Lucrezio rivisitato da Odifreddi. Una lettura razionalista

Articolo di: 
Teo Orlando
Odifreddi

Il 14 marzo 2016 il Teatro Vittoria di Roma ha visto una singolare esibizione del matematico e storico della scienza Piergiorgio Odifreddi, che ha inscenato lo spettacolo Come stanno le cose. Il mio Lucrezio, la mia Venere. Lo spettacolo, basato sul libro omonimo di Odifreddi, ha visto l'alternarsi di letture dal grande poeta latino, a cura di Irene Ivaldi, e spiegazioni del matematico. Il tutto con l'alternarsi di musiche per violoncello, egregiamente eseguite da Lamberto Curtoni.

La prima lettura è la celebre Invocazione a Venere del De Rerum Natura, Sulla natura delle cose, il celebre poema di Tito Lucrezio Caro scritto nel primo secolo della cosiddetta era volgare. La dea viene definita “hominum divomque voluptas” (piacere degli uomini e degli dèi. Per Odifreddi il messaggio di Lucrezio si rivolge soprattutto a coloro che sono scevri da pregiudizi e sanno far uso della ragione:  l'unica dottrina capace di liberare l’uomo dall’oppressione religiosa.

Piergiorgio Odifreddi si fa avvocato del pensiero razionale e ne mette in luce le intuizioni scientifiche successivamente sviluppate in epoca moderna. Dal lavoro di riduzione in prosa e antologizzazione compiuto personalmente sull’opera di Lucrezio (Come stanno le cose, Rizzoli, 2013), Odifreddi propone un commento dal vivo del testo, accompagnato da letture ed interventi musicali.

Il De rerum natura è un grandioso poema didascalico di matrice filosofica epicurea, che il poeta compose, “negli intervalli della follia” (per intervalla insaniae), secondo la testimonianza di San Girolamo (poema oggi ritornato anche all’attenzione del grande pubblico, grazie alll'edizione italiana del libro The Swerve di Stephen Greenblatt).

Odifreddi, dopo aver sottolineato che il 14 marzo nei paesi anglosassoni è la festa del pi greco, quindi particolarmente cara ai matematici, esordisce con piglio didascalico osservando come di Lucrezio sappiamo ben poco, e che il fatto che sia morto per un filtro d'amore è, secondo lui, una leggenda dovuta a San Girolamo stesso, strenuo sostenitore del celibato ecclesiastico.

Dopo aver sottolineato il merito di Lucrezio nell'aver reso il latino, precedentemente una "lingua barbara", un idioma adatto ad esprimere i più ardui concetti filosofici (superando così la cosiddetta patrii sermonis egestas e adattandolo mirabilmente fino a non far per nulla rimpiangere il greco di Epicuro) si lancia poi in considerazioni etimologiche per cui il termine natura viene interpretato come il participio futuro del verbo nascor. Letteralmente, quindi, "natura" vuol dire "nascitura", ossia colei che è (continuamente) sul nascere. Del termine e del concetto fornisce poi un'interpretazione materialistica, ritenendo che si riferisca al perenne divenire delle cose e sottolineando che il termine italiano cosa rimanda al latino causa: si tratta quindi di spiegare le cause dell'universo. Più discutibile un'osservazione sull'esametro latino, che per Odifreddi dovrebbe essere scandito sempre ponendo l'accento sulla terza sillaba.

Il grande latinista Ettore Paratore definì Lucrezio: “Il Dante della poesia latina. Come lui egli chiude un'epoca e ne inaugura un'altra (...): non per niente egli è l'interprete di una crisi che segnò a Roma il crollo delle élites e l'avvento di una civiltà di massa”. Per Odifreddi, invece, il vero merito di Lucrezio consisterebbe nell'aver scritto un libro di divulgazione scientifica e di aver cominciato a dubitare della validità della religione tradizionale, quasi un deista ante litteram, come peraltro il suo nume ispiratore Epicuro, per il quale gli dèi non si curano delle faccende umane.

Nel terzo libro del poema Lucrezio insiste sulla differenza tra “animo” (animus), traducibile grosso modo come la “mente”, e “anima”, ossia l’essenza vitale, e sulla relazione di quest’ultima con il corpo che la ospita.

Animus e anima sono infatti strettamente connessi non solo tra di loro, ma anche con il corpo, di cui condividono la natura materiale. L’animo ha azione rapidissima ed è composto da atomi minimi, tant’è vero che quando il corpo muore non perde peso (contrariamente al loro predecessore e ispiratore Democrito, Lucrezio ed Epicuro sostengono che il numero di atomi di cui consta l'animo è minore di quelli di cui consta il corpo). Per una combinazione complessa di aria e calore gli atomi trasmettono i sensi al corpo.

L’intento precipuo di Lucrezio è qui quello di utilizzare la mortalità dell'anima come argomento contro il timore della morte: non si tratta di un paradosso, perché il poeta latino insiste sul rapporto tra necessità della morte e necessità del divenire che rinnova la vita. Il desiderio di prolungare la vita individuale viene contrapposto alla necessità della morte, ma è quest’ultima che l’uomo deve accettare per superare la condizione di perenne infelicità e inquietudine, secondo la didascalica epicurea, per cui la durata illimitata della vita non coincide con la perfezione della felicità.

 

Pubblicato in: 
GN19 Anno VIII 17-24 marzo 2016
Scheda
Titolo completo: 

TEATRO VITTORIA - Piazza Santa Maria Liberatrice 10 - ROMA

UNICA DATA in prima nazionale: 14 marzo 2016 ore 21.00 

Come stanno le cose

Il mio Lucrezio, la mia Venere

di e con Piergiorgio Odifreddi

Irene Ivaldi – letture

Lamberto Curtoni – violoncello

produzione Promo Music