Santiago. Un cammino per ricominciare. Un film francese con una doppia rinascita

Articolo di: 
Teo Orlando
Il cammino di Santiago

È un dato di fatto incontestabile che il cinema francese continui a fornire, con una regolarità che altri paesi europei non sembrano in grado di garantire, film solidi, scritti e recitati con grande professionalità e inventiva, e mai noiosi. È quasi una garanzia di qualità media. Certo, se si dovesse giudicare il cinema francese attuale, con tutte le sue virtù artigianali e culturali, confrontandolo con la vera grande stagione in cui la Francia dettava al mondo un nuovo linguaggio cinematografico, ne uscirebbe alquanto malconcio: la Nouvelle Vague fu una stagione irripetibile, e figure come Rohmer, Truffaut o Resnais non nascono certo tutti i giorni. Tuttavia,  Santiago – Un cammino per ricominciare (in originale Compostelle) di Yann Samuell,  interpretato da Alexandra Lamy e Julien Le Berre, è un film dignitoso, spesso coinvolgente, visivamente curato, con due interpreti diversamente efficaci; non è una pellicola che voglia reinventare il cinema, neanche come intenzione latente. Preferisce muoversi entro le coordinate del road movie educativo e sentimentale, cercando nel paesaggio e nell’incontro tra due anime sole, e all'inizio poco comunicative, la propria misura.

Il punto di partenza è promettente. Adam (nome scelto dal regista perché – nelle sue parole – deriva dall'ebraico אָדָם‎?, adamah”, nome che indica la terra d’argilla che si può modellare e trasformare) è un adolescente irrequieto, il classico studente irregolare delle banlieues francesi, segnato dall’abbandono da parte della famiglia disfunzionale e dal suo abbandono della scuola. La sua rabbia si traduce anche in comportamenti violenti ed aggressivi, che sconfinano facilmente nel teppismo metropolitano. Dopo l'ennesima rissa,  viene affidato a un programma alternativo alla detenzione, consistente nel percorrere il cammino di Santiago come prova di sacrificio e di dedizione al prossimo. Il colpo di scena sta nel fatto che gli viene assegnata una singolare accompagnatrice: a camminare con lui è Frédérique, detta Fred, insegnante sospesa dopo aver schiaffeggiato un’alunna, lasciata dal marito e ormai quasi incapace di comunicare con la figlia. I due percorrono il Cammino di Santiago in un rapporto che nasce sotto il segno dell’insofferenza reciproca ma lentamente si trasforma. È notevole il fatto che non si tratti di un soggetto totalmente inventato: il regista si è ispirato al romanzo Marche et invente ta vie di Bernard Olivier e alle esperienze dell’associazione Seuil, che ha fatto della marcia e del cammino prolungato uno strumento di reinserimento per giovani in grave difficoltà.

La scelta più intelligente del film consiste nel non fare di Fred la salvatrice di Adam. Entrambi hanno qualcosa da riparare ed entrambi arrivano al cammino da una condizione di fallimento. Lui porta addosso l’etichetta del ragazzo difficile; lei quella, socialmente più tollerabile, dell’adulta che ha perso il controllo. Samuell insiste giustamente sul tema della trasmissione: non una pedagogia dall’alto, ma una relazione nella quale ciascuno finisce per educare l’altro. Alexandra Lamy presta a Fred una simpatia immediata che viene però continuamente contraddetta dalla chiusura e dall’irrigidimento del personaggio; Julien Le Berre, al primo ruolo cinematografico importante, possiede invece l’energia nervosa necessaria a rendere credibile Adam senza trasformarlo in un caso sociologico. 

La fotografia non è particolarmente spettacolare, ma  presenta qualche soluzione felice. Ad esempio, la prima parte, ambientata nella vita “chiusa” dei protagonisti, è girata in 4:3; con l’inizio del cammino l’orizzonte si allarga insieme all’inquadratura. È un simbolismo forse scoperto, ma efficace. Più riuscito ancora è il rapporto fra le figure umane e il paesaggio: la natura selvaggia e quasi inesploarata marca bene la presenza dei protagonisti, quasi degli intrusi che devono cercare la loro strada più autentica:  il camminare acquista così un significato non soltanto narrativo ma quasi fisico. Le trasformazioni interiori trovano un loro correlativo oggettivo non solo nei corpi stanchi, ma nel paesaggio francese e spagnolo, nei sentieri, nelle salite nei dirupi. Emblematica è la scena presso la Cruz de Ferro, dove Adam lascia il coltello e Fred la fede nuziale: è una scena dove domina il silenzio, perché i due personaggi rinunciano quasi del tutto alle parole.

