Mondadori. Lucio Russo e l'attualità della cultura classica

Articolo di: 
Teo Orlando
Lucio Russo

Solo un matematico e storico della scienza che fosse dotato anche di una profonda conoscenza della cultura classica, come Lucio Russo, avrebbe potuto scrivere un libro come Perché la cultura classica. La risposta di un non classicista, edito per i tipi di Mondadori. Il libro è scritto in modo brillante, scorrevole, cristallino, ed è qui e lì percorso da una sottile ironia, quasi dissimulata dietro affermazioni apparentemente apodittiche. Il filo conduttore del libro si potrebbe riassumere nella seguente citazione: "D’altra parte i tentativi di sostituire la funzione svolta tradizionalmente dalla cultura classica con le nuove costruzioni unificanti [...], dallo strutturalismo alla teoria della complessità, sono tutti falliti. La cultura generale, rimasta priva di qualsiasi base unitaria, ha subito un crollo che ha abbassato a livelli un tempo inconcepibili an- che le conoscenze delle élite. Jefferson non avrebbe certo mai sospettato che dopo due secoli un suo successore potesse avere il livello culturale di Trump" (p. 202).

Il libro è suddiviso in due parti, ciascuna delle quali si articola in dieci capitoli. La prima parte è dedicata all'analisi dell'incidenza della cultura classica per la formazione delle scienze moderne. La seconda parte, invece, lamenta come la crisi dei saperi e la mancanza di un fondamento unitario che hanno caratterizzato il Novecento siano dovuti anche a una progressiva dismissione del patrimonio della cultura greca e romana, o a una sua emarginazione nella formazione degli intellettuali e degli scienziati. Ciò avrebbe favorito l'evoluzione della cultura verso una collezione di "saperi disgiunti": oggi gli scienziati che appartengono a settori diversi dello scibile condividono tra di loro soltanto la conoscenza dei prodotti dell’industria culturale. 

Nell'acuta premessa, Russo parte dall'idea che la famosa dicotomia tra le cosiddette due culture, quella scientiifica e quella umanistica sia ritornata in auge, scorgendo due tesi contrapposte, soprattutto sul tema della formazione delle giovani generazioni. Da un lato vi sarebbero coloro che sono convinti che la cultura italiana sia caratterizzata da un peso eccessivo di discipline da loro bollate come «inutili», ossia quelle cosiddette umanistiche, e classiche in particolare: costoro predicano una radicale inversione di rotta, fino a spingersi a perorare l'abolizione del liceo classico o dell’insegnamento del latino nel liceo scientifico, al fine di concedere uno spazio maggiore agli studi scientifico-tecnologici.

Dalla parte opposta si levano, in modo un po' stereotipato, le voci degli umanisti che, tradizionalmente, si sentono assediati dal dominio della cultura tecnico-scientifica, sia a livello scolastico, sia a livello generale, in rapporto ai valori dominanti nella società occidentale, nella quale, in base a una concezione bassamente utilitaristica, si toglierebbe spazio ai valori umani e al sapere disinteressato.

In realtà, Russo nota con una punta di scettico sarcasmo che coloro che sono convinti che la cultura classica sia stata emarginata e quasi conculcata da una presunta invadenza dei saperi scientifici stanno sbagliando avversario. Infatti, per l'autore il vero problema, semmai, risiede nel fatto che la diffusione in modo serio delle scienze esatte sta restringendosi sempre di più, lasciando spazio al dilagare dell’analfabetismo scientifico. I vituperati studi di stampo "utilitario" sono in realtà ben distanti da una pratica rigorosa delle "scienze dure", dato che puntano semmai su temi come l’economia aziendale o le tecniche di marketing.

Sicché Russo dissente da coloro che esaltano in modo acritico lo studio disinteressato (o, con un ossimoro spesso adoperato, l’«utilità dell’inutile», come recita il titolo di un libro di Nuccio Ordine), perché non vi scorge solo l'influsso positivo di chi si oppone al privilegiamento delle conoscenze immediatamente monetizzabili, ma anche la presenza, per lui nefasta, di una tradizione incentrata su studi destinati a un’aristocrazia che era desiderosa di occupare il tempo lasciato libero dalla gestione del potere dilettandosi di argomenti di «varia umanità»: già negli studia humanitatis del Quattrocento si riscontrava un embrionale disprezzo non solo verso le attività produttive  ma anche verso tutte le conoscenze che possano essere anche indirettamente utili, ivi comprese quelle scientifiche.

