- Articolo di:Teo Orlando
Il concerto che la IUC ha ospitato martedì 31 marzo 2026 nell’Aula Magna della Sapienza, affidato a Veronika Eberle e Dénes Várjon, aveva un disegno programmatico di rara intelligenza: due rapsodie di Bartók, alternate a due sonate di Ludwig van Beethoven e di César Franck, con una disposizione quasi a "canone inverso": ossia, la prima rapsodia di Bartók viene posta all'inizio, a introdurre Beethoven, mentre la seconda a metà, come preludio simbolico a Franck. Simbolicamente, costituiscono, le quattro composizioni, una piccola storia del duo per violino e pianoforte fra Vienna, Budapest e Parigi: dalla Rapsodia n. 2 BB 96a SZ 89 di Bartók si passava alla Sonata op. 47 “A Kreutzer” di Beethoven; dopo l’intervallo, era il turmo della Rapsodia n. 1 BB 94a SZ 86 e della Sonata in la maggiore di César Franck.
Homebound. Storia di un'amicizia indiana
Dal 26 marzo 2026 sarà al cinema il film Homebound del pluripremiato regista indiano Neeraj Ghaywan, le cui opere sono state riconosciute a livello mondiale per il fervore emotivo e i potenti temi socio-politici. Eppure questo film ha tutta l’aria di essere un polpettone da libro Cuore con stereotipi che rendono la storia tragicamente prevedibile e melensa: peccato perché i dialoghi a volte sono profondi e l’amicizia tra i due ragazzi avrebbe potuto essere toccante.
Si tratta, infatti, della grande e sincera amicizia, fin dall'infanzia, di due ragazzi in un piccolo villaggio dell'India settentrionale che inseguono il sogno di un lavoro nella polizia per poter raggiungere quella dignità che è stata loro sempre negata. Il profondo legame che li unisce è minacciato dall’ingresso nel mondo adulto e dalla crescente complessità delle negative situazioni che devono affrontare. Purtroppo vedendolo si è portati a pensare alle indimenticabili visioni a Massenzio col pubblico parlante: come sarebbe stato commentato questo crescendo di sfiga? Si potrebbe guardare anche, tutto sommato, come un horror: peccato che la sceneggiatura, dello stesso Neeraj Ghaywan, potrebbe sembrare concepita proprio per mostrare tutti i topoi consolidati sull’India, comprese le caste e la difficoltà di trovare un lavoro non umile anche per chi ne avrebbe le capacità.
Ci si chiede come abbia potuto interessare il rigoroso Martin Scorsese: “Ho visto il primo film di Neeraj, Masaan, nel 2015 e mi è piaciuto molto. Quindi, quando Mélita Toscan du Plantier mi ha inviato il progetto del suo secondo film, ero curioso. Mi sono piaciuti la storia e la cultura ed ero disposto ad aiutare”. Dalle sue parole, sembrerebbe che si lasci facilmente intenerire.
Sarà stato, poi, l’appoggio come produttore esecutivo del grande regista a fare da volano all’opera per la candidatura all’Oscar come miglior film straniero per l’India. Eppure questa nazione certo non è fra le ultime in fatto di cinematografia.
Il film può piacere ai buonisti e a chi ama i film convenzionali con belle e interminabili – quasi due ore – storie in cui ci si commuove facilmente; è per chi non nota che sicuramente uno dei protagonisti è costretto a morire, così da mostrare la pira che fa tanto India.
Ascoltiamo le parole del regista: “È passato esattamente un decennio da quando ho realizzato il mio primo lungometraggio. Non riesco a comprendere appieno cosa mi abbia tenuto lontano per tutto questo tempo, ma non ho più rimpianti. Continuo a cercare un senso in un mondo che spesso sembra distrutto e indifferente, e cerco di trovarlo attraverso il mio lavoro. Voglio raccontare storie che mi commuovano nel profondo. Nel mio secondo film, Homebound, ho voluto esplorare le lotte silenziose e in gran parte invisibili di persone che troppo spesso vengono ridotte a semplici statistiche. In questo mondo di complessità e sofferenza travolgenti, dimentichiamo che dietro ogni numero c'è un essere umano, con sogni, desideri e legami con gli altri. Questo film parla proprio di questi legami...
Parte di ciò che mi attrae di queste storie è personale. Provengo da una comunità emarginata e il mio background di Dalit, considerato il più basso nel sistema delle caste indiano, ha plasmato sia la mia visione del mondo che il mio cinema. Per gran parte della mia vita ho nascosto questa identità, fingendo di appartenere a una casta superiore, ossessionato dalla paura di essere smascherato. Quell'esperienza di cancellazione e silenzio è profondamente radicata in me ed è per questo che l'identità continua a essere uno dei temi centrali del mio lavoro. L'idea per questo film è nata quando ho letto una storia che mi ha spezzato il cuore. Non era solo per la perdita che descriveva, ma per l'immagine di un uomo che viveva nella gioia semplice, ignaro della tempesta che stava per sconvolgere il suo mondo. In quel momento ho visto qualcosa di profondamente umano. In mezzo alle difficoltà e alle lotte, c'è bellezza. C'è gioia. C'è amore”.
In questo il film è riuscito, negli sguardi condivisi, nel conforto non detto, nel condividere la speranza pur nello spietato panorama; nelle frasi non banali che i ragazzi si scambiano, per esempio all’inizio, quando hanno difficoltà perfino a raggiungere il luogo dove si terrà il concorso, visto che i partecipanti saranno due milioni e mezzo: somiglia più a “un’entrata in guerra”, si diranno. Non è solo una storia di dolore, ma anche di affinità, di come l'affetto resista, nonostante le difficoltà, e di come due persone possano ancora ridere, sognare e sostenersi a vicenda anche quando il mondo che le circonda fiacca il loro stesso spirito.
Il regista dice di non averli voluti ritrarre solo attraverso la lente delle avversità, ma di voler rivelare la loro ricca vita interiore: i loro desideri, le loro paure e le loro complessità cercando di restituire loro l’umanità e catturando sia il modo in cui sono plasmati dalle circostanze, sia il modo in cui le trascendono silenziosamente.




