Portishead. Thread-pop in vibrato

Articolo di: 
Livia Bidoli
Portishead Third

Indaco, il suono di Portishead, esattamente come la copertina di Third, il nuovo album seguito a Dummy, dopo dieci lunghi anni. Beth Gibbons e Geoff Barrow, affiancati dal chitarrista Adrian Utley, formano un terzetto da temere, leggendo attentamente le parole introduttive recitate da Claudio Campos a Silence, prima track dell’album:

Beware of the rule of 3
What you give, will get back at you
This lesson you must learn
You only get what you deserve

Attento alla regola del 3
ciò che dai, ti tornerà indietro
Bisogna che impari questa lezione
Otterrai soltanto ciò che meriti

Una presentazione autentica per un gruppo che da Dummy (1994), non scherza ed ha nolentemente costruito un genere, il trip-hop, insieme a Massive Attack e Tricky, rivoluzionando la musica degli anni ’90 mentre i Nirvana imperversavano con il grunge.   

Da Portishead, il luogo da dove provengono, deriva il nome del gruppo: piccola cittadina a mezz’ora da Bristol nel sud-ovest della perfida Albione. Oltre alle chiese gotiche tipicamente inglesi con cortiletto dove un tempo si seppellivano i morti, e come spiegava poeticamente nella sua elegia Thomas Gray, il porto locale e le sue maree hanno sicuramente un (in)flusso potente su un suono ancor meno docile di Dummy.

L’apparato percussivo entra subito in azione in Silence, in We Carry on ed ancora in Machine Gun dove non lascia requie all’ascoltatore sommerso dalla voce struggente e senza pudori di Beth Gibbons, eccelsa nelle sue variazioni ridondanti di tremori. Le prime parole dopo l’intro di Silence suonano come un tormento che si sfilaccerà nei discorsi (Threads) della fine. Nulla però soccorre, perché l’io ed il tu della canzone non riescono a superare la loro condizione di stallo, che rivela un passato recente di domande in assenza di comunicazione. Hunter forse è la ballad più vicina a Sour times e a Glory Box del precedente album, insieme a Small, in cui l’organo hammond conduce in un viaggio dark-pischedelico, come il dondolìo di una vecchia sedia su un porticato vuoto.

Silence
Tempted in our minds
Tormented inside lie
Wounded, I'm afraid inside my head
Falling through changes

Oltre a sonorità chiaramente industrial, si rasenta il gothic dei Bauhaus di Peter Murphy quando intonava Hollow Hills, trascinando le parole e infondendovi tenebre e sospiri da lunatics. Il respiro dub si trasforma quasi in un assolo continuo dove le note tempestano la voce ricordando la sincronia estrema del vibrato.

Il suono di questi Portishead ripete un unico, disperato concetto: che non c’è nessuna possibilità di scampo. L’emotività sovviene come una serpe strisciante dentro il cosmo del desiderio e annoda strette funi per soffocare qualsiasi empito di di fuga. Si rimane lì, schiacciati, e sembra di ascoltare le parole di P.J.Harvey, in una paralisi che rende ciechi e che non spiega assolutamente nulla, se non un preludio che preannuncia immediatamente un epilogo.

Pubblicato in: 
GN3/ 3-17 dicembre 2008
Scheda
Autore: 
Portishead
Titolo completo: 

Third
Mercury/Island 2008
Tracklist
1.Silence
2.Hunter
3.Nylon Smile
4.The Rip
5.Plastic
6.We Carry On
7.Deep Water
8.Machine Gun
9.Small
10.Magic Doors
11.Threads

Anno: 
2008
Voto: 
8