- Articolo di:Livia Bidoli
L'Accademia Nazionale di Santa Cecilia è giunta, grazie alla direzione ed allo sprone musicale del Maestro Daniel Harding, a Siegfried, seconda giornata della tetralogia wagneriana di Der Ring des Nibelungen (L'anello del Nibelungo). Cast d'eccellenza, con Siegfried interpretato dal tenore americano Clay Hilley e Wotan da Michael Volle; Brünnhilde da Elisabet Strid e Mime da Wolfgang Ablinger-Sperrhacke. Nelle tre serate del 21, 24 e 27 ottobre scorso, la Sala Santa Cecilia è stata penetrata da un intenso e vasto stuolo di wagneriani.
Teatro alla Scala di Milano. I due Faust e i cilindri del diavolo
Assieme alle vermiglie bacche delle siepi che chiudono l’estate ridendo a mazzi, il tanto amato Faust di Gounod torna alla Scala per mettere il sigillo alla stagione 25-26. Dopo lo sciopero del 20 ottobre 2026, ho assistito alla seconda rappresentazione del 24 ottobre, che a tutti gli effetti è diventata la prima. C’era grande attesa, infatti quest’opera è un simbolo della Scala, qui è stata rappresentata in leggendari allestimenti, con leggendari interpreti che qualcuno ricorda con emozione, avendoli assorbiti come Alice nel paese delle Meraviglie.
L’opera di Gounod risuona e ammicca al pubblico dal palcoscenico con la regia di Johannes Erath, con i personaggi variopinti e le voci dei solisti e del Coro del Teatro alla Scala preparato da Alberto Malazzi, dalla cavea con la voce dell’Orchestra del Teatro alla Scala, diretta da Daniele Rustioni.
Quest’opera fantastica è il più grande successo di Charles Gounod. Con un libretto scritto in massima parte da Jules Barbier sull’ossatura drammatica della pièce Faust et Marguerite di Michel Carré, la prima rappresentazione (con i dialoghi recitati) ebbe luogo al Théâtre Lyrique di Parigi, il 19 marzo 1859. Per entrare all’Opéra, Gounod compose la musica dei recitativi e il balletto, inserito nel quinto atto nella notte del Sabba, e qui il Faust ebbe battesimo il 3 marzo 1869. L’aria del baritono, la cui melodia si ascolta anche nel Preludio, fu scritta in occasione della prima rappresentazione a Londra; all’inizio era cantata in inglese, poi fu tradotta in francese.
Faust, anziano studioso stanco di rincorrere la conoscenza senza mai raggiungerla, vuole bere un filtro, un breuvage di morte. Maledice Dio e riceve la visita di Mefistofele, il diavolo che accetta di dargli la giovinezza e il piacere in cambio della schiavitù eterna. Valentin parte per la guerra protetto dalla medaglia donatagli dalla sorella Margherita, che Faust corteggia in sua assenza con l’aiuto dell’amico infernale. La giovane gli cede e dopo giorni d’ebbrezza e notti d’amore, conosce anche l’abbandono. Ha un figlio da Faust ma lo uccide, non sappiamo se per sbaglio o volontariamente. Va in chiesa, ma assediata dal rimorso non trova pace. Valentin torna sano e salvo, ma scopre l’onta della sorella e vuole uccidere Faust, tuttavia questi con l’aiuto delle tenebre riesce a spacciarlo. Valentin muore con frasi di rancore, di rimorso e di maledizione. Al sabba Faust conosce le bellezze dell’antichità, ma gli compare Margherita e vuole che Mefistofele lo accompagni da lei. La ragazza è in prigione e deve andare al patibolo con l’accusa di infanticidio. Faust potrebbe farla fuggire ma lei rifiuta, vedendo il diavolo. Quando muore, il coro celeste ne annuncia la salvezza, e forse in qualche modo Margherita ha salvato anche Faust dall’inferno.
