Trieste Teatro Verdi. Mahagonny, il capitalismo allo specchio

Articolo di: 
Monica Ferri
Mahagonny

Per  per la prima volta al Teatro Verdi di Trieste uno dei titoli più rari e scomodi del teatro musicale del Novecento: Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny, capolavoro della coppia Kurt Weill – Bertolt Brecht, in scena dal 30 gennaio all’8 febbraio. Un’opera che, a quasi cent’anni dalla sua composizione, conserva una forza critica disturbante e sorprendentemente attuale, sottolineata fortemente dalla regia di Henning Brockhaus, precisa nella direzione musicale di Beatrice Venezi, al suo debutto sul titolo. L'allestimento è in coproduzione tra Fondazione Teatro Regio di Parma e Fondazione i Teatri di Reggio Emilia.

Mahagonny incarna lo spirito estremo dei ruggenti anni Venti berlinesi, ultima esplosione di libertà creativa prima dell’avvento del nazismo e, a distanza di quasi cent’anni, continua ad essere un monito per il pensiero critico.

Il nome stesso della città immaginaria – Mahagonny – allude, in inglese mahogany (mogano), al colore bruno delle camicie delle SS, anticipando, e  anche profetizzando, la deriva che incombe sulla società occidentale dove il valore umano è dato dal comprare e pagare. Il significato arriva chiaro e Mahagonny è uno specchio lucidissimo del presente neoliberale, della società dello spettacolo e del liquefarsi dell’identità a scapito dell’individualismo.

In una trama, dunque, volutamente allucinata e distopica, tra cabaret, opera e teatro musicale, va in scena l’ascesa e la caduta di una città fondata esclusivamente sul culto del denaro e del godimento senza limiti, destinata a collassare su sé stessa per autocombustione morale, poiché l’unico peccato è quello di non aver soldi, come Sodoma e Gomorra.

Ecco in breve la trama dell'opera. Tre fuggiaschi — Begbick, Fatty e Trinity Moses — fondano nel deserto la città di Mahagonny, pensata per attirare uomini in cerca di denaro e piaceri. La città promette una sola legge: “tutto è permesso”, purché si paghi.
Arrivano lavoratori americani, tra cui Jim Mahoney e i suoi amici, che si abbandonano a cibo, alcol, sesso e violenza. Quando una tempesta minaccia Mahagonny, Jim capisce che non esistono veri valori e proclama il principio del piacere senza limiti. La città sembra prosperare, ma in realtà si svuota moralmente. Jim resta senza soldi e viene processato: non è condannato per aver ucciso, ma per non poter pagare e viene giustiziato.
Dopo la sua morte, Mahagonny entra in crisi economica e sociale e crolla. Gli abitanti continuano a cantare, incapaci di cambiare.

La regia di Henning Brockhaus, esaspera il cortocircuito tra seduzione e durezza del messaggio brechtiano, accentua l’estetica sgraziata e corrosiva dell’opera antilirica per eccellenza, offrendo alcune ottime soluzioni sceniche. La sua è una tavolozza cromatica con colori plumbei e privi di grazia, luci fredde, firmate da Pasquale Mari, a tratti spettrali e contrasti di atmosfere, corpi esibiti e abiti/manifesto di Giancarlo Colis, pronti a sottolineare rimandi contemporanei (dalle camicie a fiori americane dai colori sgargianti per suggerire il piacere obbligatorio e la cultura del consumo, alla tuta arancione, l’abito del martirio contemporaneo si potrebbe dire, pieno di rimandi attuali, con cui è condannato a morte proprio Jim, l’unico a ribellarsi al sistema della Città Trappola, luogo di piacere (alcol, sesso, soldi, grandi abbuffate….)  dove il denaro può comprare tutto, tranne la felicità e la vita.

In linea con la visione registica le scene di Margherita Palli, rendono compresenti i luoghi simbolici, con tanto di passerella da avanspettacolo a circondare l’orchestra e a ridurre lo spettatore a un testimone silenzioso. Luoghi che richiamano  intenzionalmente l’estetica di Edward Hopper, il pittore  della solitudine, per evocare l’America del XX secolo sospesa e alienata, dove il sogno di felicità capitalista mostra le sue crepe e la sua anima priva di grazia.

In questa lettura scenica, la ricca regia di Brockhous aggiunge anche un elemento non previsto nel libretto originale che valse a Brecht la critica marxista: la classe operaia che il regista tedesco riassume in una presenza-ombra, incolore e invisibile, sul fondo del palcoscenico: un mondo di poveri e sfruttati che incombe silenzioso e inquietante, appare e scompare, vive di briciole e di stenti.

