- Articolo di:Giulio Migliorini
La grande orchestra sassone si esibisce al Filarmonico di Verona davanti al pubblico delle grandi occasioni in una sala gremita. Dopo la Sesta di Mahler, ascolto nella sera di mercoledì 9 settembre alle ore 20:30 un programma ottocentesco, che spazia amorosamente dal classicismo beethoveniano al tardo romanticismo e al simbolismo dell’ultimo quarto del secolo diciannovesimo. Tra il 1805 del quarto concerto beethoveniano e il 1905 della sesta sinfonia di Mahler (perfezionata poi fino al 1907), in due giorni la Sächsische Staatskapelle Dresden porta a Verona una magnifica regata, un centennio di musica e sentimenti.
La pittura e il tempo. Il novecento di Ferruccio Ferrazzi
Dal 10 ottobre al 23 novembre 2019, alla Galleria Berardi al Corso Rinascimento 9 a Roma, si vede la densa mostra “Il Novecento di Ferruccio Ferrazzi (1891-1978)”. Un’ampia serie di ottime tele e un catalogo ricco di dati, immagini e interpretazioni, curato da Alessandra Imbellone, consentono di entrare nell’esperienza pittorica di Ferrazzi che – esponendo dal 1907 al 1978 – ha potuto attraversare la distanza lunga del secolo scorso e vivere la drammatica e contraddittoria esperienza che fu peculiare all’Italia: protesa alla riaffermazione di un passato favoloso e poi rassegnata alla mediocre sconfitta.
Una menzione particolare merita allora il catalogo che va ben oltre le usuali pubblicazioni della critica d’arte e che è corredato da un ricco apparato storico, bibliografico e iconografico. Ricostruisce con chiara e scrupolosa attenzione il complesso e intenso percorso umano e artistico di Ferrazzi. Prezioso è il regesto illustrato delle opere esposte in vita dall’artista, strumento di grande utilità per ulteriori approfondimenti.
La potenza del linguaggio materico e immaginale della pittura è ciò che il visitatore può meglio percepire di fronte alle opere di Ferrazzi. Nell’epoca dell’immagine riprodotta e digitalizzata - nella quale la figurazione e il colore sono trascritti e omologati nella bidimensionalità di uno schermo - la visione di un dipinto intrinseco al suo supporto originale, la scoperta progressiva della costruzione mentale e manuale delle immagini consente all’occhio di viaggiare dentro la mente dell’artista. Su Ferruccio Ferrazzi, come su Sartorio e Sironi, è caduta a lungo la scomunica della storia dell’arte e dei musei a causa del loro – più o meno lungo e convinto - fiancheggiamento del fascismo. Invece è bene che il giudizio artistico, in specie in Italia, si mantenga autonomo, anche se correlato, rispetto alle specifiche vicissitudini storiche e politiche degli autori: tanto più che - almeno dal Settecento, con la nascita della moderna storia dell’arte - lo sguardo sulla pittura e sulla scultura si è focalizzato di più sulle forme estetiche e culturali, piuttosto che sui loro immediati risvolti sociali.
La mostra alla Galleria Berardi ripercorre in modo serrato la variegata e multiforme produzione pittorica di Ferrazzi: praticò – dagli anni ’20 - un peculiare “ritorno all’ordine” riattraversando la storia della pittura dal Quattrocento al romanticismo, dall’espressionismo al post-impressionismo. Per questo è stato un pittore di non facile collocazione critica. Per ragioni topografiche fu incluso nella Scuola romana di Scipione e Mario Mafai, ma ciò stride con l’afflato visionario e simbolista della sua pittura e anche con la sua inquietudine privata. Nei suoi dipinti si percepisce un pensiero, una forza di figurazione e di trasfigurazione individuale e soggettiva, che gli consente di spalmare disegni e colori sulla tela o su pannelli - con l’olio o con la difficile tecnica dell’encausto – solo dopo averli filtrati attraverso la sua interiorità dilatata.
Consapevole del ruolo pubblico e istituzionale dell’arte, ma anche della sua radicalità privata e esistenziale, Ferrazzi attraversò varie stagioni della pittura novecentesca e fu protagonista di molte e rilevanti produzioni pur restando un artista appartato e autonomo. Trasse dalla storia della pittura suggestioni e modelli, ma li utilizzò con libera creatività per dare forma alla sua visione della realtà.
Non aderì ad avanguardie o a movimenti artistici particolari: quando si coinvolse in determinati contesti pittorici – pensiamo ai dipinti del periodo del fascismo o agli affreschi di argomento religioso – lo fece sempre nel rispetto di un linguaggio artistico personale. La sua tensione fu duplice: introdusse nella pittura le esperienze della storia, ma trasformò continuamente il linguaggio pittorico, sperimentando diverse tecniche e metodologie in base a ciò che riteneva prioritario di rappresentare.
Figlio d’arte, il suo esordio nel 1907 fu precoce e avvenne in conformità con gli stili simbolisti e figurativi del tempo, ma già con la cosiddetta sala "prismatica" - alla LXXXV Esposizione della Società Amatori e Cultori di Belle Arti di Roma nel 1916 - la sua arte prese il volo. Poi, con lo studio di maestri come El Greco, Cézanne, Piero della Francesca, degli espressionisti tedeschi, la sua diventò pittura della pittura. Produsse mosaici, arazzi e murali sulla base di commissioni pubbliche negli anni Trenta e Quaranta, fino a dipingere le angosciate Apocalissi del 1943 e le orride figurazioni della guerra.
Il Dopoguerra avrebbe aperto per lui una fase di ripensamento e di meditazione sulla contraddittoria esperienza vissuta, sulle convinzioni e sulle delusioni. Continuò la disciplina della pittura e sperimentò un ritorno alla scultura nell’oasi riappacificata del giardino della sua villa di Santa Liberata, all’Argentario. Da pittore del Novecento cercò di lenire una coscienza infelice con una compostezza senile e rassegnata, ma anche religiosa e consapevole, sempre estroflessa nell’arte. La sua è una pittura che spicca per potenza creativa e originalità nell'arte del Novecento italiano.