Le scene di Heike Scheele sono fortemente evocative, giocate a partire dalla geometria del cerchio e dal volume del cilindro. Cilindrico è lo spazio scenico, come l’abside di una chiesa su cui si apre il cerchio di luci via via fisse, lampeggianti o in corsa come al luna park. Ai margini, la panca del coro. Centrale, compare e scompare una scala biforcata, candida, lucente, che sembra il simbolo della vita e della morte come capitoli dell’eternità. In mezzo al palcoscenico, si vede a terra uno specchio circolare. Nella scena della chiesa c’è un organo monumentale. Dietro il varco circolare si vedono le controscene, come fossero la morale delle scene, elzeviri, messaggi segreti tra le righe di un romanzo. Il dietro è il trascendente, mentre il fronte del palcoscenico potrebbe essere l’immanente. Tra i due campi, trema un velo all’alitare dell’aria, al passaggio delle figure, lasciando a terra ghirlande di luce. Nel quarto e quinto atto, infine, le pareti sono intagliate di riquadri, da cui emergono presenze ed estremità inferiori supine, come preparate sopra tavoli anatomici.
I costumi di Gesine Völlm collocano la vicenda in un tempo sospeso tra il classicismo e la modernità, con la tradizione del nero mefistofelico e il delicato bianco di Valentin, pagliaccio scintillante col palloncino, Martha, la vicina di casa in abito monacale dalla nivea cornetta inamidata (che le manca, quando attraversa la scena dopo essere stata con Mefistofele). Siebel (il giovane innamorato di Margherita) invece porta un magnifico, largo e volatile abito alla Pierrot, innamorato respinto, sognatore romantico, innamorato della Luna. Faust è in grigio, con un completo che pare l’immagine di una lavagna coperta di formule e grafici, la scienza che gli sfugge. Margherita è una giovane ballerina classica in bianco, mentre il diavolo è l’unico a cambiare costume significativamente, è colui che tenta senza farsi riconoscere. In nero, in rosso con frusta da domatore, in bianco, confessore organista, o sinistro chirurgo dai guanti verniciati di porpora.
E c’è spazio anche per il noto abito da signore rinascimentale, questa volta in velluto nero, con le due lunghe penne sul capo, con la cuffia e la calzamaglia, ma anche un insolito mantello foderato di lustrini ciclamino. Un diavolo da poco, chiosa Elisabetta Fava nella conferenza introduttiva delle 18:30, ma pur sempre un diavolo.
Le luci di Fabio Antoci sono di impatto sorprendente, velano le figure e le situazioni in uno spazio onirico e arcano oppure schiudono abissi di false verità. Le luci disegnano ombre, bellissime ombre, gigantesche o minute, nitide sulle pareti cilindriche, proiezioni di stati d’animo, epifanie diaboliche come quella della gran mano che quasi inghiotte la testa del protagonista. La luce che nell’ultima scena entra dal cerchio vuoto come una pupilla e disegna sulle pareti concave la sclera di un occhio enorme è una trovata geniale. Il nero è l’ombra sotto cui si nasconde il bianco, così il mondo è una sfilata di intensità luminose nell’iride dell’occhio.
Il video designer Bibi Abel costruisce immagini e video di grande impatto, a partire dalle nubi che all’inizio dell’opera sembrano raggrumarsi in un canto dello studio, che evaporano sfuggenti. Stupende sono le immagini dei borghesi e dei danzatori evocate sul velo del proscenio, le sagome bianche e quelle nere che raddoppiano le presenze delle folle (luce e ombra sono solo convenzioni). La scena del sabba è introdotta da una corsa in galleria autostradale, in bianco e nero come un videogioco, quasi un viaggio di sola andata nel ventre della montagna, inarrestabile e irreversibile. Bellissima l’intuizione delle proiezioni lunari, con dimensioni crescenti o raccolte, oltre a quella delle balconate teatrali che sembrano emergere da uno schizzo e acquistare via via particolari al terzo atto. C’è anche una vista dei palchi della Scala, come presi in uno specchio. Infine, poetica è l’acrobata, grandissima, che in video svolge evoluzioni al cerchio aereo prima della scena della prigione.
