- Articolo di:Livia Bidoli
L'Accademia Nazionale di Santa Cecilia è giunta, grazie alla direzione e allo sprone musicale del Maestro Daniel Harding, a Siegfried, seconda giornata della tetralogia wagneriana di Der Ring des Nibelungen (L'anello del Nibelungo). Cast d'eccellenza, con Siegfried interpretato dal tenore americano Clay Hilley e Wotan da Michael Volle; Brünnhilde da Elisabet Strid e Mime da Wolfgang Ablinger-Sperrhacke. Nelle tre serate del 21, 24 e 27 ottobre scorso, la Sala Santa Cecilia è stata penetrata da un intenso e vasto stuolo di wagneriani.
Roma. Teatro Vascello. Il Prodigio
Giacomo Bisordi porta in scena Il Prodigio, primo romanzo del drammaturgo Fabrizio Sinisi Premio Intersezioni 2026, accolto con entusiasmo dalla critica, trasformandolo in un dispositivo scenico visionario che interroga il nostro bisogno di credere.
Più che una semplice trasposizione, il lavoro prende forma come un’apocalisse contemporanea nel senso originario del termine: una rivelazione. Nel cielo di una grande città italiana appare un volto dai tratti rozzi, quasi infantili; all’inizio è un’anomalia, poi una presenza, infine un enigma capace di catalizzare desideri, paure e tensioni collettive. Attorno a quell’apparizione si moltiplicano segni, guarigioni, eventi inspiegabili: proiezione, inganno o manifestazione divina? Al centro di questo smottamento del reale ci sono Don Luca, sacerdote mediatico più abituato a raccontare la fede che a praticarla, Marta, figura enigmatica e sfuggente, e Folker, profeta magnetico capace di intercettare il bisogno di spiritualità e trasformarlo in una nuova, inquietante forma di culto.
Con la sua regia tesa e lucidissima, Bisordi attraversa il romanzo come un libro di visioni, costruendo una sequenza di immagini, crolli e apparizioni che incrinano ogni sistema di senso. In scena, Gabriele Portoghese, Federica Rosellini, Matilde Bernardi e Candida Nieri danno corpo a un universo sospeso tra desiderio, fede e dissoluzione. Di fronte all’inspiegabile, quando ogni certezza vacilla, a che cosa scegliamo di credere?
LA MACCHINA DEI RITI
Fabrizio Sinisi
Il prodigio è il mio primo romanzo. L’ho scritto durante la prima clausura del Covid. Ogni mattina, circondato da un silenzio siderale, entravo nella voce del mio personaggio e andavo avanti per otto o nove ore, a volte anche di più, chiuso in quel personaggio come un pilota in una navicella spaziale, in preda a una specie di piccola possessione privata. Non sapevo dove stavo andando, né perché. Mi limitavo a coltivare questa storia di follia collettiva come se fosse il mio giardino privato, senza troppe idee in testa su quello che stavo facendo. Scriverlo era diventato il mio piccolo rito di resistenza nel mondo. Solo dopo mi sono accorto che quel testo esisteva anche al di fuori dei cordoni sanitari. “Funzionava”: avevo tra le mani uno strano marchingegno letterario capace di raccontare qualcosa, di questo tempo, molto più attuale e contemporaneo di quanto credessi scrivendolo. Qualcosa che ancora oggi non riesco a definire con precisione, ma che riguarda l’epoca in cui viviamo. La letteratura, io credo, è fatta non solo di testimonianze, confessioni e memoir, ma anche di questi strumenti bizzarri, implausibili, a volte un po’ incoscienti, strani oggetti fatti di linguaggio che servono a processare cose altrimenti incomprensibili. E forse questi tempi folli richiedono strumenti altrettanto folli. Operazioni un po’ spericolate, come questa.
