- Articolo di:Livia Bidoli
Al Teatro Nazionale è in scena dal 20 ottobre fino a domenica 25 l'atto unico di La vita nuda, la nuova opera in musica commissionata dal Teatro dell'Opera di Roma per i novant'anni dalla morte di Luigi Pirandello. Lo spettacolo è firmato dal compositore Matteo D'Amico e dal librettista Sandro Cappelletto, unisce in un unico organismo musicale e drammaturgico due celebri atti unici di Pirandello: L'uomo dal fiore in bocca e La patente.
Teatro Nazionale. Allegoria della nuda morte
Al Teatro Nazionale è in scena dal 20 ottobre fino a domenica 25 l'atto unico di La vita nuda, la nuova opera in musica commissionata dal Teatro dell'Opera di Roma per i novant'anni dalla morte di Luigi Pirandello. Lo spettacolo è firmato dal compositore Matteo D'Amico e dal librettista Sandro Cappelletto, unisce in un unico organismo musicale e drammaturgico due celebri atti unici di Pirandello: L'uomo dal fiore in bocca e La patente.
"L’uomo dal fiore in bocca" di Luigi Pirandello risale al 1923 (tratto dalla novella Caffè notturno / La morte addosso). Ambientato di notte in un caffè di una stazione ferroviaria, mette in scena il dialogo tra un uomo malato di epitelioma (un tumore maligno al labbro, il "fiore" del titolo) che ha pochi mesi di vita e un pacifico avventore bloccato per un treno. Ed è esattamente ciò che si vede sul palco, una stazione in penombra, di notte, coi fumi della nebbia, ed un unico Avventore interpretato dal tenore Blagoj Nacoski (anche Giudice 1 ne La patente)avvicinato dal Capostazione. Però lo spettacolo inizia prima, nel buio, con il protagonista vestito da donna, il basso-baritono Andrea Concetti, con una voce potente e torva, raggelante, "minaccia" il pubblico ricongiungendosi col finale de La Patente, in cui impersonerà lo jettatore Rosario Chiàrchiaro.
Il palcoscenico, con le scene di Gregorio Zurla improntate al neorealismo cinmatografico, è trasformato in uno spazio poetico e suggestivo in cui tutti sono avventori in questo scampolo di vita, nuda, come le loro maschere che, una alla volta, cadono tutte per rivelare quanto le avversità della vita e la malattia, li abbiano resi "nudi" di fronte al mondo, alla società e al destino.
La regia di Cecilia Ligorio in questo è molto dinamica, a fronte di una musica, di Matteo D'Amico, cupa e raggelante, non concedendo momenti di vero "sollievo". Le sonorità e i tempi musicali dilatano l'attesa del treno, trasformando la stazione in una sorta di limbo o di anticamera dell'aldilà. I silenzi e le dissonanze orchestrali amplificano il gelo della prognosi fin dalle prime battute dell'Uomo malato. Nel dramma parlato, il tumore viene rivelato solo alla fine come una confessione sussurrata all'avventore. Nell'opera, la vocalità espressiva e tormentata del baritono incarna la malattia sin dall'inizio. Ogni singola nota cantata dal protagonista è distorta e appesantita da quella che lui stesso chiama "la morte addosso".
L'Uomo dal fiore in bocca è interpretato da Omar Montanari – baritono, dalla tonalità calda ma drammatica, perfetta per trasmettere il peso logorante della malattia e della morte - attua una dialettica logorante con la Moglie/ Barista interpretata da Annunziata Vestri, mezzosoprano dal registro grave ed espressivo che dona alla figura della moglie l'autorità cupa di un memento mori costante sulla scena.
Il tempo sulla scena viene eccessivamente dilatato, al contrario della scrittura originale pirandelliana, poco è offerto all'ironia, ed un grande orologio scandisce le ore, amplificando l'ossessione del protagonista per lo scorrere dei mesi che gli restano (gli "otto o dieci mesi" di vita).