La regia di Johannes Erath è onirica, complessa e inquietante, costruita di situazioni, oggetti e personaggi che illuminano significati della trama principale. L’opera è qui un lungo sogno del protagonista, punteggiato di risvegli, aberrazioni ottiche, apparenti incongruenze; forse il sogno nato dal rimorso di chi è arrivato in fondo e pensa di non aver realizzato la propria vita.
Sulla sedia registica a destra, durante il preludio Mefistofele in nero fuma con voluttà. Dopo poco, Faust in grigio riceve la coppa da una mano inanimata, sotto il lenzuolo bianco di una barella. Muovendosi il cadavere, in maniera un po’ scontata entra in scena il nemico. Dopo il patto, lo spazio è invaso da luce, e saltimbanchi, acrobati, trampolieri e pagliacci, come lusinghe per l’anima, si fanno vedere in mezzo al bel mondo, tra le redingote e le giacche candide dei borghesi flâneurs, oziosi e senza meta, osservatori della città e del paesaggio. Vi è una ruota della fortuna, che richiama la roulette e porta scritte di numeri romani. La scena sembra un sabba anticipato rispetto a quello dell’ultimo atto. Vi sono bei gesti e bravi acrobati alla fune.
In apertura del terzo atto, Mefistofele dirige un quintetto di diavoli in nero luccicante, che sulle note del preludio, stando sul fondo, suonano strumenti invisibili. Il vecchio Faust siede sulla panca del coro, mentre Mefistofele occupa il confessionale al centro della scena. L’immagine del vecchio Faust tormenta il giovane come il rimorso che segue il peccato. La coscienza, messa a tacere all’inizio, dopo due atti inizia a parlare. È impossibile tornare giovani, questa storia è costruzione del menzognero, che vende fumo e lo fa così bene da essere spesso ascoltato. Margherita è sulla panca, ma tre ragazze vestite come lei sono apparizioni che confondono le idee. Il quartetto con i due corteggiamenti, dalla bellezza araldica e stilizzata, occupa la panca in primo piano; poi la gaiezza si abbraccia al mistero quando cinque figuri avanzano coperti, alcuni fin quasi a terra, da enormi e stranianti cilindri neri, con diametri e altezze diverse. La vera Margherita è corteggiata dal vecchio Faust mentre una donna d'abito e capelli uguali riceve le profferte del giovane, ambedue sono respinti.
Nel quarto atto gli oggetti sono sparsi sulla scena in disordine, i cilindri giacciono coricati, dalle loro aperture spuntano due ragazze in bianco, una è Margherita che canta Il ne revient pas, mentre l'altra, di cui vediamo solo gonna e gambe, sembra una immagine grottesca di un quadro di Hieronymus Bosch. Vi sono guanti e scarpe bianche col tacco, c’è la bara di un neonato, accanto a una Madonna Addolorata in viola, che prega vicino ad essa. Nella scena della chiesa, l'incenso di Mefistofele che agita il turibolo, in talare bianca e sottovesti purpuree, sale alle nostre narici e avvolge la sala, qualche spettatore tossisce. I diavoli in cotta bianca e calzamaglie magenta tormentano Margherita, stupenda è la coreografia infernale giocata dagli acrobati sulle corde delle campane. Il quartetto si ricompone sulla stessa panca, Valentin muore al centro di un cerchio tenuto dai diavoli del circo, trafitto dalle lame impercettibili lanciate dal protagonista che affonda nella morsa del diavolo, in un duello vile e impari. Mefistofele si sovrappone a Valentin morente portando il suo stesso costume e gli chiude gli occhi, perché chi maledice rischia grosso.
Il balletto del sabba è una pantomima dove si susseguono tre azioni principali: Margherita che gioca a carte col cornuto, perde e lui raccoglie le carte nel cappello, i marinai atletici che giocano con Margherita, Mefistofele che gioca con il pallone bianco del mondo, buttandolo in aria e alla fine facendolo scoppiare. Tutti i personaggi tornano anche nell’ultimo quadro dell’opera. Marta che guarda nella piccola bara, Siebel che dorme, il vecchio seduto sulla panca, Valentin che dona il palloncino alla sorella, quasi fosse un passaporto per l’aldilà. Si apre il cielo, i due Faust pongono il calice al centro. Margherita è salva. In sedia di regia, Mefistofele continua a fumare.
