Da Vinci Classics. Bellucci rilegge la Mitteleuropa di Busoni

Articolo di: 
Teo Orlando
Da Vinci Classics

Di Busoni esce un disco pubblicato da Da Vinci Classics in occasione del centenario della sua morte. Il CD rappresenta un evento di rilievo non soltanto per i cultori del pianoforte e della storia musicale novecentesca, ma anche per quanti riconoscono in Busoni una figura-ponte tra l’Ottocento e la modernità, ossia tra il tardo romanticismo e la dodecafonia. L’incisione, che vede come protagonista il pianista Giovanni Bellucci accompagnato dall’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai sotto la direzione di Daniele Callegari, restituisce al pubblico una serie di opere busoniane per pianoforte e orchestra oggi raramente eseguite, accostate alla trascrizione orchestrale della Rapsodie espagnole di Franz Liszt.

È un vero peccato che Ferruccio Busoni (1866–1924), compositore di nazionalità italiana, ma in realtà profondamente innervato dalla cultura mitteleuropea, non sia conosciuto da noi quanto meriterebbe. Nato da madre triestina, Anna Weiss, per metà bavarese e quindi germanofona, fu da lei che imparò sia l'idioma germanico, sia i primi rudimenti di pianoforte, di cui lei era acclamata interprete. Il padre era anch'egli musicista: il clarinettista Ferdinando Busoni, nativo di Empoli, in Toscana. Da figlio unico, seguì spesso i genitori nei loro viaggi. La città in cui mosse letteralmente i primi passi fu Trieste: esordì nel capoluogo giuliano come pianista a sette anni fino a diventare compositore e improvvisatore a Vienna, allora capitale dell'impero asburgico. Nel 1878, a soli 12 anni, scrisse un concerto per pianoforte e archi.

L'album contiene un repertorio che testimonia, con la forza dei fatti musicali più che con le sole dichiarazioni estetiche, la complessità di un autore che visse costantemente fra due mondi: quello della tradizione tardo-romantica mitteleuropea e quello delle nuove frontiere di un linguaggio “classico moderno”, da lui teorizzato nel celebre scritto sulla Junge Klassizität. Busoni, come molti musicisti della sua epoca, da Mahler a Schönberg, fu anche infatti raffinato teorico della musica ed estetologo. Ed ebbi molti rapporti epistolari con il mondo musicale europeo.

Il disco si apre con la Rapsodie espagnole di Franz Liszt, nella versione per pianoforte e orchestra trascritta da Busoni nel 1893 e diretta nientemeno che da Gustav Mahler ad Amburgo l’anno seguente, con lo stesso Busoni al pianoforte. È già in questa scelta che si avverte la duplice fedeltà busoniana: da un lato la devozione nei confronti di Liszt, vero e proprio nume tutelare del pianoforte moderno, dall’altro il desiderio di reinterpretare il repertorio attraverso il filtro della sua personale sensibilità.

Busoni non stravolge la pagina lisztiana, né la piega a un’idea di orchestrazione smaccatamente virtuosistica; piuttosto, vi inserisce elementi discreti ma significativi: lo sviluppo di figurazioni ornamentali, l’aggiunta di due brevi cadenze e l’estensione di alcuni passaggi. Il risultato è quello di un’opera che conserva la brillantezza spagnoleggiante dell’originale ma che, grazie ai colori orchestrali, guadagna un respiro sinfonico e teatrale. L’organico stesso, lussureggiante e ricco di percussioni esotiche (castagnette, tamburello, triangolo), risponde all’esigenza di “illuminare” il carattere nazionale che, secondo Busoni, non poteva emergere con pari evidenza nella versione pianistica: per paradosso, Busoni riteneva che solo un'accurata orchestrazione fosse in grado di conferire al pezzo il suo vero "carattere nazionale". Fece così un'operazione simile a quella che aveva fatto proprio Liszt con la fantasia Der Wanderer di Franz Schubert o Maurice Ravel con i Quadri di un'esposizione di Modest Petrovič Musorgskij.

