- Articolo di:Giulio Migliorini
In piazza Castello a Torino, il Teatro Regio (opera ultima del grande architetto Carlo Mollino) è celato dietro un paramento murario storico che fronteggia il Castello del Valentino, la svettante superba chiesa di san Lorenzo, i verdi tigli del parco. Al Regio è andata in scena per sei recite dal 31 marzo al 12 aprile Dialogues des Carmélites, Opera in tre atti e dodici quadri di Francis Poulenc (i dialoghi sono di Georges Bernanos, e traggono spunto da una novella di Gertrud von Le Fort, die Letzte am Schafott, L’ultima al patibolo, del 1931. La prima esecuzione in italiano avvenne al Teatro alla Scala di Milano il 26 gennaio 1957, mentre quella in francese si tenne all’Opéra di Parigi il 21 giugno dello stesso anno), con la regia di Robert Carsen ripresa da Christophe Gayral, l’Orchestra del Teatro Regio di Torino diretta da Yves Abel. Ho assistito all’ultima recita, il 12 aprile alle ore 15:00.
Editoriale. Antropologia di una pandemia
Mercoledì scorso, 18 gennaio, si è tenuta presso l'Università di Roma, La Sapienza, un incontro di presentazione del testo appena edito da Terra Nuova edizioni per la collana Le formiche verdi “Antropologia di una pandemia”, volto a raccordare le analisi proposte dagli antropologi e studiosi di scienze sociali Duccio Canestrini, Osvaldo Costantini, Stefano Boni, Stefano Portelli, Maddalena Gretel Cammelli, Stefania Consigliere, Cecilia Vergnano, Mauro Vanaken in merito al periodo che dal 2020 fino alla fine dello scorso anno ha visto il mondo soggiogato dal terrore di contrarre il virus SARS-Cov-2.
Le ipotesi avanzate dagli studiosi si presentano come frutto del libero ingegno dei ricercatori e pertanto esaminano anche quello che è stato il meccanismo difensivo dell'iter governativo in questi due anni: attraverso il concetto di complottismo, ci spiegano gli autori, è stato contenuto ed emarginato il pensiero critico, e dunque dissidente; il meccanismo ha visto l'impiego di mass media, ma soprattutto di social media, per marchiare come fake news tutto ciò che si allontanava, anche di poco, dalla narrativa imperante. Il complottismo cioè ha funzionato come massificatore per spartire l'opinione pubblica in due universi dicotomici: o di qua o di là, laddove il di qua è/era rappresentato dalla fede nella scienza, nell'illuministica deità della ragione, nella protezione della salute tout court, e il di là invece irretito dall'egocentrica quanto irrazionale fede nella libertà. Il risultato è stato quello di indurre, nei micro come nei macrosistemi societari, difficoltà e imbarazzi nel relazionarsi, quando non proprio un'insormontabile barriera tra individui anche appartenenti a un'intimità condivisa da decenni, in famiglia o in contesti amicali.
La figura dell'antropologo si è dunque preoccupata di indagare l'origine di questa divaricazione sociale ritrovandola in un antico ma sempre efficiente schema colonialista che impone una netta, invalicabile demarcazione tra caste chiuse, sigillate: quella dei colonizzatori che impongono la propria lettura dell'universo mondo e il proprio schema sociale di potere e quella dei popoli indigeni soggiogati, privati di mezzi e strumenti per affermare la validità della propria nativa cultura.
Del resto, notano gli autori del volume, la seconda parte del 2019, e dunque immediatamente prima della dichiarazione emergenziale del gennaio 2020, ha visto il proliferare di numerose insurrezioni e proteste in varie parti del globo, da Haiti al Sudan, dall'Iran al Cile, dall'Albania a Hong Kong; per tralasciare l'oceanica, inesauribile contestazione dei gilet gialli in Francia o dei catalani in Spagna; tutti accomunati dal suggestivo slogan “Be water” ("Sii come l'acqua", "Fluisci come l'acqua") che rimbalzava da un paese all'altro, infondendo il necessario coraggio a proseguire la messa in discussione dello status quo, il ripensamento degli schemi paradigmatici della società o dell'ordinamento statale. Tante finestre dunque accomunate dall'idea di un nuovo sguardo sulla società: una riedizione di un altro slogan famoso degli anni 90: “Un altro mondo è possibile”.
La pandemia è quindi arrivata a recidere i legami tra i vari paesi, tra i vari movimenti, confinando ogni gruppo sociale negli angusti confini domestici della propria nazione, della propria città, del proprio appartamento e ribaltando le contiguità politiche in distanze culturali che di colpo sono tornate a dominare lo scenario internazionale, dividendo le persone, arginando quell'acqua di dissenso in innocui rivoli bisbigliati al vento e marchiati con l'onta del dissenso, nomato fascista in quanto interessato più alla libertà dell'individuo che non al benessere sociale, da sempre cura delle strutture governative.
Così la pandemia, e con essa la violenza delle coercizioni imposte, ha fornito il destro al sistema neoliberista per indurre una radicale quanto rapida modifica dei mezzi di produzione attraverso la creazione di spazi di terrore che hanno generato una sorta di nebbia cognitiva: nella densa foschia della massiva informazione a senso unico è stato impossibile per i più districarsi nelle distorsioni della realtà di continuo propugnate dal sistema; è stato impossibile scindersi dal gruppo sociale di riferimento che, spaventato, abbracciava la narrazione offerta; è stato necessario discostarsi dal nativo bisogno di libertà per autoimporsi un sacrificio catartico per il microcosmo familiare in primis e per la società in toto poi. Il nuovo capitalismo ha così rapidamente spianato la sua nuova strada nella direzione dell'appropriazione della biologia umana e non umana, verso l'espropriazione di ogni forma di autonomia individuale e collettiva, sul corpo, sulla salute, sulle proprie scelte connesse alla propria specificità di essere senziente, oltre che sull'ambiente.
Quale risposta possono dare le forze antagoniste al sistema? Quale strategia possono contemplare per non essere bannate come grettamente autartiche o, peggio ancora, autolesioniste? La reazione, scaturita con il contributo di interventi dall'uditorio, può venire soltanto dal basso, riallacciando i legami tra le persone, creando reti di solidarietà, aperte a tutti, non solo a chi ha sposato una narrativa o un'altra, proprio nell'ottica di combattere il subdolo meccanismo del potere che vuole una società divisa in fazioni in lotta tra di loro e così meglio disposte a fagocitare, volenti o nolenti, i dettami dello schiacciasassi del moderno imperialismo dell'élite finanziaria.



