- Articolo di:Livia Bidoli
Al Teatro Nazionale è in scena dal 20 ottobre fino a domenica 25 l'atto unico di La vita nuda, la nuova opera in musica commissionata dal Teatro dell'Opera di Roma per i novant'anni dalla morte di Luigi Pirandello. Lo spettacolo è firmato dal compositore Matteo D'Amico e dal librettista Sandro Cappelletto, unisce in un unico organismo musicale e drammaturgico due celebri atti unici di Pirandello: L'uomo dal fiore in bocca e La patente.
Gorizia Visavì Dance Festival. La musica ha trovato un corpo
C’è una musica che sentiamo col cuore. C’è musica che ascoltiamo. con l’orecchio. E poi c’è quella che si trasforma in movimento, facendo del corpo umano uno strumento vivo e dello spazio scenico una partitura.
Da sette anni il festival Visavì unisce Italia e Slovenia attraverso il linguaggio della danza contemporanea. Creato dal Centro di Produzione Teatrale Artisti Associati sotto la direzione di Walter Mramor, trasforma il territorio di confine in uno spazio di dialogo culturale, proponendo fino a cinque o sei spettacoli diversi al giorno. Il festival si svolge tra Gorizia e Nova Gorica, due parti di una città un tempo divisa da un alto muro, dove il confine si trasforma da linea di separazione in punto d’incontro.
Il festival Visavì ha regalato numerose scoperte sorprendenti, talenti brillanti e audaci sperimentazioni coreografiche. Accanto a spettacoli capaci di affascinare per originalità e forza espressiva non sono mancate opere in cui un’idea interessante non è riuscita a trovare una convincente realizzazione scenica. Non tutte le intuizioni infatti riescono a trasformarsi in autentica arte e forse è proprio questo a rivelare la molteplicità dei linguaggi della danza contemporanea.
Ogni spettacolo propone una propria risposta alla questione: non conta tanto lo stile scelto, quanto la capacità dell’artista di creare un personale sistema espressivo.
Non sempre, tuttavia, questa ricerca raggiunge risultati convincenti. Nulla Dies Sine Linea di Roberta Racis presenta una concezione audace, nella quale gli schiocchi della frusta diventano non soltanto materiale sonoro, ma anche simbolo del potere e del controllo sul corpo femminile. L’idea, tuttavia, non trova sulla scena un’espressività adeguata e lascia la sensazione di un potenziale artistico inespresso. I movimenti ripetitivi e monotoni non costruiscono uno sviluppo progressivo della danza, ma sembrano piuttosto frammenti di una ricerca interessante. Il risultato rimane una promessa in fieri, più che un’opera compiuta.
Tra i momenti di particolare successo del programma di Visavì spicca Special K di Davide Tagliavini, un intervento brillante ed energico che, pur non potendo essere definito propriamente un numero di danza, ha strappato calorosi applausi al pubblico. Attraverso videoclip e testi delle canzoni, Tagliavini intreccia umorismo e autobiografia, interazione con la sala e soluzioni originali nel presentare materiali apparentemente semplici. Il suo lavoro evoca anche quella sorta di follia musicale collettiva che ha attraversato Londra attorno alla popstar Kate Bush.
Tra gli spettacoli raccolti negli spazi più intimi, Bambù promosso da Roberto Castello, interpretato da Stéphanie Mwamba (Congo) e Diana Odiambo (Kenya), occupa un posto speciale. Due intensi assoli, affidati al linguaggio del corpo e dedicati alla condizione delle donne di colore, si trasformano in un atto di resistenza e in un grido silenzioso di dignità. Nella loro gestualità convivono l’energia delle guerriere, il dolore e la ribellione; ogni movimento dà voce a chi troppo spesso non viene ascoltato. Uno spettacolo che scuote profondamente le coscienze e lascia una traccia indelebile. È qualcosa di prezioso e autentico, capace di toccare la vita di ciascuno.
Grande attenzione ha suscitato anche il duo Angel’s Orders di Pablo Girolami, che si presenta non soltanto come coreografo e interprete, ma anche come DJ alla console. Ne nasce un’affascinante esperienza scenica, nella quale musica, ritmo e movimento confluiscono in un unico flusso di energia. La precisione del gesto, l’espressività e l’audacia del linguaggio artistico creano un’atmosfera ipnotica, dalla quale è difficile distogliere lo sguardo. Angel’s Orders colpisce per la sua originalità e trasforma la scena in uno spazio di dialogo incessante tra corpo e suono. Una performance che lascia un’impressione duratura e conferma quanto la danza contemporanea sappia ancora sorprendere e sedurre.