Il limite principale del film, secondo noi,  appartiene però alla tendenza abbastanza ricorrente del cinema francese recente, e che abbiamo riscontrato anche in Vie privée di Rebecca Zlotowski: la paura di sostenere fino in fondo un registro drammatico senza alleggerirlo mediante piccole parentesi comiche. È come se, anche davanti a materiali dolorosi, si sentisse periodicamente il bisogno di rassicurare lo spettatore con una battuta o un momento di cordialità un po’ programmata. La stessa attrice che ha splendidamente interpretato Fred, Alexandra Lamy, ha ammesso che «si è cercato deliberatamente di inserire «un po’ di umorismo» senza scivolare nella commedia, mantenendo al tempo stesso l’urgenza drammatica del personaggio. Ma è proprio questo dosaggio a non risultare sempre convincente. Infatti, la leggerezza non nasce necessariamente dai personaggi o dalle situazioni, ma talvolta sembra aggiunta dall’esterno, secondo una formula ormai piuttosto collaudata nelle sceneggiature dei film francesi contemporanei.

La dissonanza diventa particolarmente evidente nell’incontro con Estella, una giovane pellegrina interpretata da Maëlle Vidou, che cammina con una protesi biomeccanica al posto di una gamba. È una presenza molto forte perché il film, almeno nei momenti migliori, evita di ridurla a oggetto di pietà, tanto più che Maëlle ha davvero questo tragico handicap: nella vita reale, fu costretta all'amputazione della gamba per un incidente stradale. Estella appare più libera e meno “impedita” di Adam, e la sua menomazione fisica finisce per mettere in luce, per contrasto, la prigionia interiore del ragazzo. Il regista stesso insiste su questo rovesciamento: la giovane, nonostante l’amputazione, corre, cammina e vive con una libertà che forse Adam non possiede. Proprio per questo le incursioni di comicità leggera che circondano sequenze di tale intensità finiscono per stridere. Non perché il dolore escluda il sorriso, naturalmente, ma perché qui il passaggio di tono non sempre appare implicito nella storia (e la scena del brusco litigio tra Adam ed Estella ci è sembrata davvero infelice, con toni eccessivi e anche volgari).

Qualcosa di analogo avviene con la musica rap, che ci è sembrata sovraesposta. Il fastidio può naturalmente dipendere anche dal gusto personale, ma resta la sensazione che il suo impiego sottolinei troppo esplicitamente l’identità generazionale di Adam. Il film, va riconosciuto, offre però una giustificazione precisa: il rap è una delle passioni attraverso cui il ragazzo trova una voce, al punto tale che Samuell costruisce persino un’Ave Maria "rappata" come ponte fra tradizione e modernità, coerentemente con il tema del film; Julien Le Berre la interpreta realmente, dopo essere stato preparato dal compositore Roméo Lowercase. L’intenzione è dunque chiara e nell’economia narrativa ha un senso; sul piano estetico, tuttavia, la soluzione può apparire insistita e un po’ ricattatoria, soprattutto quando la musica sembra voler indicare allo spettatore quali sono le emozioni da provare anziché lasciare che emerga spontaneamente dalla scena.

Rimane comunque un film di notevole impegno umano e civile civile, che difende l’idea della possibilità di "rinascita" senza trasformarla completamente in una predica. Il cammino diventa una metafora trasparente  ma la concretezza della fatica, dei paesaggi e del rapporto fra i due protagonisti impedisce al racconto di ridursi a puro apologo edificante. Forse nel finale è implicita quella promesse de bonheur (promessa di felicità) di cui ci ha tanto parlato Stendhal.

Pubblicato in: 
GN46 Anno XVIII 21 settembre 2026
Scheda
Titolo completo: 

Santiago - Un cammino per ricominciare
Titolo originale: Compostelle

Regia    Yann Samuell
Sceneggiatura    Yann Samuell
Musica    Roméo Lowercase
Attori principali   Alexandra Lamy
Julien Le Berre
Produzione    Page Films
Eveya Production
Paese Francia
Distribuzione per l'Italia: Officine Ubu
Genre    Comédie dramatique
Durée    114 minutes
Sortie    2026