De Chirico, Ernst e altri. Sguardo nell’invisibile (una parabola d’inconscio personale, parte I)

Articolo di: 
Alberto Balducci
Giorgio De Chirico - Il Trovatore (dettaglio)

L’esposizione Uno sguardo nell’invisibile, in scena a Palazzo Strozzi (Firenze) fino al 18 Luglio 2010, esamina il processo evolutivo di un concetto divenuto corrente artistica, con le sue mutazioni ed adattamenti alle personalità degli artisti che di volta in volta l’hanno vissuto. Il concetto in questione è l’enigma della realtà materiale, che (per dirla citando i Veda) cela la realtà suprema come un velo e ingabbia la vicenda umana: è l’intuizione della pittura metafisica.

La mostra è eccellente. Ciò va chiarito subito, perché questa non sarà una recensione oggettiva. Al contrario, la visita a questa esposizione ha risvegliato in me ricordi e sensazioni da tempo sopite, che adesso implorano di essere lasciate andare una volta per tutte; pertanto, questo sarà il loro biglietto d’addio.

Lasciate che questo biglietto d’addio rechi le parole del maestro, le stesse che aprono la prima stanza:

«Durante un chiaro pomeriggio d'autunno ero seduto su una panca in mezzo a Piazza Santa Croce a Firenze. Non era certo la prima volta che vedevo questa piazza. Ero appena uscito da una lunga e dolorosa malattia intestinale e mi trovavo in uno stato di sensibilità quasi morbosa. La natura intera, fino al marmo degli edifici e delle fontane, mi sembrava convalescente. In mezzo alla piazza si leva una statua che rappresenta Dante avvolto in un lungo mantello, che stringe la sua opera contro il suo corpo e inclina verso terra la testa pensosa coronata d'alloro. La statua è in marmo bianco, ma il tempo gli ha dato una tinta grigia, molto piacevole a vedersi. Il sole autunnale, tiepido e senza amore illuminava la statua e la facciata del tempio. Ebbi allora la strana impressione di vedere tutte quelle cose per la prima volta. E la composizione del quadro apparve al mio spirito; ed ogni volta che guardo questo quadro rivivo quel momento. Momento che tuttavia è un enigma per me, perché è inesplicabile. Perciò mi piace chiamare enigma anche l'opera che ne deriva». (G. De Chirico)

Questo enigma cui si allude riassume tutta la ricerca umana dell’assoluto, che qui contrarremo nella mia personale, che solo di essa posso parlare con un’almeno parziale cognizione di causa.

Lo stato di sospensione dell’enigma deriva dall’impossibilità di concepire la rivelazione appena avuta: quella dell’eternità. Enigma = rivelazione, poiché esso svela e subito ri-vela, torna a celare la realtà appena intravista. Ogni rivelazione diminuisce la conoscenza, ogni spiegazione corrode l’intuizione e rende orfane le sensazioni… poiché i concetti superni non possono essere conosciuti se non intuitivamente; la mente non è formata per afferrarli. E conoscenza è essenza; conoscere vuol dire essere.

Quindi, cosa intravide De Chirico sotto l’inamorevole sole autunnale? Ebbe un sentore dell’Eterno. Ebbene, da qui, da questo esatto istante, rammemoratelo bene, voi che non lo avete ancora gustato! L’istante in cui ci è concesso gettare uno sguardo attraverso una smagliatura del velo del reale – da questo preciso istante infinite vie si dipartono, tante quanti sono i soggetti che arrivano a tale enigma. Alcuni riescono a trarne delle conclusioni sistematiche e, come Boezio e Sant’Agostino, possono influenzare il pensiero di tutto l’occidente per più di 1000 anni. Altri si ritirano su un monte, o in un monastero, cercando di espandere quell’istante in minuti e poi in settimane, anni.

Altri ancora scrivono parole, tante o poche non importa. Una volta un maestro Zen suonò una sola breve nota di flauto, e quello fu tutto il suo insegnamento. Oppure altri dipingono.

Di tutte queste opere che nascono ciascuno può apprezzarne di più o di meno in base ai soliti canoni pseudoggettivi: estetica, rigore concettuale, disposizione personale… Coloro invece che hanno avuto la stessa esperienza possono risuonare all’unisono con esse, danzare alla stessa musica che è parte di entrambi.

Ma c’è un però che rende la faccenda ancora più complessa: questa risonanza non avviene soltanto in base all’esperienza avuta, ma dipende bensì dall’infrastruttura su cui viene accolta; cioè, in parole povere, dal vissuto del soggetto che prova la rivelazione. Esso è la veste con cui viene cinta la visione, ed è lo stesso motivo, ad esempio, che le “visioni di luce” di volta in volta vengono viste come apparizioni di Cristo o della Madonna (da cristiani), di Visnu (da induisti) o di Buddha o di un qualsiasi Bodhisattva (dai buddhisti), quando l’essenza dell’evento è la stessa per tutti.

(questo accostare l’enigma dell’assoluto in arte con una rivelazione spirituale è esagerato e fuori luogo; ma mi si conceda quest’ardire per enfatizzare la trascendenza dell’esperienza e la sua irrazionalità)

De Chirico nel 1910 aveva con sé una serie di influenze culturali che formarono questa infrastruttura mentale: il nichilismo di Nietzsche, la pittura di Böcklin, gli scritti di Schopenauer. Queste coordinate si orientano verso una concezione dell’uomo di grande potenza, sperduta nell’oceano dell’infinito cui difficilmente può rapportarsi se non sperimentando una somma solitudine esistenziale.

Lo “squarciare il velo di Maya” in questa situazione è possibile soltanto a individui dotati di una sensibilità visionaria, artisti “veggenti” la cui vista non è quella dei sensi fisici.

È uno spogliare la realtà delle sue forme e dei suoi appigli abituali. Ecco che le prospettive si slanciano, gli ambienti si svuotano come piazze polverose di città sudamericane, le ombre sono proiettate da luci molteplici e contraddittorie.

Tutto questo si discerne benissimo nella produzione di De Chirico almeno dall’Enigma di un pomeriggio d’autunno (1910) alle Muse inquietanti (1918, non in mostra, che è forse il primo dipinto in assoluto che la mia memoria di bambino ricordi).

Nelle stanze della mostra, il punto nodale di tutto questo è il Trovatore (1917), con rappresentato quello che non può in nessun modo definirsi un manichino, perché è una rappresentazione precisa dell’uomo-visionario inserito nel suo contesto esistenziale e personale.

Fine prima parte - segue la seconda parte, contenente il resto della parabola personale dell'autore con il suo vagabondare tra le opere della mostra fino alla rivelazione finale.

Pubblicato in: 
GN13 Anno II 3 maggio 2010
Scheda
Titolo completo: 

Uno sguardo nell'invisibile
De Chirico - Ernst, Magritte, Balthus

Palazzo Strozzi, Firenze
26 Febbraio – 18 Luglio 2010

Artisti esposti:

  • Giorgio De Chirico
  • Max Ernst
  • René Magritte
  • Balthus
  • Giorgio Morandi
  • Carlo Carrà
  • Alberto Savinio
  • Arturo Nathan
  • Pierre Roy
  • Niklaus Stoeklin
Anno: 
2010
Vedi anche: 

De Chirico a Firenze – sito della mostra e delle iniziative correlate

Palazzo Strozzi – sito ufficiale