Garbato e sensuale, il Faust che canta qui il tenore Vittorio Grigolo è corretto, ma all’inizio, sulle lunghe note di Dieu! la voce balla, e dopo aver affrontato lo scoglio dell’aria Salut! Demeure chaste et pure, con un acuto niente male, dopo gli snodi della lunga parte, l’artista giunge al finale visibilmente provato. Buona la Margherita del soprano Marina Rebeka, la cui voce è bella, ben appoggiata e ben proiettata, esegue la canzone e l’aria dei gioielli (estratti dal cilindro del diavolo) Ah! Je ris de me voir si belle en ce miroir con precisione, interpreta bene la parte dall’inizio alla fine.
Goliardico e quasi spiritoso, più allegro del crudele assassino schizzato nello spettacolo veneziano del 2021, sempre magnetico nello sguardo e asciutto nei gesti, Alex Esposito costruisce un personaggio notevole. Irresistibile domatore di desideri, prestigiatore dell’occulto, pericoloso viveur dal sigaro acceso e dal pomolo argentato, è una sintesi tra il Louis Cyphre di Robert de Niro e le antiche litografie dell’Ottocento. La voce è buona (più ricca negli ultimi due atti) ma leggermente piccola per la parte, se pensiamo a chi in passato l’ha affrontata su questo palcoscenico, e un nome viene alla mente, quando si pensa agli anni ’60 e ’70. Sì, c’è un basso baritono, ma la nostalgia per un basso cantante è bella forte.
Non delude invece la voce e l’interpretazione del baritono Ernesto Petti, nobile nei panni del fratello vendicatore, cui Gounod affida una delle arie più belle del repertorio, quell’Avant de quitter ces lieux che ronza in testa ogni volta che si pensa al Faust. Un certo magnetismo corre sulla scena all’apparire del personaggio, col costume bianco che veste il fisico poderoso - forgiato dallo sport — e lo sguardo ieratico. Anche il finale del quarto atto è da ascoltare, peccato per la brevità della parte. Buone le interpretazioni del mezzosoprano brasiliano Marcela Rahal (Siebel), del mezzosoprano sudcoreano Hyeonsol Park (Marthe), del basso albanese Xhieldo Hyseni (Wagner).
Il Coro del Teatro alla Scala guidato da Alberto Malazzi centra l’inizio goliardico del secondo atto ed esegue assai bene le scene famose del Valzer, Ainsi que la brise légère, l’inquietante Dies Irae della scena in chiesa, la parte pompier del coro dei soldati. Toccante è il coro a cappella per l’anima di Valentin.
L’Orchestra del Teatro alla Scala esegue la partitura con la consueta precisione, e alcuni momenti sono molto suggestivi, come il gioco degli archi sul quartetto del terzo atto, o la cornice che gli strumenti tracciano attorno a tale scena quasi correndo in punta di piedi, l’accompagnamento dei soldati al quarto atto, l’intermezzo misterioso del quinto atto, momento di sospensione e di ricordo. Dolcissimo è il ricrearsi dell’atmosfera del giardino nel duetto della prigione, tuttavia l’orchestra sembra talora troppo leggera, troppo cameristica, e condotta da Daniele Rustioni verso un intimismo pronunciato, in questa interpretazione dove la cura dei particolari fa perdere il disegno dell’insieme la compagine spesso risulta poco incisiva.
La sala è piena, ma il pubblico sembra freddo, senza entusiasmo. Gli applausi sono convinti ma non scroscianti, e non troppo lunghi. All’uscita finale degli artisti qualcuno viene contestato, qualche segno di apprezzamento viene zittito dai vicini di galleria, che bollano una interpretazione come indegna, nientemeno. Opera di giardini e fiori appassiti, d’acqua santa e vino infuocato, di giovinezza lusinghiera e autunno malinconico, opera erotica e sacra, il Faust è sempre da ascoltare. Ottima la parte visiva di questa serata, buono il canto, però i mostri sacri abitano altrove.



