Colosseo. Medea emblema del femminile atavico

Articolo di: 
Teo Orlando
Medea

Il 15 luglio 2015 il maestoso scenario del Colosseo (a quindici anni dagli spettacoli sofoclei allestiti per il Giubileo del 2000) ha ospitato la seconda replica della rappresentazione della Medea di Seneca, tragedia-simbolo della grande passione umana e segnatamente di quella femminile, diretta dal regista Paolo Magelli, e appartenente al 51mo Ciclo di Rappresentazioni Classiche del Teatro Greco di Siracusa, organizzato dall’Istituto Nazionale del Dramma antico.

I 100 posti disponibili nella parte bassa dell’arena e gli ulteriori 300 posti sulle ringhiere erano tutti gremiti quando la rappresentazione, alle 21,00, ha avuto inizio. La scenografia di Ezio Toffolutti era essenziale ma di notevole originalità, con un paesaggio desolato occupato da sabbia mescolata a residui salmastri, rami secchi e una tenda a forma di padiglione; qui e lì, quasi fossero objets trouvés, valigie e una cassapanca dal contenuto misterioso; le luci soffuse completavano il tutto, emergendo da una situazione di penombra quasi “ancestrale”, simbolo dell’incipiente follia della protagonista, finché il loro pieno dispiegarsi non coinciderà con la silente osservazione da parte degli dèi.

Medea è interpretata da Valentina Banci, mentre Giasone è Filippo Dini, che lo rilegge in chiave quasi “musiliana”, ossia trasformandolo in una sorta di Ulrich (l’uomo senza qualità) dell’antichità. Creonte è Daniele Griggio, mentre la Nutrice è Francesca Benedetti, entrambi capaci di grande πάθος [páthos], combinato con libertà interpretativa.

I costumi sono in parte “modernizzati”, soprattutto nel coro, che veste abiti tra  anni '20 e '30. La traduzione è del latinista e grecista Giusto Picone, interpolata con alcuni brani da “altre” Medee, soprattutto quella di Heiner Müller nel finale, mentre le musiche sono dovute ad Arturo Annecchino, che attinge a piene mani a diversi stili, dalla classica al jazz fino alla techno.

Il dramma di Seneca, ispirato al modello euripideo – che ottenne il terzo premio agli agoni drammatici del 431 a. C. –, si può considerare una sorta di testo-simbolo sulle traversie e le difficoltà che anche nella Grecia classica colpivano chi veniva indicato come portatore dell’alterità e recava quindi le stigmate del “diverso”. Medea congiunge nella sua persona la condizione di donna, straniera, o barbara, in terra greca e di maga dotata di poteri quasi divini, in quanto discendente da Elio, il dio-Sole, e dalla maga Circe.

Si potrebbe osservare che nella sua vicenda si compie un destino paradossale, il pendant asimmetrico di quello di Edipo, per così dire. Come quest’ultimo viene accolto dalla città di Tebe dopo vicende che riveleranno solo après coup la loro intrinseca tragicità, così Medea viene invece esiliata da Corinto, perché Giasone, il legittimo marito, aveva deciso di ripudiarla per sposare Creusa, figlia del re Creonte (da non confondere con l’omonimo re di Tebe). Medea decide di vendicarsi in modo atroce, congiungendo la razionalità della calcolatrice (con accenti sofistici nella visione di Euripide e con la lucida razionalità del logos stoico in quella di Seneca) con le arti stregonesche da lei ereditate dalla zia, ossia la maga Circe, nell’ultimo giorno che Creonte le ha concesso di trascorrere a Corinto.

Con consumata abilità Medea finge un atteggiamento benevolo, manifestando l’intenzione di volersi riconciliare con Giasone, e dando mostra di comprendere i motivi che hanno indotto l’eroe che era riuscito a conquistare il Vello d’oro a contrarre nuove nozze.  Con abili stratagemmi, lo convince a far sì che i figli possano rimanere ancora nella casa paterna. Ma sono i bambini a diventare gli inconsapevoli ambasciatori di morte, perché tramite essi invia a Creusa un peplo e un diadema, intrisi di un potentissimo veleno che distruggerà le carni della giovane sposa e di suo padre Creonte, accorso in un disperato tentativo di salvarla.

Ma perché la vendetta trovi il suo definitivo compimento, Medea infligge all’ingrato Giasone la pena più immensa che si possa concepire: decide infatti di uccidere i suoi stessi figli, di cui Giasone è il padre, Mermo e Fere. Una volta compiuto l’orribile delitto, si libra sul carro del Sole, non senza prima aver dato sepoltura ai figli, e fugge ad Atene, dove il re Egeo le aveva promesso ospitalità. A Giasone non rimane che imprecare e inveire contro la donna di origini barbariche (come la Fedra dell’omonima tragedia), che ha rovinato per sempre la sua casata e lo ha condannato a un destino di eterna infelicità.

Ma la condizione di miseria ed infelicità si riverbera sulla stessa Medea, i cui continui lamenti e il cui lacerante e ambivalente conflitto interiore sono tradotti dal Coro, che prima promette solidarietà nella vendetta e poi disapprova l’uccisione dei figli. È Giasone che riscuote invece una condanna netta, soprattutto per la sua ingratitudine e per aver agito spinto da interesse, e non dal dio Eros, che pure lui stesso ha invocato.