In questa registrazione, Bellucci e Callegari affrontano il brano con energia e chiarezza formale. Bellucci, perfettamente a suo agio con Beethoven ma anche con i tardo-romantici, si appropria con naturalezza ed eleganza della virtuosità lisztiana, senza mai indulgere a un esibizionismo tecnico da funambolo: la sua è un’interpretazione che rivela la sostanza musicale dietro la brillantezza. L’orchestra della RAI sottolinea generosamente la varietà di atmosfere, mantenendo un equilibrio che evita ogni rischio di ridondanza.

Il Konzertstück del 1890 op. 31a, secondo brano del disco, venne scritto per il Concorso Rubinštejn di San Pietroburgo, istituito dal compositore e pianista russo Anton Grigor'evič Rubinštejn (da non confondere con l'altrettanto celebre pianista polacco Arthur Rubinstein) per valorizzare i giovani pianisti. Si tratta di un brano che attesta il lato più “accademico” e, se vogliamo, strategico del giovane Busoni. A ventiquattro anni, il compositore dovette infatti confrontarsi con la necessità di emergere sulla scena internazionale: il concorso, presieduto da Rubinštejn stesso, imponeva la presentazione di un lavoro inedito per pianoforte e orchestra: Busoni rispose con un pezzo brillante, solido nella costruzione e accattivante nell’impatto.

La struttura è quella di un’ouverture da concerto: un’ampia introduzione moderata, un movimento rapido con sviluppo tematico e una coda conclusiva. Il linguaggio, pur filtrato da influssi wagneriani e brahmsiani, rivela già un piglio personale: dietro la densità orchestrale e la corposità pianistica si intuisce la mano di un autore che conosce bene la tradizione mitteleuropea, ma non si limita a imitarla.

L’interpretazione di Bellucci e Callegari mette in rilievo la vitalità di questa pagina giovanile. Il pianista restituisce il carattere virtuosistico con potenza sonora e precisione, mentre l’orchestra disegna con chiarezza i contorni tematici. Ne emerge un pezzo di indubbio fascino, che – al di là della funzione competitiva – rivela un Busoni già pienamente consapevole delle proprie doti di costruttore musicale.

Il percorso del disco continua con un dittico scritto trent’anni dopo il Konzertstück: Romanza e Scherzoso, composto nel 1921, in un periodo in cui Busoni aveva maturato un’autentica venerazione per Mozart. L’autore studia e rielabora diversi concerti mozartiani, e ne assorbe la lezione in senso poetico e stilistico. In queste due pagine brevi ma intensissime, il linguaggio busoniano si fa più semplice, più lineare, quasi trasparente. Non c’è l’opulenza sinfonica del Konzertstück, né l’esotismo dell’Indianische Fantasie: qui domina l’intimismo, la raffinatezza timbrica, la leggerezza di un omaggio che è insieme filologico e personale.

La Romanza, con la sua melodia sospesa, sembra guardare direttamente alle arie liriche di Mozart, mentre lo Scherzoso, pur con i suoi guizzi virtuosistici, conserva un tono di gioco raffinato. Busoni aveva immaginato di far seguire questi due pezzi al Konzertstück, sotto il titolo unitario di Concertino: un’operazione sorprendente, quasi un confronto tra due età diverse della sua creatività, in un gioco di specchi che ancora oggi è stimolante per interpreti e ascoltatori.

Bellucci, con un tocco levigato e cantabile, quasi trattenendo il suo natural impeto, esalta la luminosità mozartiana di queste pagine, mentre Callegari dirige con leggerezza, evitando ogni appesantimento. Ne scaturisce un finale di rara grazia, capace di mostrare un volto inedito di Busoni, lontano dall’immagine stereotipata del compositore cerebrale e iper-virtuosistico.