Il prodigio è un testo sul credere. Affronta la fede come concetto pratico, sistematico, non necessariamente religioso: la fede come operazione personale e collettiva, su cui si basano le esistenze singole e le strutture sociali. Lo Stato è un atto di fede, la nostra famiglia è un atto di fede, il patto sociale è un atto di fede. Ma cosa succede quando un atto di fede diventa così intenso e disperato da travolgere tutto? La storia del Prodigio sviluppa fino alle estreme conseguenze questo presupposto: il credere non è un atto mansueto, passivo, né tantomeno pio. Il credere può diventare – e qui appunto lo diventa – un’azione destabilizzante, perturbante, addirittura violenta, qualcosa che può andare fuori controllo, mettere in pericolo le vite e le strutture sociali.
Scrivo teatro da quindici anni. Se c’è una cosa di cui mi sono accorto scrivendo per la prima volta un testo narrativo e non drammaturgico, è questa: il teatro è sempre un discorso pubblico. Per quanto possa ovviamente occuparsi anche di argomenti privatissimi o usare un linguaggio intimo e personale, il teatro porta sempre in sé l’origine inestirpabile di un rito collettivo, una cerimonia comunitaria che coinvolge l’intera Città. La narrativa funziona al contrario: per quanto possa raccontare storie collettive, il rapporto che stabilisce con il suo destinatario è sempre individuale. In narrativa parlo a una persona per volta: ho davanti un lettore ignoto che se vuole si ferma a pensare, che rilegge, che zooma, che smonta e rimonta il testo come vuole e ne decide il tempo, il tono, lo interrompe quando vuole, lo abita a modo suo. Il romanzo è un messaggio in una bottiglia, una lettera in codice che mandi a uno sconosciuto. Il narratore scrive per una persona, il drammaturgo scrive per un luogo.
Per portare questo testo in teatro non si poteva semplicemente “adattarlo”. Bisognava riportarlo a una dimensione pubblica, comunitaria. Bisognava trasformare un rito privato in una cerimonia collettiva. Operazione ancora più acrobatica e difficile, visto che il romanzo è raccontato dalla voce di un sacerdote, e che tutta la storia è in fondo una storia di riti, di cerimonie, di preghiere esplicite o nascoste, di strane procedure mistiche e stravaganti tecnologie dello spirito. Bisognava procedere per flussi e campi di forza. Trasformare il romanzo in un libro di visioni, un vocabolario di deliri, sogni, manie, aspirazioni e follie. Per raccontare una storia di riti, serviva a sua volta un dispositivo rituale.
In questo spettacolo, quel dispositivo rituale è diventato l’Attore. Il corpo dell’attore, esattamente come il Volto nel romanzo, diventa qui una macchina di riti, capace di comprenderli ed evocarli tutti, quelli realistici e quelli impossibili, quelli già presenti e quelli ancora a venire. Lo spettacolo non si svolge come un racconto, ma come una cerimonia contemporanea in tre atti: il rito teatrale come il primo e il più antico fra tutti i nostri riti.
NOTE DI REGIA
L’insostenibile leggerezza della creduloneria
A Lugano, dove il prodigio vede la sua fase finale di prova, c’è una piccola monorotaia.
È stata dismessa nel 1987 dopo tanti utilizzi e tante epoche del secolo scorso.
Oggi rimane solo qualche segno: un’insegna che contrasta sommessamente contro le vetrine brillanti del centro e trova la solidarietà della vicina parete pietrosa e nitida della Chiesa di Santa Maria degli Angeli.
E un magnifico binario arrugginito che punta dritto verso il cielo.
"Un mito di progresso lanciato sopra i continenti" sembra dire, citando qualcuno che sa scrivere meglio.
Guardando quella rovina penso a quello che stiamo creando qua, la storia di chi crede ad un certo punto di avere un ponte diretto col cielo.
Ho incontrato il prodigio in un momento in cui guardare in alto era una minaccia: lo scorso inverno, a Stoccolma per un lavoro, sopra la testa c’era solo una massa nera e persistente.
Senza segni e senza possibilità d’immaginazione.
Rientrato a Roma, con l’improvvisa esplosione di un azzurro per quanto ancora freddo, sentii una gioia inedita.
E proprio in quell’istante incrociai il romanzo grazie alla segnalazione di un’amica e collega, Claudia Di Giacomo.
Una storia che si apriva con un’apparizione nel cielo era un segno da interpretare.