A rendere ancora più incisiva la visione è la direzione musicale di Beatrice Venezi, che sottolinea in  Mahagonny il rifiuto di ogni funzione consolatoria della musica. Precisa  e solida nelle dinamiche la sua conduzione imprime ritmo ed energia, senza uscire dalle intenzioni del ricco quanto straniante racconto sonoro di Weill (un volo pindarico tra jazz e cabaret, tango e spunti operistici) che ben lega i venti quadri in cui si articola l’opera tedesca. Continuo è anche il suo dialogo di sguardi con l’orchestra e i cantanti per un risultato finale efficace ed apprezzato dal pubblico. Ottima la prova dell’Orchestra del Teatro Verdi che affronta e risolve brillantemente una partitura ricca di generi musicali.
Il Teatro Verdi affida questo titolo prezioso a un cast internazionale di altissimo livello compatto per qualità e presenza scenica. 

Alla prima hanno raccolto i consensi più forti il mezzosoprano russo Alisa Kolosova, dalla lunga  e solida carriera, perfetta nel ruolo che fu già suo a Parma nel 2022, una convincente, cinica e lucida Leokadja Begbick; il tenore argentino, Santiago Martinez, che ha offerto una prova di grande intensità emotiva nei panni dell’ingenuo e romantico Jim; il soprano argentino Maria Belen Rivarola, dalla voce morbida e seducente, nei panni della disincantata prostituta Jenny Hill.  A lei spetta regalare uno dei momenti più profondi e cinici dell’opera con la sua “Moon of Alabama” quasi un leitmotif, nonché manifesto musicale di quello sguardo disincantato sulla realtà che Brecht voleva sollecitare.

Ottima, infine la prova del Coro del Verdi, diretto dal maestro Paolo Longo, chiamato anche scenicamente  a simboleggiare la società stessa complice del sistema.

Lo spettacolo, fine all’8 febbraio, com doppio cast, offre un’opportunità di vedere in scena un'opera non molto rappresentata in Italia, forse anche per la complessita della sua messinscena e la sua visione cinica, ma cosi musicalmente ricca. Molte delle sue canzoni, nate per denunciare la logica del consumo, sono diventate dagli anni Cinquanta veri standard della musica popolare americana. Brani come Alabama Song (Whisky Bar) hanno attraversato decenni e generi, reinterpretati da artisti come David Bowie, The Doors, Dalida, Milva e Marilyn Manson, confermando l’ironia del destino di un’opera che ha saputo infiltrarsi proprio nel sistema che intendeva smascherare.

Una Mahagonny che cattura  e inquieta, che diverte e ferisce, e che al Teatro Verdi di Trieste si impone come uno degli appuntamenti più significativi della stagione: un’opera che non racconta il passato, ma interroga con lucidità il nostro presente.

Pubblicato in: 
GN14 Anno XVIII 2 febbraio 2026
Scheda
Titolo completo: 

Teatro Verdi di Trieste
Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny 

(Ascesa e caduta della città di Mahagonny
di Kurt Weill
Opera in tre atti, libretto di Bertold Brecht
Ed. Musicali: Universal

Maestro Concertatore e Direttore BEATRICE VENEZI
Regia HENNING BROCKHAUS
Scene MARGHERITA PALLI
Costumi GIANCARLO COLIS
Luci PASQUALE MARI
Coreografia VALENTINA ESCOBAR

Allestimento in coproduzione tra Fondazione Teatro Regio di Parma e Fondazione i Teatri di Reggio Emilia

Personaggi e interpreti
Leokadja Begbick 
ALISA KOLOSOVA (30/I, 1, 6, 8/II)
NOZOMI KATO (31/I, 7/II)
Fatty, der “Prokurist” 
IVAN TURŠIĆ (30/I, 1, 6, 8/II)
NICOLAS RESINELLI (31/I, 7/II)
Dreieinigkeitsmoses 
ZOLTAN NAGY (30/I, 1, 6, 8/II)
TIZIANO ROSATI (31/I, 7/II)
Jenny Hill 
MARIA BELEN RIVAROLA (30/I, 1, 6, 8/II)
SILVIA CALIÒ (31/I, 7/II)
Jim Mahoney 
SANTIAGO MARTÍNEZ (30/I, 1, 7/II)
CRISTIANO OLIVIERI (31/I, 6, 8/II)
Jack O’Brien / Tobby Higgins NICOLA PAMIO
Bill, detto Sparbüchsenbill MARCELLO ROSIELLO
Joe, detto Alaskawolfjoe NIALL ANDERSON
Il narratore GIACOMO SEGULIA
Ragazze di Mahagonny   TATIANA PREVIATI, ATEFEH KADKHODAZADEH, VERONIKA FOIA, FEDERICA GIANSANTI, ELENA SERRA, STEFANIA SECULIN

Maestro del Coro PAOLO LONGO
Orchestra, Coro e Tecnici della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste

Spettacolo in lingua originale con sopratitoli in italiano e inglese

A Venerdì 30 gennaio 2026 ore 20.00
S Sabato 31 gennaio 2026 ore 16.00
D Domenica 1 febbraio 2026 ore 16.00
B Venerdì 6 febbraio 2026 ore 20.00
C Sabato 7 febbraio 2026 ore 18.00
E Domenica 8 febbraio 2026 ore 16.00