Il pezzo conclusivo è la Indianische Fantasie, op. 44, che Busoni scrisse tra il 1913 e il 1914 e presentò Berlino poco prima dello scoppio della Grande Guerra, evento che turbò moltissimo il compositore diviso tra due mondi, quello germanico e quello latino, destinati a fronteggiarsi senza risparmio di lutti e devastazioni. La fantasia, peraltro, testimonia l'incredibile capacità di Busoni di aprirsi ad altri mondi, quelli extraeuropei, fino a  rappresentare uno dei momenti più singolari dell’estetica busoniana. L’opera nasce dal dono di una raccolta di canti dei nativi americani da parte dell’ex allieva Natalie Curtis, impegnata a documentare il patrimonio musicale dei cosiddetti indiani d’America. Da questo incontro scaturisce una pagina che è, insieme, testimonianza di un interesse etnografico e di sperimentazione musicale, in modo molto più ardito di quanto avessero fatto altri compositori.

Busoni evita infatti la trasfigurazione “accademica” dei modelli popolari, come aveva fatto Antonin Dvořák con la Sinfonia n. 9 "Dal nuovo mondo", caratterizzata dall'uso sapiente dei temi folklorici entro le strutture tipiche della civiltà occidentale. Ma evita anche la loro assimilazione sistematica in senso etnomusicologico (come avevano fatto Béla Bartók e Leoš Janáček). L’approccio è diverso: le melodie dei nativi americani vengono presentate quasi come blocchi sonori intatti, armonizzate sobriamente, e collocate in un arco formale tripartito (veloce–lento–veloce) che ricalca la forma-concerto senza vincolarsi rigidamente a schemi classici.

Il risultato è un’opera visionaria, sospesa tra suggestione esotica e costruzione sinfonica. Vi si avverte l’eco delle Rapsodie ungheresi di Liszt, ma anche l’intenzione di proiettare il pianoforte e l’orchestra in un orizzonte di libertà formale, dove la fantasia prevale sulla disciplina accademica. Bellucci si trova sorprendentemente a suo agio anche qui, dato che riesce a sottolineare l’aspetto onirico e lirico della pagina, in modo quasi evocativo, fino a mettere in luce la natura “fantastica” della partitura. Il direttore Callegari guida l’orchestra verso un suono trasparente, attento alle tinte pastello delle percussioni e dei legni.  

L’importanza di questo CD risiede non soltanto nell’altissimo livello interpretativo di Bellucci, Callegari e dell’Orchestra RAI, ma anche nella scelta di un repertorio che merita di essere sottratto all’oblio. Busoni resta, ancora oggi, una figura in bilico: acclamato come pianista e intellettuale, è stato a lungo trascurato come compositore. Solo negli ultimi decenni la sua produzione ha cominciato a essere rivalutata in tutta la sua portata, dalla Fantasia contrappuntistica all’opera Doktor Faust.

Giovanni Bellucci conferma di essere tra gli interpreti più adatti a tale repertorio: il suo pianismo, di ampiezza e finezza intellettuale, incarna quella tradizione che da Busoni giunge fino a Michelangeli e Pollini. Callegari, con l’esperienza accumulata tra palcoscenici operistici e sinfonici, sa dare respiro e teatralità senza sacrificare la precisione. L’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, infine, si conferma una compagine capace di grande versatilità timbrica e stilistica.

Pubblicato in: 
GN43 Anno XVII 8 settembre 2025
Scheda
Titolo completo: 

Da Vinci Classics

Ferruccio Busoni: Works for Piano and Orchestra

1. Franz Liszt: Rhapsodie espagnole arr. Ferruccio Busoni
2. Ferruccio Busoni: Concertino BV 292
3. Ferruccio Busoni: Indianische Fantasie per piano e orchestra BV 264

Interpreti: Giovanni Bellucci, Daniele Callegari, Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai

1 CD. 2025