- Articolo di:Giulio Migliorini
A Bergamo, nella seconda parte del mese di novembre, ha luogo il prestigioso Festival Donizetti, con la rappresentazione di alcune opere ogni anno, accanto al recupero di pezzi musicali sconosciuti, in diverse sedi. In questo caso si trattava de Il Campanello e di Deux hommes et une femme, il 15 novembre scorso con il baton di Enrico Pagano e la regia di Stefania Bonfadelli. Il turista che vuol godere della buona gastronomia non manca di servirsi nei numerosi negozi e alle bancarelle, che si trovano tanto nella città alta quanto al mercatino di Natale nei pressi della Stazione. Il turista che vuol poi coniugare tali prelibati incontri con la “Luce di quest’anima”, intesa come godimento dell’anima, si reca a teatro e tende le orecchie, si mette ad ascoltare, cerca di comprendere, di entrare nelle storie che vengono messe in scena.
Trieste. Strabiliante Donovan nel Rocky Horror Show
A Trieste, al Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, dall’11 al 16 novembre, Jason Donovan ha interpretato il carismatico Frank-n-Furter nell’irresistibile e irriverente musical The Rocky Horror Show di Richard O'Brien e diretto da Christopher Luscombe. Dal 18 al 23 novembre The Rocky Horror Show sarà in scena al TAM di Milano e il 27 novembre al Teatro Brancaccio di Roma per un unica e imperdibile data.
Il Rocky Horror Show è uno di quei titoli che arrivano in teatro con un carico di aspettative enormi.
La sfida, per ogni nuova produzione, è dunque duplice: rispettare un immaginario sedimentato e, allo stesso tempo, rinnovarlo. Ma con Christopher Luscombe è una sicurezza.
È approdata anche in Italia l’edizione del West End inglese con la sua storica regia, riconosciuta per ritmo serrato, ironia intelligente, costruzione scenica efficace, equilibrio tra tradizione e innovazione, che conferma le aspettative regalando un grande show.
Dopo Bologna, anche al Politeama Rossetti il musical trasgressivo per antonomasia incassa il plauso degli spettatori con tanto di audience involvement (coinvolgimento): travestimenti a tema, battute urlate dal pubblico, interazioni con gli attori e ovviamente il ballo collettivo del Time Warp.
Un vero rito teatrale che trasforma ogni replica in una celebrazione condivisa, ironica e liberatoria.
Il britannico Christopher Luscombe, tra i registi che più hanno contribuito, negli ultimi vent’anni, a rendere il Rocky Horror Show un prodotto sempre attuale, pur rispettandone il carattere, propone uno spettacolo coerente ed elettrizzante che mostra con chiarezza come l’equilibrio funziona quando si lavora su una regia consapevole e su un protagonista capace di decodificare il mito senza subirlo anche grazie alla presenza di Jason Donovan, figura iconica del pop internazionale.
La scelta di affidare a lui lo scienziato pazzo e voglioso Frank’n Furter si rivela non solo strategica, ma perfettamente coerente con il ruolo del maschio transilvano creato da Richard O’Brian nel 1973.
Donovan, che ritorna nel ruolo dopo venticinque anni, propone in linea con Luscombe, una costruzione interpretativa autonoma, basata su un grado insolito di elasticità attoriale. Il suo Frank vive di improvvisazioni calibrate, che possono essere ogni sera diverse, micro-scarti ironici e un uso del corpo che unisce teatralità e spontaneità, liberandolo da quell’aura monolitica che spesso incatena le interpretazioni del personaggio.
Ne risulta un Frank più “performer” che “macchietta”, più vicino alla figura della rockstar e che non fa rimpiangere la storica interpretazione di Tim Carry del film. omonimo, incassando l’entusiasmo dei più esigenti.
Un tratto che rispecchia una precisa scelta registica, volta a mettere in primo piano l’anima musicale del testo - sostenuta anche dalla qualità della band musicale live - invece che la sua componente parodica. Donovan lavora molto sulla frattura tra l’eccesso grottesco e il sentimento autentico e anche sulla vulnerabilità del personaggio, regalando un'interpretazione toccante di “I’m going home”, senza rinunciare alla sensualità provocatoria che il ruolo richiede.
Il resto del cast, tutto di ottimo livello, si inserisce in questa visione con efficacia.
Pur orbitando attorno a un protagonista così magnetico e padrone del palcoscenico, gli altri interpreti riescono a mantenere una propria consistenza, grazie a una direzione che valorizza i tempi comici e la coralità. È un ensemble che dialoga con intelligenza sia con il pubblico in sala sia con la tradizione del Rocky Horror, senza cadere nella trappola del “compitino filologico”. Al contrario gli dona nuova anima.
Il celebre culto transgenerazionale si rinnova dunque in questa produzione vista a Trieste come rito collettivo che permane da cinquant’anni. Vive della memoria degli spettatori, tanto quanto dell’interpretazione degli attori, per far rivivere l’iniziazione all’eros di Brad e Janet, i due fidanzatini che a causa di un temporale finiscono in un castello abitato da singolari personaggi.
Un caposaldo musicale che si conferma ancor oggi un inno alla libertà e trasgressione grazie alla sua indimenticabile colonna sonora e alle sue coreografie.
Dal punto di vista scenico, la produzione si affida a un impianto visivo che combina sapientemente atmosfere gotiche e richiami alieni, mantenendo un ritmo sostenuto che non lascia spazi morti. L’interazione con la platea – elemento essenziale del Rocky Horror – è gestita con misura, evitando l’effetto caos e integrandosi organicamente nella drammaturgia.
Il risultato è uno spettacolo che non cerca di reinventare il culto, ma di riattivarlo, riconnettendo il pubblico all’anima anarchica. liberatoria e provocatoria che da cinquant’anni lo rende unico. E in questa riattivazione la presenza scenica di Jason Donovan si conferma decisiva: un Frank’n Furter meno rigido, più umano, più musicale. Più vivo.
Uno di quei rari casi in cui il revival non ripete anzi rilancia.



