- Articolo di:Giulio Migliorini
In piazza Castello a Torino, il Teatro Regio (opera ultima del grande architetto Carlo Mollino) è celato dietro un paramento murario storico che fronteggia il Castello del Valentino, la svettante superba chiesa di san Lorenzo, i verdi tigli del parco. Al Regio è andata in scena per sei recite dal 31 marzo al 12 aprile Dialogues des Carmélites, Opera in tre atti e dodici quadri di Francis Poulenc (i dialoghi sono di Georges Bernanos, e traggono spunto da una novella di Gertrud von Le Fort, die Letzte am Schafott, L’ultima al patibolo, del 1931. La prima esecuzione in italiano avvenne al Teatro alla Scala di Milano il 26 gennaio 1957, mentre quella in francese si tenne all’Opéra di Parigi il 21 giugno dello stesso anno), con la regia di Robert Carsen ripresa da Christophe Gayral, l’Orchestra del Teatro Regio di Torino diretta da Yves Abel. Ho assistito all’ultima recita, il 12 aprile alle ore 15:00.
Fotofonemi. Il denso abbandono degli oggetti
Un poeta come Vito Riviello, classe 1933, commenta in versi Fotofonemi l’opera visiva di Giuliana Laportella, fotografa che in precedenza ha lavorato nel cinema come scenografa e costumista, e nata a Roma nel 1975.
Riviello è noto per un’opera poetica che oggi viene considerata come la naturale prosecuzione novecentesca della poesia giocosa, da Cecco Angiolieri, a Flaiano, ed i versi che accompagnano l’opera fotografica sono editi da Onix. La raccolta Fotofonemi, segue quella del 2007 ancora da lei curata, intitolata Lettera non scritta, uscita nel 2007 per l'editore La camera verde.
Nel testo ogni scatto di Giuliana, reso parola dal poeta, sembra aver avuto sempre quella poetica destinazione segreta, che Riviello le riserva naturalmente, con maestria da giocatore e funambolo della parola. Una profondità che il poeta (del quale ricordiamo le ultime raccolte Plurime Scissioni, edito da Pagine nel 2001, e Livelli di Coincidenza, Campanotto, 2007), nasconde divertito, ma ferocemente limpido, lucido osservatore della natura, come della storia umana, all’interno delle proprie trame.
La foto che apre la raccolta di Giuliana rappresenta, unici e vicini, simili, ma destinati ad opposti compiti, un megafono e un lampione, entrambi ritratti dal basso, dando l’impressione di riverire le due altezze poste a difesa del paesaggio sottostante, che non è raffigurato; e dei suoi abitanti, che devono certamente averli eretti.
Riviello ne illustra la funzione, ironizza, intitolando il proprio commento poetico Occhio e Orecchio, ma dietro questa intuizione, o preciso riconoscimento elementare degli oggetti, resi dalla fotografa statuari soggetti, il poeta li canta come due sorprendenti monoliti, forse fioriti all’improvviso, e resi ognuno la personificazione dei Sensi umani, che funzionalmente erano stati chiamati a riprodurre.
Così, il lampione diviene il nostro occhio collettivo, e il megafono l’orecchio, e il fatto che si siano resi monumentali dipende da un improvviso allarme, da una preoccupazione momentanea non meglio individuata da noi, umani, ma pressante al punto da giustificare la trasformazione dei due “sensi” in “totemiche raffigurazioni”, che vigilano su di noi, oramai scisse da noi.
La giovane fotografa porta in scena nella sua opera il movimento, ma considera l’immobilità ugualmente degna, rappresentando entrambi con la stessa attenzione, svelandone i contorni intatti, e la massa solida della materia, il suo bianco ed il suo nero.
Quando si concede all’immobile, come in Lista d’attesa, o Beni immobili, che troviamo commentati da Riviello in questa raccolta, dichiara senza imbarazzi lo statico abbandono degli oggetti, lasciati a loro stessi, come dimenticati. Ne ritrae i perimetri, muovendo all’interrogativo chi osserva, spinto a domandarsi il perché dell’abbandono. Quasi si desidera entrare nella figura e muoverli, donando loro una nuova dignità, svincolando gli oggetti dalla serialità, cruda e ferma.
Altro è Giuliana Laportella quando ritrae la partecipazione al movimento, come in Venezia, o Rosa, entrambe tratte da Fotofonemi, dove celebra la densità della materia, ritratta in divenire rendendo i contorni morbidi, e le suggestioni sceniche, tridimensionali.
In Odissea, osservata ad una sua recente personale romana, lo spettatore è coinvolto sensorialmente, attratto verso l’onda che pare travolgerlo, inglobarlo nel proprio pastoso movimento, epico, eterno.
Così nel Mascherone di via Giulia, Laportella sa rendere sensuale la bocca, viva, atteggiante, e lo scorrere dell’acqua attuale, presente. Una certezza in lei, l’osservazione del viaggio, l’umano divenire, e accanto la presenza degli oggetti, la dignità dell’esistenza dei prodotti materici, fermi a rappresentare il passaggio, il nostro.



