- Articolo di:Livia Bidoli
Una delle rare direttrici d'orchestra è arrrivata all'Accademia di Santa Cecilia per il suo debutto: la tedesca Joana Mallwitz, nata a Hildesheim in Germania, ha diretto la Sinfonia n. 5 di Beethoven, le Danze di Galánta di Kodály e il Concerto per violino di Čajkovskij, con il solista virtuoso Augustin Hadelich, nelle tre serate di giovedì 30 aprile alle ore 20, sabato 2 e domenica 3 maggio alle ore 18, la Sala Santa Cecilia.
Addio a Downton Abbey. L'ordine sociale delle relazioni
A quindici anni dal debutto televisivo, Downton Abbey giunge al suo epilogo cinematografico con The Grand Finale (durata 2 ore e 3 minuti, uscita nelle sale a settembre 2025), un capitolo che promette di chiudere un’epoca tanto sullo schermo quanto nell’immaginario collettivo degli spettatori. Diretto da Simon Curtis e scritto da Julian Fellowes (Oscar nel 2001 per la migliore sceneggiatura originale per Gosford Park), il film non è solo l’ultima tappa di una saga amata in tutto il mondo, ma anche un rito d’addio a un universo narrativo che ha saputo trasformare le vicende di una famiglia aristocratica inglese in un affresco sociale e culturale di lungo respiro.
Rispetto alla serie televisiva, che poteva contare sul respiro disteso delle sei stagioni (trasmesse dal 2010 al 2015), i film hanno sempre concentrato i conflitti in un tempo ridotto, costringendo a una densità narrativa maggiore. Come nei primi due capitoli, anche in questo Grand Finale la regia e la scrittura lavorano per dare a ciascun personaggio un arco narrativo compiuto, pur sapendo che qui tutto deve convergere verso una chiusura definitiva. Sul piano tecnico e visivo, il film continua la linea dei predecessori, amplificando la dimensione spettacolare con location più varie, riprese aeree e un uso più estensivo degli spazi scenici per restituire l’epica di un mondo al tramonto.
La trama si colloca negli anni ’30, quando la società inglese inizia a mutare, ma l’aura dell’aristocrazia resta solida e l’avanzata del socialismo è ancora lontana, destinata a farsi sentire solo più di un decennio dopo. I Crawley affrontano una nuova fase di transizione: la vecchia generazione si ritira, mentre i più giovani devono ereditare il peso di un modello sociale in declino. Downton Abbey è ancora in difficoltà finanziarie, e Sir Robert rifiuta di vendere la residenza londinese per sostenere la modernizzazione della tenuta. Lady Mary, temporaneamente esclusa dalla buona società a causa del divorzio, intreccia una relazione rischiosa con l’americano Gus Sambrook, il quale trama insieme allo zio Harold, compromesso da speculazioni economiche.
Nella servitù, le trasformazioni sono altrettanto radicali: il personale è ridotto, Daisy prende il posto della signora Patmore come cuoca, Anna è incinta e Carson va in pensione. I rapporti interni, fatti di segreti – come la festa organizzata per Lady Mary – e di nuove complicità – come le confidenze tra Mrs. Patmore e Mrs. Hughes sul piacere sessuale –, rispecchiano lo stesso processo di ridefinizione che investe la famiglia aristocratica, segnalando che anche “di sotto” la modernità è entrata a cambiare equilibri e identità. Eppure Fellowes non concede mai strappi improvvisi: preferisce rassicurare lo spettatore riproponendo la continuità dei caratteri. Mosley – ex domestico diventato sceneggiatore – continua a cadere in goffi equivoci; Mrs. Hughes, la governante di Downton Abbey, mantiene la disciplina con fermezza, mostrando però anche grande umanità e compassione verso chi le sta accanto; Daisy alterna la sua insicurezza personale a un’irrequietezza che la spinge a sfidare la lentezza della tradizione.
Il film guarda al futuro senza dimenticare il passato: la presenza-assenza della Contessa Madre, Violet (Maggie Smith), ironica e sferzante, diventa un fantasma che aleggia su tutta la narrazione. La sua casa viene svuotata, e la macchina da presa indugia sui suoi ambienti, che assumono il carattere nostalgico di un’epoca che si chiude.
Al di là del suo splendore visivo, l’interesse del film emerge dal confronto con ciò che Downton Abbey – la serie – è stato prima di questo epilogo. Una delle ragioni del suo successo risiede senza dubbio nella capacità di rappresentare un aspetto universale dell’esperienza umana: l’attrazione verso ciò che si colloca “in alto”, non soltanto sul piano delle buone maniere o del gusto estetico, ma anche nella capacità di interpretare la complessità del mondo. Accanto a questa spinta aspirazionale, Downton Abbey mette in scena un’esigenza complementare: il desiderio che alcune cose restino immutate, come l’ordine sociale incarnato dall’aristocrazia inglese ottocentesca, chiamata a garantire stabilità e continuità in un’epoca segnata da rapide trasformazioni economiche e culturali.
Quello che potrebbe sembrare un conflitto drammatico tra cambiamento e tradizione, in realtà, si presenta fin dall’inizio come un equilibrio già scritto: l’elevazione sociale o personale dei domestici non mette mai realmente in discussione la gerarchia. Il miglioramento di chi sta “sotto” è accettabile, purché non porti a un’inversione dei ruoli. Il fascino rassicurante di Downton Abbey è dipeso proprio da questa costruzione: un mondo armonico in cui i servitori accettano e persino difendono con orgoglio la stabilità dell’ordine sociale. Nel Grand Finale, tuttavia, questo impianto subisce un’accelerazione. Pur senza arrivare a una rivoluzione, la narrazione incrina la compattezza di quel mondo, suggerendo che l’armonia tra alto e basso, per quanto ancora riconoscibile, non possa più reggere immutata di fronte alle pressioni del nuovo secolo, in cui entrambe le classi devono lottare per un nuovo posizionamento sociale, con interessi ormai confliggenti.
Eppure, il messaggio che sembra emergere dalle scene finali del film è che, al di là delle trasformazioni politiche e delle tensioni sociali, ciò che ha dato forza a quella casa e ai suoi abitanti sono state le relazioni di cura reciproca. La soluzione dei conflitti non può ridursi a una questione puramente politica: deve passare attraverso legami privati fondati sull’umanità, sulla compassione e sul riconoscimento della dignità reciproca. È forse questo il lascito più duraturo di Downton Abbey: ricordarci che nessun ordine sociale sopravvive senza la trama invisibile delle relazioni che lo sostengono.



