- Articolo di:Livia Bidoli
Il Teatro dell'Opera di Roma ha deciso di inaugurare la sua stagione 2025-2026, titolata Doppio Sogno, con una delle opere romantiche di Richard Wagner: Lohengrin, che è stata in scena dal 27 novembre, data della prima, fino al 7 dicembre scorso, per cinque recite. Sul podio dell'Orchestra del Costanzi il Direttore Musicale dell'Opera di Roma, M° Michele Mariotti. La regia è stata affidata a Damiano Michieletto con un cast di voci internazionale e di primissimo livello.
C'era una volta in Anatolia. L'intensità strabiliante della steppa
Un gruppo di uomini vaga nella provincia dell'Anatolia alla ricerca di qualcosa nascosto nell'oscurità: il loro obiettivo è ritrovare un corpo senza vita per dargli la dignità di una sepoltura. Ma attorno al viaggio fatto per cercarlo si snodano gli elementi di un giallo investigativo, dove alcuni poliziotti, un medico e un procuratore si improvvisano attenti detective.
In C'era una volta in Anatolia del regista turco Nuri Bilge Ceylan, di recente insignito della "Carrozza d'oro", premio alla carriera assegnato dai registi della Société des Réalisateurs de Films, ogni personaggio rappresenta il tassello di un intrigo avvincente e ricco di atmosfera. Il film, distribuito da Parthenos, uscirà in sala venerdì 15 giugno.
Con quest'opera il regista turco ci porta tra le steppe dell'Anatolia. Un viaggio attraverso un paesaggio sconfinato da cui emerge la bravura di Ceylan nel fotografare e ritrarre ambienti. L’assassino fatica a ritrovare il luogo, vuoi per la tensione, vuoi perché la scarsa luce notturna che non facilita le ricerche; gli animi iniziano ad esasperarsi, e il freddo della steppa non aiuta.
Appare evidente con il dipanarsi dell’intreccio narrativo (e ciò avviene molto lentamente, unica pecca a mio avviso di questo piccolo capolavoro, vista la durata eccessiva del film) che il ritrovamento è in realtà il pretesto per scandagliare gli animi dei personaggi, i quali sembrano avere altre priorità cui pensare che la mera ricerca di un cadavere. Dai dialoghi dentro le tre macchine che compongono la carovana, emerge tutto un mondo, specchio fedele di tradizioni e culture proprie dei luoghi in cui le vicende sono ambientate.
Ceylan ci regala un anomalo poliziesco, concentrandosi su atmosfere volutamente dilatate e pause rivelatorie, che raggiunge l’eccellenza grazie alla strabiliante fotografia.
Intriso di volti induriti dalle steppe (qui il paesaggio ancestrale funge non solo da scenario, ma crea vera e propria forma) e sguardi intensi che ci rivelano tutta la malinconica vastità dell’immensa e desolata location, il lungometraggio riesce a convincere anche se l’eterna questione tra realismo e finzione anche qui produce effetti non sempre edificanti (mi riferisco nel voler a tutti i costi dilatare il fattore tempo a favore di una rappresentazione dei piccoli particolari il più possibile attinente al reale).