Questa totale assenza di speranza e la nudità del dolore sono esattamente ciò che rende la visione così raggelante, trasformando, come dicevamo, un caffè notturno in un palcoscenico metafisico dove si attende solo la fine. Quando poi il testo parla delle maschere: "Scegli la tua maschera e maschera la verità", quel momento è il vero perno concettuale dell'intera opera, è lì che la regia e la musica fondono insieme L'uomo dal fiore in bocca e La patente. La frase esplicita il cuore della filosofia di Luigi Pirandello: la scelta tra la "forma" (la maschera) e la "vita" (la verità nuda). Nell'opera lirica di Matteo D'Amico, questo momento assume un peso tragico agghiacciante proprio per come viene contrapposto alla morte. Quando la verità è una condanna a morte inevitabile, la maschera diventa un rifugio. Scegliere una maschera significa darsi un ruolo per non guardare l'abisso. Ma la musica, che sotto la melodia mantiene un tono grave e incessante, ci ricorda che è una finzione che sta per crollare.
La chiave che apre la seconda parte dello spettacolo e introduce La Patente (1911 in Novelle per un anno), ovvero il secondo atto unico, è data dal protagonista Rosario Chiàrchiaro, che compie l'operazione inversa ma identica a L'uomo dal fiore in bocca: la società gli ha dato la patente di "iettatore" (una maschera infame che gli ha distrutto la vita). Invece di ribellarsi, Chiàrchiaro decide di indossare ufficialmente quella maschera e persino di farcisi pagare la tassa per la sicurezza. Ed è per questo motivo che Chiàrchiaro interpreta esso stesso la Morte, con la biacca bianca sul volto ed il vestito lungo da prete (come per dare l'estrema unzione). Chiàrchiaro decide per questa via autodenigratoria pur di fornire un sostentamento alla figlia Rosinella (che interpreta anche la parte dells Giovane innamorata): Maria Grazia Schiavo, un soprano dalla tonalità più acuta e limpida, che incarna la vulnerabilità della giovinezza spezzata dal cinismo sociale.
L'amplificazione dei due temi centrali, la morte e le maschere imposte dalla società, che finiscono per "denudare" i personaggi, muta in una polifonia finale in cui tutti gli otto personaggi delle due storie si sovrappongono e riflettono insieme sulle fragilità umane.
Le notevoli altre voci sono quelle del Giudice D'Andrea: interpretato da Federico Longhi, baritono dal registro solido e formale che incarna la legge costretta a scontrarsi con l'assurdità della superstizione. Il Giudice 2 (che intrepreta anche il Giovane innamorato), nel cui ruolo si destreggia efficacemente Marcello Nardis, tenore. Il Giudice 3, interpretato dal noto baritono Roberto Abbondanza, altra vocalità solida riconosciuta..
Il Maestro Alessandro Cadario alla guida dell'Orchestra del Teatro dell'Opera di Roma in forma ridotta, ha affrontato la complessa partitura contemporanea di Matteo D'Amico gettandosi in una vera e propria sfida interpretativa. La sua direzione è l'elemento invisibile ma fondamentale che ha concretizzato il clima siberiano. Il modo in cui Cadario ha "governato" e interpretato la musica di D'Amico si fonda su scelte timbriche ben precise, formulando un suono percussivo e metallico, evidenziando i rintocchi e i suoni secchi di tamburi, xilofono e altri strumenti a percussione; d'altra parte i sassofoni tenore e baritono producevano un timbro graffiante, sgranato e moderno.
Alla prima hanno presenziato figure note come i compositori Giorgio Battistelli, Lucia Ronchetti e NIcola Sani insieme al compositore dell'opera Matteo D'Amico; direttori artistici precedenti del Teatro dell'Opera di Roma come Paolo Arcà e naturalmente il nuovo Presidente dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia, Massimo Biscardi. Forti e generosi applausi finali per tutti, cast, orchestra e direttore.



