- Articolo di:Daniela Puggioni
Il 7 agosto scorso Dido and Æneas, opera in tre atti di Henry Purcell, su libretto di Nahum Tate ha inaugurato, al Teatro Caio Melisso, l’80° stagione del Teatro Lirico Sperimentale “A. Belli” di Spoleto. Lo spettacolo del 7 agosto di cui scriviamo ha ottenuto una entusiastica accoglienza. L’opera, ha avuto un’anteprima giovedì 6 agosto alle ore 20.30 e sono previste repliche sabato 8 agosto alle 18.00 e domenica 9 agosto alle 17.00. Domenica 27 settembre alle 17.00 e lunedì 28 settembre alle 20.30 sarà ripresa al Teatro Comunale di Todi.
Mahler a Dobbiaco 2026. Svettano gli archi a casa di Messner
Nel cuore delle Settimane Musicali Gustav Mahler, iniziativa che dal 1981 si svolge a Dobbiaco e nei comuni limitrofi, valorizzando la bellezza e le tradizioni del territorio, nella chiesa di Santa Maddalena a Villabassa si è esibito il Quartetto Yaron dell’Orchestra Beethoven di Bonn. L’appuntamento è stato quello del 19 luglio 2026 alle ore 11:00. Ai violini, Melanie Torres-Meißner e Ieva Hieta, alla viola Thomas Plümacher, al violoncello Johannes Rapp. In programma, Mozart e Glazunov.
Villabassa - Niederdorf è un comune dell’Alta Val Pusteria a pochi chilometri da Dobbiaco - Toblach, facilmente raggiungibile in treno sulla linea Fortezza - San Candido. Disteso ai piedi delle montagne, il paese è ordinato nelle architetture, esuberante nei colori dei fiori, nei boschetti e nelle acque trasparenti, nella varietà delle staccionate, di tavole colorate dai ragazzi o intrecciate con vernacolari rami flessibili. Seguendo la strada al piede della salita, si scorge il bianco della chiesa di Santa Maddalena - Kirche St. Magdalena im Moos, in mezzo al prato, col campanile aguzzo sulle cui superfici grigie di legno a piramide si specchia l’azzurro del cielo.
Nella chiesa - un gioiello storico-artistico fondato nel 1490 dalla contessa Paola Gonzaga - c’è un’unica navata, divisa in tre campate, e vi è un ampio presbiterio. Le sottili e acute nervature delle volte a ventaglio si intersecano con antica eleganza. L’importante appuntamento con la musica da camera è introdotto dagli interventi di Günther Wisthaler, sindaco di Villabassa, e di Luis Durnwalder, già Presidente della Provincia autonoma di Bolzano. I saluti sono accompagnati dalla gioia per il traguardo raggiunto: il restauro completo della chiesa, che con questo concerto si apre al pubblico dopo anni. Il sindaco ricorda che ‘Questo luogo incarna storia, tradizione, cultura e fede; riveste un significato spirituale per le generazioni future’. Durnwalder si congratula per la conservazione del ‘gioiello storico, una struttura realizzata e mantenuta grazie a grandi sacrifici’, con finiture in legno straordinarie.
Il quartetto numero 20 in re maggiore KV 499 di Wolfgang Amadeus Mozart è stato dedicato dal compositore all’editore Hoffmeister e terminato nel 1786; esso si compone di quattro movimenti. Il primo di essi, Allegretto, in forma sonata, inizia con il tema principale ben esposto dagli strumentisti, con variazioni, dinamiche e fioriture. Il suono è sontuoso, il primo violino ha la voce di una primadonna. Il secondo movimento è un Menuetto: Allegretto - Trio, dove l’espandersi radioso della melodia tortuosamente calibrata e decorata da tutti gli strumenti è seguito dal movimento fugato che sembra luce fatta musica.
Segue un Adagio, con una melodia dove si espandono le voci degli archi gravi. Svetta l’accento acuto dei violini, che ha qualcosa della cantabilità operistica, mentre gli altri strumenti lo ricalcano amorosamente. L’Adagio termina con una frase meravigliosa di violino solo. L'Allegro finale brilla, ci sono vibrazioni, un ritmo rapinoso e staccato, note ostinate dei violini riprese dagli altri strumenti con grande virtuosismo. Dopo una tregua torna il tema arrabbiato dell’inizio, un dialogo veemente tra gli strumenti, oasi di canto, corsa rapinosa, chiusura secca.