È come se nei personaggi della Medea convivessero i caratteri razionali, ossia lo spirito apollineo di Nietzsche, con l’impulso dionisiaco. L’analisi razionale della sua situazione suggerisce a Medea l’opportunità della vendetta, che le viene rafforzata anche dal suo istinto irrazionale, verificando il principio eracliteo per cui è difficile combattere contro le passioni dell’anima. A differenza che per Socrate, dove la conoscenza razionale del bene spinge necessariamente alla sua attuazione (intellettualismo etico), per Seneca (come già in Euripide) essa diventa una sorta di fredda preparazione all’attuazione di un piano criminoso.

Del personaggio Medea dopo Euripide e Seneca sono state fornite numerose interpretazioni e riletture, da quella Pier Paolo Pasolini a quella di Christa Wolf, da quella di Ovidio a quella di Corrado Alvaro, per non parlare della rilettura cinematografica di Lars von Trier. Tutte reinterpretazioni incentrate sulla tesi che è la figura femminile la vera protagonista della tragedia in quanto capace di mettere in discussione gli  antichi valori e in particolare i rapporti tra l’uomo e la donna, diventando la corifea di un nuovo pensiero, fondato sulla messa in discussione dell’ordine esistente e su un contenzioso che lascia intravedere nuove possibilità per quanto concerne i rapporti sociali.

L’eroina, pur essendo spinta dalla molla delle passioni umane, motiva le sue azioni come un modo per ristabilire una forma di giustizia e non semplicemente per vendicarsi di un tradimento sentimentale. Giustizia che viene così tanto tenuta in considerazione, che la protagonista non esita a nuocere a sé stessa immolando i suoi stessi figli. 

Il passo fondamentale in proposito è il seguente:

Chorvs

Nulla uis flammae tumidiue uenti
tanta, nec teli metuenda torti,                            
quanta cum coniunx uiduata taedis
ardet et odit;
non ubi hibernos nebulosus imbres
Auster aduexit properatque torrens
Hister et iunctos uetat esse pontes         
ac uagus errat;
non ubi impellit Rhodanus profundum,
aut ubi in riuos niuibus solutis
sole iam forti medioque uere
tabuit Haemus.
caecus est ignis stimulatus ira
nec regi curat patiturue frenos
aut timet mortem: cupit ire in ipsos
obuius enses.

Non forza di fiamma
o di tumido vento,
tanto ha vigore, non forza di dardo
vibrato atterisce
quanto una sposa che priva del talamo
arde dall’odio,
non l'Austro che guida, nuvoloso,
le piogge invernali, né il Danubio
che s'avventa rapido e travolge
ponti e straripa,
non il Rodano che respinge il mare
neppure l'Emo quando a primavera
per il sole più forte in gonfi rivi
scioglie le nevi.
È cieco il fuoco che ira alimenta,
non soffre guida, freno non sopporta,
morte non teme, e sin contro le spade
brama di gettarsi.
(Vv. 579-594, Trad. di Bruno Gentili, modificata).

Il drammaturgo francese Jean Anouilh (autore di una Medea nonché di una celebre Antigone scritta durante l’occupazione nazista della Francia, dove nel re di Tebe Creonte viene adombrata la figura del tiranno spietato) ha paragonato la tragedia a una molla caricata che si scaricherà da sola durante la rappresentazione. Così Medea è in grado di provocare, come una molla che si scarica, un cortocircuito emotivo negli spettatori, messi di fronte al crollo della famiglia e delle istituzioni patriarcali e gerarchiche, nel quale si assiste all’eversione della pace sociale. Ma alla fine, dato il carattere più che umano degli eroi, essi tendono a ri-stabilire e ri-fondare l'ordine normale delle cose, e cioè i valori e le consuetudini che sono alla base della civiltà greca che ha formulato il mito.

Pubblicato in: 
GN35 Anno VII 23 luglio 2015
Scheda
Titolo completo: 

Istituto nazionale del dramma antico

PERSONAGGI
Medea
Nutrice
Creonte
Giàsone
Messaggero
Coro
SCENA: Corinto

CAST
MEDEA di Seneca
Traduzione Giusto Picone
Adattamento teatrale Paolo Magelli
Regia Paolo Magelli
Scena e costumi Ezio Toffolutti
Musiche Arturo Annecchino
Regista assistente Luca Cortina
Assistente alla regia Franca Maria De Monti

Collaborazione scenica Mark Boldin
Progetto audio Vincenzo Quadarella
Progetto luci Elvio Amaniera
Costumista assistente e responsabile sartoria Marcella Salvo

Collaborazione Sartoria Alessia Ancona
Responsabile trucco e parrucco Aldo Caldarella
Direttore di scena Mattia Fontana
Fotografo di scena Maurizio Zivillica
PERSONAGGI E INTERPRETI: (o.a.)

Medea Valentina Banci

Giàsone Filippo Dini

Creonte Daniele Griggio

Nutrice Francesca Benedetti

Messaggero Diego Florio
Corifee Elisabetta Arosio,Simonetta Cartia, Giulia Diomede,Lucia Fossi,
Clara Galante,Ilaria Genatiempo,Carmelinda Gentile,
Viola Graziosi,Doriana La Fauci
Corifei Enzo Curcurù,Lorenzo Falletti,Diego Florio,
Sergio Mancinelli,Francesco Mirabella

Bambini Francesco Bertrand, Gabriele Briante

Costumi Laboratorio di sartoria Fondazione Inda Onlus
Scenografie Laboratorio di scenografia Fondazione Inda Onlus
Area comunicazione www.indafondazione.org

Voto: 
8.5