- Articolo di:Livia Bidoli
L'Accademia Nazionale di Santa Cecilia è giunta, grazie alla direzione ed allo sprone musicale del Maestro Daniel Harding, a Siegfried, seconda giornata della tetralogia wagneriana di Der Ring des Nibelungen (L'anello del Nibelungo). Cast d'eccellenza, con Siegfried interpretato dal tenore americano Clay Hilley e Wotan da Michael Volle; Brünnhilde da Elisabet Strid e Mime da Wolfgang Ablinger-Sperrhacke. Nelle tre serate del 21, 24 e 27 ottobre scorso, la Sala Santa Cecilia è stata penetrata da un intenso e vasto stuolo di wagneriani.
Frida Kahlo. The Making of an Icon
La particolarità di questa mostra alla Tate Modern di Londra (Frida Kahlo: The Making of an Icon) sta nell’ambizioso intento di voler mostrare il percorso di artista di Frida Kahlo e allo stesso tempo l’influenza culturale che le sue opere e la sua personalità hanno generato negli anni successivi alla sua morte prematura. Sappiamo tutti che la donna Kahlo ha passato una vita segnata dal dolore fisico, causato da un gravissimo incidente di autobus che la coinvolse nel 1925 a soli 18 anni.
Già fragile per aver contratto la poliomelite da bambina, e afflitta da spina bifida, Frida Kahlo sopravvive all’incidente ma vede spiegarsi davanti a sé una vita segnata dal dolore. Non c’è dubbio che i suoi dipinti fossero una sorta di biografia illustrata del suo dolore, opere estremamente personali e per certi versi grafiche, certamente inequivocabili.
La Tate Modern ha già dedicato un’imponente retrospettiva all’artista nel 2005. Il nuovo approccio è quindi giustificato e necessario per poter esplorare un aspetto importante dell’eredità culturale di Frida Kahlo. Non ci sono tantissimi dipinti originali. Vengono esibiti pezzi “minori”, ma comunque degni di essere visti per capire le origini del pensiero stilistico e la genesi dello stile kahliano. Disegni, sculture, abiti dell’artista sone benvenuti, perché arricchiscono la nostra conoscenza di Kahlo. Ben in vista sono i coloratissimi costumi tipici delle donne dell’etnia Zapotec, radicati nella cultura indigena messicana che Frida Kahlo indossava con orgoglio, abbracciando il suo lato mestizo (da parte di madre, avendo il padre origini tedesche).
Sono presenti molti pezzi che hanno come oggetto Frida Kahlo stessa, sia come soggetto fotografico, che come icona da celebrare in salse multimediali, veri e propri omaggi di artisti contemporanei che ne sono fan. Più interessanti sono opere come i ricami di Judy Chicago, parte di un lavoro più esteso chiamato Birth Project, che evoca il dipinto di Kahlo sull’aborto spontaneo di un feto. Presenti anche artisti come Yasumasa Morimura e Jose Guadalupe Posada (1852-1913), che con le sue incisioni all’acquaforte ha senz’altro influenzato la nascente estetica di Kahlo.
Dopo le prime sale che ci ricordano e celebrano la nascita dell’artista Kahlo e del suo stile, attraversiamo stanze con installazioni, sculture, dipinti, serigrafie e murales dedicati all’artista che ben si intersecano con l’iconografia e il culto dei morti messicano del Dia de los Muertos.
Va detto che lo sfruttamento consumistico dell’immagine di Frida Kahlo, fortunatamente presente solo nell’ultima sala (vicino al negozio di souvenir…), tipo le bamboline in costume col sopracciglio unico, l’avrebbero sicuramente fatta raccapricciare, dato il suo credo marxista, ma il fatto che oggetti simili siano inclusi qui, va a dimostrare quanto sia difficile controllare le ramificazioni di un’influenza culturale importante e potente, in un contesto in cui la fortissima immagine dell’artista quasi trascende il suo lavoro.
Per un’artista che vedeva la propria arte come uno strumento per portare avanti la rivoluzione politica, questo risultante culto della personalità avrebbe senz’altro stonato, ma non possiamo negare che la vita di Frida Kahlo e l’intensità delle sue emozioni e del suo dolore, che lei stessa usò per comunicare in numerosi auto ritratti, hanno affascinato generazioni di ammiratori ed artisti, e continueranno a farlo.