Durante l’esecuzione, lo sguardo si appoggia sulle superfici della chiesa. Nella navata c’è una ancona lignea con complessa decorazione architettonica dorata di inizio 1600, c’è anche un fantastico dipinto con la Santa che incontra Cristo nel giardino presso il Sepolcro (Noli me tangere, Gv 20, 11-18), con vertiginosa prospettiva di cipressi e di siepi. Il Signore ha una pala posata sulla spalla, il cui legno ricorda quello della Croce e contribuisce all’equivoco del giardiniere. Al centro dell’abside, nella lunetta si trova l'affresco con la Cena in casa di Simone il fariseo (Lc 7, 36-50) dove Maddalena asciuga i piedi di Cristo con i capelli. Il dipinto è attribuito a Simon von Taisten, ed è databile alla fine del 1400. Sulla controfacciata, una profonda cantoria in legno a vista, con scala lignea. Il suo parapetto è sapientemente decorato a riquadri e balaustri scanalati, con un bellissimo verticale prezioso organo al centro. Costruito dall’artigiano Franz Köck, l’organo è uno dei più antichi dell’Alto Adige.
Il quartetto numero 4 di Alexandr Konstantinovič Glazunov, op.64, del 1894, è in quattro movimenti. L’entrata dell’Andante-Allegro è cupa, quasi minacciosa, ma ad essa segue lo scherzare dei violini e della viola. Poi la melodia si arricchisce, e sul pizzicare del violoncello cantano gli altri strumenti, cui irresistibile si unisce lo stesso violoncello. Sottovoce si ode il controcanto della viola, dal suono seducente. La melodia lunga sembra traforata dall’uno o dall’altro strumento che vi partecipa. Nell’Andante successivo, la voce dei violini è seguita da quella profonda del violoncello, che ne ripete quasi le parole, risponde loro. Solitudine, compagnia, consolazione sono voci che si intersecano e camminano assieme o lontane nella trama del quartetto, lasciando i colori brillanti dell’anima russa come sulla superficie di un arazzo antico.
Lo Scherzo. Vivace inizia velocissimo, con molte note, coi violini che incorniciano oscillando gli interventi del violoncello. Il pizzicato degli strumenti gravi, il fremere dei violini, la musica che pare uscita dalla Russia degli zar. Il livello dell’esecuzione è alto, con velocità cristallina, luce, voce accorata, perfetta quadratura ritmica e sovrapposizione dei piani sonori che porta inappuntabilmente alla chiusura del pezzo. Il Finale presenta un attacco dolente, dove pare che ogni strumento stia cercando una strada nel buio. Prima il violoncello, poi la viola e i violini: nasce una melodia sinistra, intagliata di incisi, che tutti si fanno attorno per accarezzare, per sostenere meravigliosamente, empaticamente. Le voci cantano assieme, velocissimo si chiude il brano.
C’è un bis: Pizzicato Polka di Johann Strauss II e Josef Strauss, suonato a dita sulle corde, sempre a fuoco e appassionato nei fortissimi e pianissimi, con ripresa e tocco finale. Gli applausi per la prestigiosa compagine sono convinti e sonori. Alzando lo sguardo, la statua della Madonna del Rosario è sospesa nel presbiterio, a sinistra dell’altare, nel cuore di un grande Rosario ligneo di sfere levigate, con le cinque piaghe di Cristo nei medaglioni dei misteri: è un’arte semplice e profonda. Fuori dalla chiesa, il cielo grigio e la pioggia. Le rondini rare che scompaiono e scivolano veloci nell’aria, tra le balze del prato scosceso, in mezzo all’erba falciata che si fa d’oro mentre quella nuova vi si intreccia trionfante.
