- Articolo di:Livia Bidoli
È un caso che, vedendo M, la serie su Mussolini in tv, ho compreso tutto: ciò che avevo pensato cognitivamente parlando, che proveniva da conoscenze pregresse di tattiche di manipolazione di massa, organizzazione di gruppi armati, psychological operations (in gergo PSYOP), ha avuto la conferma “percettiva” data dalla Storia.
L'isola dei ricordi: l'animazione ci porta nelle Filippine
Nel campo dell'animazione “mainstream”, raramente ci è capitato di restare delusi dai film della Dreamworks. Qualche titolo, più o meno recente? Il robot selvaggio (2024), la saga di Shrek, quella di Kung Fu Panda, Dragon Trainer (2010) coi relativi sequel, live-action compreso. E tanto altro ci sarebbe da aggiungere, a un curriculum già così ragguardevole. Eppure, ancora adesso è possibile restare sorpresi, di fronte alla vitalità e alle idee della così prolifica casa di produzione americana...Ora nelle sale c'è L'isola dei ricordi (Forgotten Island), film d'animazione del 2026 scritto e diretto da Joel Crawford e Januel Mercado. I riscontri al botteghino, qui come negli Stati Uniti, sono tutt'altro che incoraggianti. Ma la qualità dell'opera e gli incassi, come dimostra anche il recente flop del geniale lungometraggio di Alejandro G. Iñárritu, Digger, non sempre sono misurabili sulla stessa scala.
E quindi bisogna avere il coraggio di dirlo: pur con un target forse troppo “di nicchia”, L'isola dei ricordi è una boccata d'aria fresca nel panorama dell'animazione destinata al grande pubblico, per i temi trattati, per le interessanti ibridazioni operate a livello stilistico e tecnico, ma soprattutto per quell'insolita ambientazione che conferma la tendenza a un sano “multiculturalismo” della Dreamworks stessa.
Un po' come la Polinesia e i suoi più ancestrali archetipi, in Oceania della Disney, è infatti il retaggio filippino ad assicurare originalità, passionalità e autenticità all'opera, nel caso del film prodotto dalla Dreamworks. Filippine sullo sfondo, dicevamo, con in più uno stimolante cortocircuito, determinato dall'interazione tra scenari contemporanei e Mito.
Nello specifico il film pone al centro di una movimentata, vivace storyline l'amicizia, nata negli anno '90 in una scuola elementare delle Filippine, tra Josephine "Jo" Yuson, un'alunna ribelle che sempre s'infervora nel raccontare ai suoi compagni spaventose storie sull'isola dimenticata di Nakali e sulla temuta Manananggal, che nel folklore filippino è un vampiro alato con la capacità di separare le parti inferiori del corpo, e una compagna di classe apparentemente più pacata ma dall'inventiva a dir poco straordinaria, Raissa Molina, che prenderà le sue difese in ogni occasione e con la quale l'amicizia si trascinerà fino all'età adulta.
Il desiderio della seconda di trasferirsi in America per portare avanti i propri studi metterà poi in pericolo il loro sodalizio così stretto, consolidato ed emotivamente partecipe. Ma la magica apparizione dell'isola di Nakali, che l'amatissima nonna di Jo aveva altrettanto misteriosamente visitato da giovane, con le sue incredibili creature a volte amichevoli e a volte ostili, saprà dare un senso nuovo al loro rapporto, prima salvaguardandolo e poi addirittura rinvigorendolo, tanto da fungere da “rito di passaggio” per la loro futura maturazione caratteriale...
Se le leggende che costituiscono il succulento retroscena dell'opera rimandano tanto al folklore filippino in sé quanto all'immaginario fantastico confluito in tanti film di genere, soprattutto horror, prodotti negli anni in svariati paesi del sud-est asiatico, l'interpretazione che qui ne danno gli autori si trasforma strada facendo in un inno, profondamente sentito, all'amicizia vera e ai rapporti destinati a durare nel tempo. Il mix di contemporaneità e retaggi tradizionali non è però l'unico pregio di questo singolare lungometraggio d'animazione.
Una particolarmente fluida, brillante animazione 3D lascia infatti rapsodicamente spazio ad inserti concepiti “cartoonisticamente” con tecniche tradizionali o addirittura a folgoranti parentesi live-action. Come la divertentissima citazione dell'Arnold Schwarzenegger di Predator. Una riuscita contaminazione stilistica, quindi, per un film che sa parlare direttamente al cuore.