Ci sono opere il cui progetto merita attenzione, ma la cui realizzazione scenica non raggiunge la forza espressiva attesa. Studio per un incontro con Martina Audino, in cui il movimento dialoga con il sassofono, appare decisamente prevedibile. La scelta di mantenere il sassofonista distante dall’azione scenica non giova alla concezione dello spettacolo. Al contrario, un coinvolgimento più organico del musicista nello spazio performativo avrebbe potuto rafforzare l’interazione tra musica e movimento, arricchendo la drammaturgia del lavoro. A mitigare questa impressione contribuisce la splendida cornice naturale, con il panorama mozzafiato delle colline ricoperte di vigneti.
Lascia sensazioni contrastanti Nothing Happens di Carlos Aller e Cecilia Bartolino, costruito sull’imitazione dei comportamenti felini e su una mimica facciale particolarmente esasperata. È uno spettacolo leggero, legato anche all’immaginario del mondo digitale, che sembra rivolgersi soprattutto a un pubblico adolescenziale, più che a quello di un festival dedicato alla ricerca coreografica.
La lalangue di Giacomo Luci, accompagnata dall’esecuzione dal vivo al pianoforte della Kreisleriana di Schumann, lascia invece una sensazione di incompiutezza. La relazione tra i due uomini prende forma sulla scena, ma il suo significato rimane sfuggente. A salvare lo spettacolo è la straordinaria musica di Schumann che conferisce alla performance una particolare profondità emotiva. Il finale, tuttavia, risulta così poco chiaro da lasciare lo spettatore più perplesso che profondamente colpito.
Una forte impressione ha suscitato poi The King Is Love di Marianna Basso, un intenso duo in cui Elia Allemanno e Filippo Bonelli esplorano la natura contraddittoria dell’amore. Tra attrazione e resistenza, intimità e desiderio di libertà, nasce un dialogo fisico carico di tensione, sostenuto da una coreografia virtuosistica e da un’interpretazione magnetica. La potenza espressiva del movimento, la precisione di ogni gesto e la profondità emotiva danno vita a una creazione scenica capace di conquistare fin dai primi istanti e di lasciare una lunga eco interiore. È uno di quei rari casi in cui la tecnica si trasforma in arte e il movimento diventa linguaggio dei sentimenti.
Altri tre spettacoli hanno delineato la gamma di contrasti delle serate del festival, dalla distopia futuristica alla ricerca di un’armonia perduta.
La compagnia di danza slovena MN Dance Company ha presentato Borderless Body, una fantasia elettronico-coreografica ambientata in un mondo di esseri umani uniformati e robotica, dove parrucche bionde a caschetto ispirate a Raffaella Carrà, proiezioni digitali e un cane-robot compongono una grottesca immagine del futuro. La coreografia di Michal Rynia è accompagnata da musica elettronica dal vivo, ma l’avvertimento sui pericoli di una distopia tecnologica risulta troppo esplicito e le soluzioni sceniche tendono a ripetersi.
Un linguaggio coreografico più complesso e articolato caratterizza Venezuela di Ohad Naharin, interpretato dal Teatro Nazionale Croato. Tuttavia, un’ora di canto gregoriano, seguita dalla prolissa ripresa di motivi coreografici già visti seppur su un’altra musica, mette a dura prova la pazienza dello spettatore. Lo spettacolo sembra avvicinarsi più volte alla conclusione, per poi riaccendere nuovamente la tensione, perdendo progressivamente dinamismo e coesione.
Un respiro completamente diverso attraversa Fall di Sidi Larbi Cherkaoui, creazione realizzata per i Balletti del Marocco e della Serbia. Qui la luce, i veli trasparenti di tulle e la musica ipnotica di Arvo Pärt compongono un delicato spazio poetico, nel quale il movimento acquista una profondità meditativa. Quasi fuori dal tempo, lo spettacolo sembra cercare un equilibrio perduto tra l'essere umano e il mondo. Una composizione scenica accuratamente costruita e una fusione organica tra musica e gesto fanno di Full una delle esperienze artistiche più coinvolgenti del festival.
Visavì ha fatto conoscere numerosi nuovi nomi, avvicinando il pubblico a giovani talenti alla ricerca di un proprio linguaggio coreografico, capaci di sperimentare con audacia forme e contenuti. Allo stesso tempo, emerge la tendenza ad accompagnare la danza con spiegazioni verbali spesso eccessive, quasi che il movimento non fosse più sufficiente a esprimere da solo la complessità dell’esperienza umana. Eppure la danza contemporanea possiede tutti gli strumenti per parlare autonomamente, attraverso il corpo, il ritmo e il gesto.
Tra i temi ricorrenti del festival si avverte l’inquietudine di fronte al rapido sviluppo delle tecnologie, dell’intelligenza artificiale e alla crescente complessità del rapporto tra l’essere umano e il mondo digitale. In questo contesto, acquista un valore particolare un’arte nella quale anche la musica smette di essere un semplice supporto sonoro e diventa materia viva, capace di trovare una nuova dimensione nel movimento nello spazio.