Ho scelto che fosse così.
Esattamente quello che accade ai protagonisti e alle protagoniste del racconto: un volto nel cielo non può che essere interpretato, non può non essere un messaggio.
Mi torna in mente una parola semplice: creduloneria, il desiderio di credere che tracima ogni argine razionale.
C’è ovunque nel racconto un’aspettativa di salvezza, la speranza che qualcosa dia finalmente un senso alla nostra esistenza.
Quel volto è lì per dire qualcosa a me.
Per dirmi che cosa sto a fare qua.
E conoscerlo finalmente mi salverà.
Nello scegliere che cosa portare in scena, tra le molte linee che compongono il romanzo, assieme a Sinisi, ho tenuto quello come punto di partenza.
E tranciato via tutto il resto.
Cos’è rimasto?
Giorno dopo giorno il cielo si è calato in un racconto terrestre, materiale, fatto di ferro e di elettrodomestici trasformati in altari di culti improvvisi, patetici e violenti.
E tra le pieghe di questa concretezza è nato inaspettato un racconto sull’amore.
Sul nostro desiderio - pericolosissimo quanto ineludibile - di salvare chi amiamo: una persona come un’intera comunità.
Quel desiderio, se esaudito, potrebbe giustificare la nostra esistenza.
Ma che succede se ad un tratto ci rendiamo conto che non possiamo farlo, che salvare chi amiamo è impossibile?
Voglio chiudere queste righe proprio ringraziando l’intera compagnia di interpreti - autori ed autrici della scena, registi e registe a loro volta, cui va il credito profondo della creazione - e di collaboratori e collaboratrici: la loro solidarietà artistica ha ridefinito ancora una volta la parola “amicizia”.
Buona visione.
TEATRO VASCELLO
STAGIONE TEATRALE 2026 - 2027
in corealizzazione con
Romaeuropa Festival
debutto in prima nazionale venerdì 13 novembre h 21
e repliche fino al 22 novembre,
(13-14-15 novembre repliche di Romaeuropa)
Dal 13 al 22 novembre dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17
IL PRODIGIO
dal romanzo omonimo di Fabrizio Sinisi
edito da Mondadori Premio Intersezioni 2026
adattamento di Giacomo Bisordi e Fabrizio Sinisi
regia Giacomo Bisordi
co-creazione e interpretazione (in o.a.)
Matilde Bernardi, Candida Nieri, Gabriele Portoghese, Federica Rosellini
scene Marco Giusti
costumi e scenografa collaboratrice Caterina Rossi
suono e musiche originali Dario Felli
aiuto regia Paolo Costantini - assistente alla regia Marta Dellabona
dramaturg Dimitri Galli Rohl
produzione La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello
in coproduzione Romaeuropa Festival e LAC – Lugano Arte e Cultura
guarda la presentazione https://youtu.be/WsyTSd0Cnqo
durata 120’
Info e prenotazioni esclusivamente tramite abbonamenti Zefiro , Eolo e CARD LIBERA E CARD LOVE, card libera scuole, info promozioneteatrovascello@gmail.com - promozione@teatrovascello.it
Biglietti: Intero 25 euro - Ridotto over 65: 20 euro - Ridotto addetti ai lavori del settore e Cral/Enti convenzionati: 18 euro - Ridotto studenti, studenti universitari, docenti e operatori esclusivamente delle scuole di teatro, cinema e danza 16 euro e gruppi di almeno 10 persone 16 euro a persona È possibile acquistare i biglietti, abbonamenti e card telefonicamente 065881021 con carta di credito e bancomat abilitati,
acquista direttamente alla biglietteria https://www.teatrovascello.it/biglietteria-26-27/
acquista tramite bonifico bancario SOLAMENTE PER GRUPPI DI ALMENO 10 PERSONE a favore di Coop. La Fabbrica dell’Attore E.T.S. BANCA INTESA SAN PAOLO ag. Circ. Gianicolense 137 A di Roma iban IT28f0306905096100000013849
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Info: 06 5881021 – 06 5898031
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Teatro Vascello Via Giacinto Carini 78
Monteverde Roma