Il 21 luglio visito la Casa di Reinhold Messner sul monte Elmo, ricavata negli spazi della vecchia stazione della funivia, a 2050 metri. Le pareti in cemento armato sono incastrate nella roccia; i ricordi della funivia, le putrelle e le funi d’acciaio, le pulegge colorate di verde e di giallo, i vani tecnici, sono lì a testimoniare la vecchia storia, a pochi passi dalle vette rocciose, dai pini ardui delle pendici. Gli spazi a doppia altezza, che svettano senza pensare agli angoli retti, sono alti e vertiginosi. All’ingresso c’è la scultura argentata di uno stambecco che si leva sugli zoccoli. La soglia è ampia e solenne, superando il vetro oscuro delle porte si è inghiottiti in uno spazio magico. Qui si assapora la filosofia del grande esploratore, che ha allestito gli spazi mettendo preziosi ricordi dell’oriente e dell’occidente, pezzi di religioni lontane, simboli di civiltà remote, cimeli della montagna, attrezzi di imprese, libri, documenti, fotografie a narrare episodi della sua vita, ad ammantare ancor più di mistero la sua leggendaria figura, specie quando nel silenzio qualcuno ce ne indica la presenza, lassù dove ha scelto di vivere, nel cuore di questo museo.
Gli oggetti sono numerosi. Molti affinano l’attenzione, come la statua bronzea sul balcone in griglia d’acciaio, ossidata dalle intemperie, perfettamente rispondente alle fattezze del padrone di casa in tenuta da neve, di cui si scorge solo il naso geometrico, lo sguardo aggrottato, la fenditura della bocca sotto la barba gelata dal vento. Nella sala grande ci sono sedici ruote della preghiera tibetane istoriate, da far girare in senso orario per riceverne energia. Le installazioni rosse che sembrano aquiloni sono in realtà costruite con le ossa delle pecore sbranate dai lupi. A terra, un ferocissimo grande lupo dalle fauci spalancate, in atto di sbarrare la strada, colto un istante prima dell’assalto. È una bellissima scultura in bronzo. Sulle travi d’acciaio, tre massime da ricordare: ‘In divenire, sempre’, ‘L’infinito pensare’, ‘Sempre con il passo lento’.
Un’altra installazione indica KALIPÉ, appunto il passo tranquillo da usare in montagna, ed è associata a piccoli solidi sulla parete, dando l’immagine di una scalata. Sono da leggere gli scritti sui rettangoli neri, chiavi di lettura della montagna e della vita di Messner: ad esempio il sublime che unisce paura e bellezza, l’azzardo come audacia che porta al compimento dell’impresa, la misura della montagna che è data dall’esperienza, il tempo che diventa irrilevante di fronte a un’impresa come quella del Nanga Parbat del 1978, le tracce che la montagna restituisce (come quelle di Günther Messner defunto nel 1970), la gioia immensa di fronte alle vette, assieme alla responsabilità e all’istinto che si allenano nei pericoli, assieme all’orrore per la morte del fratello.
Accanto alla casa, nel parco ci sono alcuni animali che apprezzano l’aria dell’alta montagna, come le pecore, diverse specie di capre, i conigli, le galline, gli yak, e alcuni alpaca.
Il 19 luglio alle ore 17:00 presso la Reinhold Messner Haus si tiene un concerto dal titolo Vette & Suono. Membri dell’Orchestra Beethoven di Bonn sono diretti dal Maestro Dirk Kaftan, ed eseguono la sesta sinfonia di Ludwig van Beethoven in fa maggiore op. 68 ‘Pastorale’ (nella versione per orchestra da camera di Lars Lange) oltre all’Adagietto dalla quinta sinfonia in do diesis minore di Gustav Mahler. Il Re della montagna, avvolto nella giacca scura come la sua voce e nella sciarpa sottile, è seduto in controluce davanti alla vetrata pendente con i montanti a specchio. Accanto a Messner, un fantastico tavolino di Ben & Manu con scultura topografica di massiccio montuoso, e il gesto preciso di Dirk Kaftan. Oltre la vetrata le montagne sublimi, le abetaie, le ombre delle piante rade che rigano la pace quasi bionda dei prati estremi. Di fronte a lui, il pubblico, e sulla balconata alcuni strumentisti. Gli altri musicisti siedono accanto all’installazione del lupo e delle pecore. Sotto le balaustre, la superficie che simula le pendenze montane e altri personaggi in bronzo. Il pubblico siede immerso in questa nuova esperienza multisensoriale, nata dal dialogo tra Messner e Kaftan, nata dalla musica, dallo spazio, dalla narrazione di Messner.