Quale strategia adotta allora Russo per difendere il valore degli studi classici? Scartato il riferimento a criteri utilitari e messo da parte il criterio estetico che sottolinea soprattutto la bellezza delle lingue greca e latina, Russo insiste sul valore formativo del loro studio, non minore di quello che fornirebbe uno studio più approfondito della matematica, ma non interscambiabile con esso, benché entrambi siano di grande valore. All'obiezione di chi invece si domanda perché, nell’ambito più omogeneo dello studio delle lingue con una ricca struttura grammaticale e sintattica, si debba privilegiare le lingue greca e latina, a scapito di altre possibili alternative, dal russo al sanscrito, dal tedesco all'arabo, Russo risponde indirettamente, sottolineando come il greco e il latino debbano essere considerati innanzitutto come strumenti che permettono di accedere alle grandi opere del passato scritte in queste lingue. Possono quindi avere per noi un valore particolare se, e solo se, lo hanno tali opere: con un giudizio secco e assertorio, l'autore dichiara: "non avrebbe alcun senso studiare diligentemente le difficili coniugazioni dei verbi greci, se in quella lingua non vi fosse nulla di interessante da leggere" (p. 5).

Scendendo più particolareggiatamente nell'analisi dei singoli capitoli, ci soffermeremo sul secondo capitolo, quello dedicato all'astronomia antica, in cui si riflettono in modo evidente gli interessi scientifici dell'autore, concretizzati in una serie di monografie (una su tutte: La rivoluzione dimenticata, Milano, Feltrinelli, 1996) in cui intraprende, più che una "riabilitazione", una vera e propria riscoperta della scienza ellenistica, che solo una storiografia superficiale avrebbe contrapposto a quella moderna. Infatti, come nota l'autore, tra gli eventi che hanno caratterizzato il sorgere della modernità si è sempre data grande importanza a tre eventi, o meglio a tre "rivoluzioni scientifiche": la "rivoluzione copernicana", che ha spodestato la Terra dal suo ruolo centrale a favore del Sole; l'abolizione della sfera cristallina delle stelle fisse, che ha sostituito l'universo finito e sferico degli antichi con un universo infinito o comunque immenso, in cui il Sole era ridotto a una delle innumerevoli stelle; il concetto di gravitazione universale, con cui Newton avrebbe fondato la meccanica celeste, spiegando il perché delle proprietà del movimento degli astri.

Ora, secondo le tesi "discontinuiste", dovute ad autorevoli storici della scienza come Alexandre Koyré e Thomas Kuhn, con queste novità avremmo assistito a una radicale svolta nella transizione dall’astronomia antica a quella moderna, passando dal mondo chiuso all’universo infinito, grazie a quello che viene oggi chiamato "cambiamento di paradigma". Russo non è d'accordo, ma egli va anche al di là del concetto di cumulatività delle conoscenze scientifiche, per cui quelle moderne si aggiungono semplicemente alle antiche, rettificandole e correggendole dove opportuno. Per Russo, la stessa rivoluzione copernicana sarebbe nata dallo studio di testi antichi, come quelli di Plutarco, Iceta, Cicerone, Aristarco e Archimede, che in modo spesso

La tesi principale del libro risiede così non in una difesa d'ufficio della cultura classica, ma in un'orgogliosa rivendicazione del suo ruolo, a patto di una profonda rivisitazione: essa potrebbe assumere di nuovo quel ruolo unificante che aveva già svolto in un passato tutto sommato recente e per il quale non è mai stato trovato un valido sostituto.

Pubblicato in: 
GN45 Anno X 16 ottobre 2018
Scheda
Autore: 
Lucio Russo
Titolo completo: 

Perché la cultura classica. La risposta di un non classicista, Milano, Mondadori, 2018. Pp. 224. Euro 19,00.