commerce Saint André) che di per sé è sulla buona strada, ma rimane incompleto di una visione più profonda e trascendente.

I due che probabilmente hanno penetrato un po’ di più la visione di De Chirico sono Max Ernst e René Magritte. Il primo, grazie ad una visionarietà astratta e simbolica che ben si è espressa nella padronanza di una molteplicità di mezzi espressivi (dalla pittura al collage all’illustrazione); il secondo in virtù di una spregiudicata attitudine a mettere in discussione e ridefinire le presunte certezze del vivere quotidiano.

Qui infatti ho avuto altre rivelazioni personali. A parte il fatto che il mio personaggio potrebbe venire direttamente da Gli amanti di Magritte (non in mostra, di cui peraltro avevo progettato una riproduzione iperrealistica) e che i paesaggi delle opere esposte di questi due autori sono plumbei e minacciosi come quelli delle mie visioni di allora (il peso della natura che si riversa nell’interiorità, e viceversa), lo shock definitivo mi è stato dato da La prova del sonno (Magritte).

In questo dipinto, che raffigura una donna addormentata con un panno bianco appeso vicino alla sua testa, rimanda alla biografia dell’autore, dalla quale apprendiamo che all’età di tredici anni vide il corpo della madre suicida in un fiume, col volto coperto dal panno bianco.

Ecco perché desidero lasciar andare queste sensazioni, ormai lontane in me, con questo biglietto d’addio. Questa è la prova che la pittura metafisica può realmente scavare a fondo nella concezione della realtà, sia in termini affettivi che gnoseologici, agitando le acque dell’inconscio.

Che poi queste aperture si abbiano al di sotto della coscienza, nel tenebroso mare sotterraneo dell’inconscio collettivo, o al di sopra di essa, nella luce delle rivelazioni trascendenti, sta a ciascuno con la propria esistenza prendere in mano lo sterzo e dare una direzione al proprio vagabondaggio spirituale.

Per quel che mi riguarda, ho lasciato le tenebre della solitudine e del dolore indietro, lontano tra i flutti di un tempo ormai andato che adesso mi appare scialbo e monocromatico, in cambio del vento tra le foglie ancora verdi e i tiepidi tramonti di Settembre, che a ben guardare traboccano d’amore come poco altro in tutta l’esistenza terrena.

Pubblicato in: 
GN13 Anno II 3 maggio 2010
Scheda
Titolo completo: 

Uno sguardo nell'invisibile
De Chirico - Ernst, Magritte, Balthus

Palazzo Strozzi, Firenze
26 Febbraio – 18 Luglio 2010

Artisti esposti:

  • Giorgio De Chirico
  • Max Ernst
  • René Magritte
  • Balthus
  • Giorgio Morandi
  • Carlo Carrà
  • Alberto Savinio
  • Arturo Nathan
  • Pierre Roy
  • Niklaus Stoeklin
Anno: 
2010
Vedi anche: 

Prima parte dell'articolo

De Chirico a Firenze – sito della mostra e delle iniziative correlate

Palazzo Strozzi – sito ufficiale