La direzione è geometrica ed esaltante come una sfera inscritta nel poliedro di quadrilateri irregolari della sala, il suono, fin dal primo movimento - Allegro ma non troppo, ‘Risveglio di piacevoli sentimenti all’arrivo in campagna’ - riluce e corre sulle superfici per arrivare pulitissimo e preciso all’uditorio. Messner narra della nebbia mattutina in montagna, sembra di udire Francesco d’Assisi sulla Verna, e la sua voce rimane in filigrana assieme al suono dell’orchestra che ricomincia dopo di lui. Meraviglioso è il canto del fagotto sulla balconata, mentre accanto alle montagne le nuvole fioriscono, si arricciano, sorgono e passano. In fondo al primo movimento, la voce del flauto e dell’oboe e la frase dell’orchestra intera.
Nella ‘Scena presso il ruscello’ - Andante molto mosso - la voce degli archi disegna l’acqua nel suo correre incessante, mentre i legni ripetono parole ancestrali ed interpolano frasi sottili seguendo l’audace catena di gesti del direttore. L’Allegro della successiva ‘Allegra riunione di contadini’ vede stagliarsi il suono penetrante del corno e quello dolce dei legni che riprendono la frase principale. Messner parla di natura e di genere umano, dei suoi genitori e di suo fratello. Per lui i nevai racchiudono suoni creati dal silenzio. L’Allegro del ‘Temporale’, esaltante nei crescendo, è introdotto dai tremoli in pianissimo degli archi gravi e reso minaccioso dalla voce dei timpani, cui rispondono i fiati. Quando il temporale si spegne, gli strumenti tacciono a poco a poco. Il ‘Canto dei pastori. Sentimenti lieti e riconoscenti dopo la tempesta’ che chiude la Sinfonia è un Allegretto, e la dolcezza dei riflessi del sole sull’acqua è narrata dagli ottoni, mentre il tema rapinoso è affidato alla voce esaltante degli archi. Vibrano i violoncelli e tutta l’orchestra risponde in luce estatica. Il suono, colmo di gioia, di grazia, di amore, si eleva all’Infinito. Con potente voce di basso, Messner parla ancora, dell’arte di sopravvivere alla natura selvaggia e di come la cultura possa essere accolta attraverso i nostri sensi e le nostre emozioni.
L’Adagietto di Mahler, triste e solenne, fa pensare a un addio. È forse questo il tassello di vita dei campi che mancava alla Pastorale, e che qui la completa parlando della fine, della lontananza struggente, desolata e gloriosa di luce, la stessa delle cime imprendibili dei monti. Negli accordi di questa musica la roccia sembra diventare trasparente come vetro, per rivelare i sentieri che non abbiamo il coraggio di cercare. La pienezza sonora dell'Orchestra si scioglie come la Vita che penetra nell’Infinito. Alla fine dell’esecuzione, applausi calorosi per gli strumentisti, il direttore e il narratore.
Al Ristorante Monte Elmo, l’esperienza gastronomica si apre con la squisita crema di fagioli borlotti con caprino locale. Segue l’orzotto alla carota viola, cotto in infusione di fieno di montagna e servito con salmerino, piatto che unisce il profumo dei prati alpini al sapore delicato del pesce d’acqua dolce a piccoli tranci. Il vellutato lombo di cervo color porpora, dal sapore deciso e penetrante che fa andare la mente ai boschi di quota, è impiattato con salsa demi glace all’anice stellato e baby carote. Chiude la cena la mousse al cioccolato bianco, con olivello spinoso e crumble di sacher. Qui si apprezza il contrasto tra la gradevole asprezza dell’alchechengi dorato e la dolcezza cremosa del dessert. Il tutto è accompagnato da un Prosecco, con meravigliosa apertura amabile e note fruttate che accarezzano il palato prima di svelare una bollicina vivace e una chiusura secca e pulita.


